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#Venezia72 – Il diario porno-scatologico parte 7

di il 12/09/2015
 

Nell’annuale classifica dei migliori bagni della Mostra del Cinema, vinta lo scorso anno da quello per handicappati di fianco alla sala stampa, c’è da fare una doverosa considerazione, ci sono bagni d’epoca scrostati senza maniglia, con la tavoletta crepata o lo sciacquone senza il tasto e ci sono poi quelli dell’Excelsior, della sala grande e soprattutto quelli eleganti e perfettamente funzionanti appena rifatti della sala Darsena. Io scelgo sistematicamente i primi perchè, con l’esperienza di pisciatore folle fatta a suon di tumori alla prostata, ho capito che più i bagni sono belli e più la gente si accomoda per defecare, rendendo l’aria irrespirabile. C’è quindi una decisione di fondo da fare, e un senso da prediligere: l’olfatto? La vista? Il tatto? O, come per molti, il gusto? A ognuno il suo, si scelga il male minore e che gioia evacuatoria sia.

 

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Visaaranai (interrogation) di Vetri Maaran
Legnate, corruzione ed un crescendo d’intrecci che fa crescere il film da cazzone a cazzuto. Nella prima parte, quella legata alla prigionia e alla tortura che, immagino, nella mente del regista avrebbe dovuto risultare cruda (così imparo a lamentarmi del gioco di sottrazione di film come “the return”), gli attori sembrano sempre degli allegri panzoni cazzoni, e le scene di violenza non fanno male. Poi l’intreccio si allarga e crea un gioco di cerchi concentrici che si ripetono con dinamiche sempre uguali ma con una portata via via sempre più ampia. La trama si complica e si infittisce come solo le trame tratte dai romanzi posso fare: i pesci piccoli diventano come i grandi, il passato che non insegna, una storia che si ripete fino a collassare in una serie di incisi che ancora non ho capito se siano voluti: volere non è mai potere, l’onesta non paga, la gente non cambia e il riscatto sociale è un’utopia degli stupidi.
Un film indiano davvero sorprendente

 

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Desde allà (From afar) di Lorenzo Vigas
Se il regista avesse lavorato di sottrazione, senza piegare la trama ai dettami del grande pubblico, ne sarebbe rimasto una specie di capolavoro. Si chiama romanzare. Ed è perfettamente lecito ma castra un film che avrebbe potuto essere un manifesto epocale. Avendo vinto il leone d’oro, ne sono state fatte te recensioni, una di Angelo, una mia e una di Max.

 

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Behemoth di Zhao Liang
Documentario muto su musi gialli minatori. Scavi sullo schermo ed anziani in platea, tutti rigorosamente con le mani dietro la schiena. Rimango fermo sull’idea che il film ha troppo a che vedere con la video arte rispetto al cinema e che avrebbe dovuto quindi essere presentato alla Biennale Arte di Venezia, non alla Mostra.

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La calle de la Amargura di Arturo Ripstein

Nani, puttane e wrestling messicano. Morte e vita da strada. Soldi facili, vecchi barboni in mutande bucate che riescono a scopare la loro donna solo in reggipetto. Scorrettissimo e completamente senza ritmo. Una serie di massime ed insegnamenti di vita memorabili. Un bianco e nero elegante e zozzo. Il film culto della Mostra! Voglio recuperarlo e rivedermelo con calma: la visione a tarda notte mi è stata in parte compromessa per le tante ore di film alle spalle ma è sicuramente uno dei miei film preferiti dell’intera Mostra, forse il mio preferito in assoluto e forse un capolavoro. Ma prima devo rivederlo senza provare a tenere le palpebre sollevate con le dita, le mollette da bucato e gli aghi, nemmeno fossi in un horror di Dario Argento. Consigliato!

 

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La notte si fa giorno e la festa si riapre. Un vecchio facinoroso ma molto, molto, gentile protesta con una maglietta esplicita l’arrivo di ‪‎Vasco‬ alla Mostra per il documentario a lui dedicato in programma oggi in Sala Grande.

 

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Fortunatamente oggi non ci sono solo anziani rocker, fan con lo zainetto invicta in spalla e groupie quarant’enni, ma nuovi film come:

 

Go with me di Daniel Alfredson

Furgoni, attrezzi da lavoro e boscaioli handicappati che si menano in un bel thriller americano poco credibile scritto e diretto per il grande pubblico. Nessun supereroe, son tutti deboli, anche quel mostro cattivo su cui tanto ricamano per tutto il film e che, dopotutto, alla fine è solo un monello tra pivelli.
Ottimo per un mercoledì sera d’inverno, a prezzo ridotto. Dal regista del bellissimo Let me in mi aspettavo ben altro. Ma non è un brutto prodotto, avrà di certo una distribuzione italiana nelle sale e, dopotutto, ci recita un cocciuto, rigido ed irragionevole Anthony Hopkins che regala qualche momento memorabile.
Il dubbio vero è: perchè i personaggi fanno quel che fanno? Dubbio risolto frettolosamente con un, comunque cazzuto: “Perche deve essere fatto“.
Pellicola country senza infamia e senza lode almeno non insuilta il cervello e tiene ben svegli durante la proiezione.

 

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A copy of my mind di Joko Anwar

Il vademecum su come rovinare una trama interessante con la resa cinematografica. 2 ore che son sembrate 6. Fortunatamente ne ho spese 4 dormendo. Volevo tanto premiare questo film dal momento che il regista in persona, al party di presentazione del giorno prima, ci aveva regalato due bottiglie di vino che poi ci siamo scolati sulla scalinata dell’Excelsior come neppure il peggior Drugo. Una serata felliniana tra sgallettate senza mutande che non avevano fatto i conti col vento, buttafuori negri che ci pedinavano per impedirci di entrare in piscina e mendicate di cavatappi e  bicchieri di carta allo Studio Universal. È stato bello ma umiliare il regista indonesiano trattandolo come il più pezzente dei camerieri è stato il fiore all’occhiello.
Tornando al film, caro Joko, hai una platea di gente assonnata davanti. La tua sfida è quella di tenerli svegli, appassionarli e renderli felici. Missione fallita.

PS Nel film c’è pure un personaggio che si chiama Myrna: nome mitologico che immaginavo esistere solo nella fantasia dei saggi dell’antichità, o forse nei porno, non ricordo.

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Free in Deed di Jake Mahaffy

Questo film ci insegna che Dio non riesce a risolvere tutto, tanto meno la noia del film. Tante storie che si intrecciano, un bambino handicappato, un invasato religioso e una guarigione che non arriva mai. Tante urla a Gesù, tanto brutto cinema. Ho lasciato la sala dopo 23 minuti. A chi devo scrivere per impedire che si girino ancora film corali?

 

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Intanto da questa edizione esce un primo leone: vince il ‪‎Queer Lion‬, come miglior film con Tematiche Omosessuali la frivolezza quasi offensiva di The Danish Girl. Con il bel Desde Allà in lizza è stata una scelta arrendevole, e paracula. Sinteticamente non sono d’accordo. L’idea di far vincere i premi ai film popolari in modo che portino in auge il premio stesso è un fare politichese (culo sulla poltrona) che mal si addice ad un premio così fortemente voluto, nuovo, e che sembrava dovesse essere necessario per affermare e riconoscere una realtà diversa. Invece, questo premio è li a dimostrazione che i più conformisti sul tema dell’omosessualità nell’arte e nella cultura sono i gay stessi. Fossi gay mi incazzerei parecchio. Pessima mossa per il movimento gay e cartellino rosso per il direttivo del Queer lion, già ammoniti in passato per aver fatto vincere Philomena, un film con – ricordiamo – una vecchia cogliona che cerca suo figlio che ha abbandonato decenni prima e dice che si era accorta subito che il bimbo sarebbe diventato gay perché a 4 anni era più sensibile degli altri…

 

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