Angolo del tanaka
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#cannesfilmfestival2020: gli inviati della Cricchetta del Cinemino

di il 20/04/2020
 

Affascinanti lettori, anche questa settimana il vostro buon gusto e la vostra intelligenza nello scegliere di trascorrere alcuni minuti in compagnia de La Cricchetta del Cinemino sono ripagati.

Mentre il direttore del Festival Thierry Frémaux sta ancora decidendo se, quando e come realizzare la 73° edizione, noi della Cricchetta al Festival di Cannes 2020 ci siamo già stati e possiamo mostrarvi i trailer, in esclusiva, di alcuni film in concorso.

Se siete perplessi e credete che questo non sia possibile, provate ad andare indietro nel tempo di un paio di mesi e valutare, con le vostre certezze di allora, un titolo come questo: “Scoop! Nel giro di un paio di settimane, a causa di un virus nemmeno troppo pericoloso, tutto il mondo, o quasi, si fermerà e tutti staranno chiusi in casa, contenti e fieri”.

La cronaca

Data la situazione, il Festival si è svolto in forma ridotta. Chiuse le sezioni collaterali (a parte Un certain regard che si è svolta in streaming), i posti nelle sale si sono ridotti a un quarto e, di conseguenza, le proiezioni sono state raddoppiate (non quadruplicate perché molti accreditati, avendo ancora una certa strizza nel recarsi in posti affollati, non si sono presentati). Nonostante questo, noi inviati della Cricchetta siamo riusciti a vedere solo tre film, tra i diciotto in concorso. Le Marché du Film, probabilmente l’unica ragione per procedere con la rassegna, si è svolto regolarmente, anche se molti operatori del settore hanno privilegiato la modalità on line prevista inizialmente. Il Palais è stato sgomberato dai senza tetto che, comunque, si sono trasferiti in spiaggia con grande disappunto delle autorità. Scarsi i divi sul red carpet. Paradossalmente, le maggiori defezioni si sono avute tra le star più giovani, mentre quelle più attempate erano presenti in massa (Paul Verhoeven, Tilda Swinton, Bill Murray, Barbara Bain, tra gli altri). I baci, strette di mano e la consegna dei fiori sono stati sostituiti da inchini alla giapponese (che, vi anticipiamo, sarà la nuova forma di saluto universale). Ovviamente tutti indossavano guanti e mascherine, alcune firmate da stilisti come Prada e Gucci. Noi, naturalmente, sappiamo già anche chi ha vinto e tutti i premiati nelle diverse categorie ma, per il rispetto che dobbiamo al Festival e all’intera industria cinematografica, faremo finta di non conoscerli. In deroga a quanto è richiesto solitamente, però, abbiamo deciso di ignorare il silenzio stampa per raccontarvi le trame delle opere visionate, iniziando da uno degli eventi a sorpresa del Festival, l’ultimissima fatica di Terrence Malick, girata in gran segreto e quasi a ridosso de La Vita Nascosta – Hidden Life.

 

Dal nostro inviato Carlo Gambillo

Torpignattara di Terrence Malick (durata 128 minuti)

In cauda venenum dicevano quei furbacchioni dei romani, che avevano già capito tutto qualche secolo fa. Come sospettavo, la deriva new age del Maestro Terrence Malick si disvela improvvisamente come un red herring. Il geniale creatore di due capolavori come Badlands e Thin Red Line non poteva essere responsabile di quel catalogo Valtur di tramonti sulla battigia e piedini neonatali! E infatti Malick fa saltare il banco con Torpignattara, un horror grandguignolesco in dialetto romano. Sì, avete capito bene: in romanesco, una scelta audace simile a quella fatta da Mel Gibson nel suo The Passion Of Christ in aramaico. La narrazione, in uno stile più vicino al primo Nicolas Winding Refn che alle solite ellissi del Maestro, segue le vicende di Romolè, un influencer zoppo di Torpignattara che, follemente geloso dei ventitré rivali che lo precedono nella classifica Instagram, decide di risalire posizioni eliminandoli fisicamente. A causa della sua menomazione, sarà costretto ad assoldare personaggi del sottobosco romano, iniziando così una discesa senza ritorno verso l’abisso.

Dopo questo capolavoro, per Malick l’unica strada, obbligata, sarà il porno…

Proseguiamo nello speciale dedicato al Festival di Cannes 2020 con due film che hanno deliziato la giuria e il suo presidente: Spike Lee

The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun (The French Dispatch) di Wes Anderson (durata 530 minuti)

C’era molta attesa per l’ultimo film di Wes Anderson e, spiazzando un po’ tutti con il furbo rilascio di dichiarazioni fuorvianti, il nostro si presenta al Festival con un’opera che ha tutte le probabilità di aggiudicarsi un bel po’ di premi. The French Dispatch, infatti, è la trasposizione, adattamento, omaggio, rielaborazione di uno dei monumenti hipster: Infinite Jest del compianto David Foster Wallace. Si era già a conoscenza della serrata battaglia per i diritti del romanzo tra Anderson e il collega Jim Jarmusch. Alla fine, grazie ai quattrini di Netflix, che co-produce, e gli spicci della famiglia Coppola (qui rappresentati da Roman, figlio di Francis Ford, anche co-sceneggiatore) l’ha spuntata il regista texano. Il film, invece di inseguire l’impossibile trama del monumentale libro, ne sposa la forma a incastro e le diverse voci narrative (un po’ come nell’insuperato I Tenenbaum che già rendeva omaggio notevolmente a Wallace). Nelle quasi nove ore di durata, vediamo intrecciarsi alcune delle vicende estratte dai quattro grandi blocchi tematici del romanzo. Della Famiglia Incandenza è soprattutto la storia di Hal e della sua regressione da una brillante seppur insicura normalità, fino a uno stato di alienazione totale, a essere presa in considerazione (divertente il cameo di Bill Murray nella parte del fantasma paterno, il Dott. James Orin, creatore dell’Infinite Jest, ossia un film la cui visione produce un piacere fisico talmente intenso che i suoi spettatori perdono interesse a tutto, tranne il continuare a guardarlo). La maggior parte delle vicende si svolgono nell’accademia di tennis fondata da Incandenza (l’ETA, situata nei sobborghi di Boston) e nell’Ennet House, un’attigua casa di recupero e reinserimento per tossicodipendenti. Non tutta la miriade di personaggi del libro sono presenti nel film ma, invece, ne troviamo di nuovi, come il postino Zeffirelli, interpretato da Timothée Chalamet, l’Elio di Call me by your name. Ampio spazio è dato anche ai ribelli del gruppo “Les Assassins des Fauteuils Rollents” e la loro ricerca della copia originale di Infinite Jest, ma sbaglierebbe chi si accostasse al film cercando una continuità narrativa o una sequenza simile al modello di carta. The French Dispatch, fin dal titolo (che pare si riferisca a una parte della prima stesura del romanzo, poi tagliata) sembra tradire la propria fonte ma l’operazione tentata da Anderson è proprio quella di rendere l’ordine caotico di Wallace sotto forma d’immagini, a costo anche di allontanarsi dai binari della trama originale. A questo scopo, il regista ha utilizzato tutte le tecniche a sua disposizione: dal cartone animato alle slide in powerpoint, dallo stop motion alla pellicola in 70mm. Geniale l’idea di rendere le famose prolisse note a piè di pagina tramite lo split screen e il fermo immagine.  L’organizzazione del Festival ha fornito bevande e spuntini durante la proiezione. Gli spettatori di sesso maschile, data la distanza di sicurezza tra loro, potevano, volendo, usufruire di un pappagallo usa e getta per urinare senza perdersi un fotogramma. Per gli amanti del regista, il film è un’orgia di simmetrie, sali e scendi di camera, vestiti cool e colori pastello: è il loro autentico Infinite Jest. Per i comuni mortali, dopo la terza ora di vicende bizzarre con personaggi bizzarri, si rimpiangono la sobrietà e il macchiettismo di Franco e Ciccio. Dopo la quarta ora, la vita non ti sembra più degna di essere vissuta. Dopo la quinta, sogni di uccidere il regista soffocandolo con un sacco di plastica pieno di baffi finti. Alla sesta, esci. Il film ha comunque ricevuto venti minuti di applausi a fine proiezione dagli ultimi due spettatori rimasti: il fratello del regista e una senza tetto infiltrata.

Ringraziamo la nostra inviata Stefania Carrer che ha coraggiosamente rinunciato alla visione del film per accaparrarsi in esclusiva il trailer ufficiale, strappandolo a colpi di muay thai agli agguerriti colleghi della stampa internazionale.

Annette di Leos Carax (durata 120 minuti)

A otto anni di distanza dal fortunato Holy Motors, Leo Carax torna alla Croisette (si fa per dire, perché non lo si è visto proprio) con il musical, anzi con l’opera rock Annette, un progetto coltivato per anni e che si è concretizzato solo ora, grazie alla finalmente ritrovata disponibilità del protagonista, Adam Driver, e al poderoso contributo economico di Amazon. Il film è basato sulla vita di John Lennon e Yoko Ono, dal loro incontro a Londra nel 1966 alla tragica morte di John nel 1980, ma osservato da un punto di vista particolare: quello di Annette, la loro donna delle pulizie filippina. Ovviamente il film è anche un’occasione per riascoltare alcuni dei brani più belli di Lennon (un grazie sentito al regista per avere evitato l’ennesima cover di “Imagine”) interpretati da Driver che, come ha già dimostrato in Marriage Story, ha anche una bella voce. L’attore americano si è dovuto sottoporre a una dieta strettissima per immedesimarsi meglio nel ruolo e lo stesso dicasi per la sua meravigliosa partner, Marion Cotillard, eccezionale nel rendere la serenità magra di Yoko, sempre negata dai detrattori dell’artista nipponica. L’attrice francese ha dovuto, inoltre, cantare tutte le parti musicali scritte ad hoc dai fratelli Mael, alias The Sparks, in inglese con accento giapponese, mettendo una seria ipoteca sul premio alla migliore attrice protagonista. Nel film non vediamo mai Annette ma sentiamo solo la sua voce che commenta le diverse situazioni o si rivolge in prima persona ai suoi datori di lavoro, imprimendo così alla narrazione il “colore” drammatico desiderato. In alcuni momenti sembra essere lei stessa l’operatore che riprende la coppia, come se John e Yoko avessero affidato a lei il compito di documentare i loro progetti o ricordi: la celebrità vista da un occhio umile e pratico, un po’ ignorante, forse, ma sincero. Il risultato è un film per niente scontato, molto lontano dai biopic che furoreggiano ultimamente, che cerca nuove strade narrative senza rinunciare all’intrattenimento. Non crediamo possa ambire alla Palma d’Oro ma, oltre al già citato premio alla Cotillard, potrebbe vincere anche quello per la migliore colonna sonora originale firmata dagli Sparks, simpatici settantenni, unici rappresentanti del film presenti al Festival.

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