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#BIFF2019 Busan International Film Festival 24 – Diario

di il 09/12/2019
 

Lo so, miei cari affezionatissimi dodici lettori rimasti, lo so. Pensavate vi avessi lasciati soli, con i vostri dubbi e le vostre domande. No, miei diletti, eccomi qua. Ci sono stato, giuro.

Sono stato al 24° Festival Cinematografico di Busan, anche senza l’agognato pass da giornalista. Sappiate di essere una sporca dozzina di fortunati perché, nonostante sia forse uno dei più importanti festival in Asia, nessun quotidiano, in Italia, se l’è filato e poche o nulle sono state le cronache in rete. Ciò che leggerete, quindi, è un’esclusiva della La Cricchetta del Cinemino per premiare la vostra fedeltà, il vostro buon gusto e la vostra indubitabile avvenenza.
Intanto vi dico subito che la ragione di tanto lesinar di accrediti stampa risiede, forse, nel fatto che chi ce l’ha è un Dio: lo ottiene gratis, entra sempre come chi paga i biglietti, ha sconti su trasporti, alberghi e ristoranti. Qualcuno dice che gli venga affiancata anche una procace guida ma credo siano leggende.

Due parole sulla Corea o quello che della Corea si mostra a Busan. La realtà urbana è pulita, ordinata e un po’ anonima. Impressionanti sono i condomini-grattacieli, tutti uguali, numerati sulla facciata senza finestre. La vita non è per niente cara, il turista è ben visto e non deve temere di essere spennato a ogni passo come succede da noi. Si mangia molto bene. I coreani sono mediamente più belli dei rivali giapponesi, e nei negozi di intimo femminile si trovano anche taglie di reggiseno superiori alla seconda, però hanno tutti un’aria vagamente infelice. Ricordano un po’ i tedeschi. Sarà la peculiarità dei popoli divisi o che erano tali. Parlano malissimo o niente l’inglese. Persino i volontari della Mostra, ragazzi che si suppone ben scolarizzati e selezionati per la mansione, sono in grave difficoltà a capire o a farsi capire, spesso con risultati irritanti. In compenso sono gentilissimi, disponibili e i maschietti, nessuno escluso, sono tutti pettinati come il cane da pastore nemico di Willy il Coyote, così:

Ragazzi e ragazze vanno poi matti per i balli di gruppo sulle note del k-pop. In una sorta di rambla, vicino alla spiaggia più famosa di Busan, una sera ho visto esibirsi gratuitamente una ventina di crew diverse. Pensate ai balli di gruppo dei nostri anziani nelle balere ma con le mossette da boy-band.

Veniamo al Festival. Come si diceva è una delle più importanti vetrine cinematografiche dell’Asia. Ci sono parecchie prime visioni, asiatiche e non, e numerose sezioni, tra cui una che prevede una competizione tra produzioni locali emergenti. C’è persino una notte horror. Il pubblico è in gran parte giovane e molto preparato. Laddove erano presenti registi o altri ospiti, al termine della proiezione, c’era sempre un Q & A con domande molto puntuali da parte degli spettatori. L’atmosfera è bella. Ci sono i carrettini dei fast food appena fuori la grande arena centrale, come a Berlino. Poche le facce europee, a parte i soliti critici noti che si incontrano al Far East di Udine. Non ho assistito a nessuna proiezione da Red Carpet ma era presente il classico nugolo di ragazzine in trepida attesa del divo di turno: come a Venezia ma senza bodyguard.

E’ possibile vedere non più di quattro film al giorno: due al mattino e due al pomeriggio. L’ultimo spettacolo inizia al massimo alle venti e trenta e i biglietti più cari costano 7 euro ca. La prima proiezione del mattino è quasi sempre riservata a opere di sezioni minori e, in certi giorni, non c’è proprio niente. Tutte le sale si trovano in un raggio di dieci minuti a piedi. C’è una piccola sezione di cinque o sei cinema distaccata, raggiungibile in massimo trenta minuti con apposita navetta o metro o taxi (che costa poco). I film più importanti, molti provenienti da Cannes o Venezia, ruotano di sala e orario e, se si hanno almeno quattro giorni pieni a disposizione, è possibile vedere quasi tutto quello che si aveva in mente. Spesso, però, le proiezioni sono sold out e la stupida lista di attesa ti fa perdere i primi quindici minuti, prima che si decidano a farti entrare. A nulla servono le suppliche e il giurin giurello di stare in piedi fino a quando non daranno il via libera: i coreani sono gentili ma più rigidi dei berlinesi, i quali, quanto a Meccanismi Illogici Micidiali, non scherzano.

In tre giorni, tra sold-out, incomprensioni con i volontari, spaesamento del primo giorno, sono riuscito a vedere, in ordine di gradimento:

It Must Be Heaven di Elia Suleiman
A Dark-Dark Man di Adilkhan YERZHANOV
Family Romance, LLC di Werner HERZOG
Les Misérables di Ladj LY
Our Mothers di César DÍAZ
Bombay Rose di Gitanjali RAO
Saturday Afternoon di Mostofa Sarwar FAROOKI
Zombi Child di Bertrand BONELLO

It Must Be Heaven

Elia Suleiman è un poeta, magari minore, ma lo è. Ha il suo posticino tra le reliquie viventi, come Aki Kaurismaki o Ken Loach. I suoi film hanno tutti lo stesso sguardo di ironico stupore sui comportamenti delle persone, un punto di vista che evidenzia l’esilarante follia che spesso si cela dietro le realtà che diamo normalmente per scontate. In quest’ultimo lavoro, il regista attore esce dal suo abituale ambiente palestinese e si sposta in Francia e negli Stati Uniti alla ricerca di finanziamenti per il film che stiamo vedendo. Scoprirà, e noi con lui, che non c’è scampo dall’umana stupidità. Sì, lo so, non è una scoperta ma lui fa ridere. Monitorate le vostre polverose sale d’essai e non perdetevelo.

A Dark-Dark Man

Non avevo mai sentito nominare Adilkhan Yerzhanov e, anche se l’avessi sentito, non mi sarei mai ricordato il suo nome, ovviamente. Peccato perché questo giovane autore kazako è un ottimo narratore ed è riuscito nella non facile operazione di combinare una storiaccia di stupri, omicidi e polizia colpevole e corrotta, con una parabola di redenzione non esente da diversi momenti comici. Un bell’ibrido interessante che non vedrete mai, probabilmente.

Family Romance, LLC

Come, solo la terza posizione per Werner Herzog? Cos’è successo? Niente di nuovo. Il regista tedesco, come al solito, si è fatto attrarre da una bizzarra storia vera (una compagnia giapponese affitta attori per interpretare dei famigliari scomparsi, non necessariamente per sempre, in occasioni mondane o per riempire il vuoto affettivo) e ci ha costruito sopra una fiction che sembra un documentario, facendola interpretare dal titolare stesso dell’insolita azienda. Genio. La terza posizione è data dall’inconsistenza della sceneggiatura, più che dalla povertà della realizzazione. Esaurite le oggettive stranezze delle situazioni tra clienti e sostituti, il film gira a vuoto per Tokyo con immagini turistiche non particolarmente originali. L’idea che mi sono fatto è che Herzog, venuto a conoscenza del caso, abbia scritto la sceneggiatura di getto, l’abbia girata con la camera a mano che porta sempre con sé, non si mai, e poi l’abbia farcita con fuffa per raggiungere un minutaggio da film (un’ora e trenta scarsi). Per i fan del regista, come me, è comunque imperdibile. Questo film lo vedrete il prossimo anno verso le quattro di mattina su Fuori Orario, se ci sarà ancora (ma c’è ancora?!).

Les Misérables

Prima del Q & A finale, credevo che il regista Ladj Ly fosse una donna con nome d’arte strano. Invece è un ragazzone di colore francese di origini maliane. Il suo film, premiato a Cannes, racconta una storia di ordinaria violenza nelle banlieue parigine: un poliziotto ferisce un ragazzino mentre un drone riprende la scena. Scatterà una caccia al video nella quale tutti gli adulti coinvolti, siano poliziotti, gang o religiosi militanti, ne usciranno moralmente sconfitti, mentre i ragazzini, organizzati e armati alla bene meglio, si vendicheranno sulla Polizia del torto subito. Les Misérables, pur non essendo originalissimo, ha un buon ritmo e i personaggi, molti dei quali nella parte di loro stessi, sono ben costruiti. Il regista dice di venire da una realtà simile quella raccontata e questo giova alla sincerità del racconto. Il titolo non c’entra niente col capolavoro di V. Hugo e la citazione finale è forse la cosa più irritante e piaciona. Questo film già gira in alcune sale italiane non doppiato.

Our Mothers

Incomprensibile vincitore della Caméra d’Or a Cannes, César Díaz è un regista guatemalteco, qui alla sua prima esperienza in una fiction. La storia è incentrata su un giovane antropologo forense che di mestiere raccoglie i resti delle vittime della guerra civile, trovati nelle fosse comuni, e cerca di restituirli alle rispettive famiglie. Il protagonista è anche alla ricerca dei resti del padre scomparso. C’è una madre reticente e una trama esile. Alla fine scoprirà di essere il figlio di una violenza. Detto che, come tutti, credo, ero completamente ignorante della guerra civile in Guatemala, non c’è, in questo film, un solo motivo di appeal per lo spettatore. La narrazione si trascina in un niente di avvenimenti con l’unico mistero della madre che continua a dire al figlio di non insistere sulla ricerca del padre. Io, che non sono sveglissimo, avevo capito subito il perché. Ernesto, il protagonista, ci mette un’ora e mezza. Ottimo per circoli pacifisti e antimilitaristi, con dibattito alla fine.

Bombay Rose

Cartone animato indiano, scritto, montato, disegnato e diretto da Gitanjali Rao, proveniente dalla Mostra del Cinema di Venezia. Storia d’amore delicata e tormentata tra due poveri giovani a Bombay. Animazione con un certo stile e molto colorata. Caruccio. Si dimentica dopo cinque minuti.

Saturday Afternoon

Il film di Mostofa Sarwar Farooki, nativo del Bangladesh, racconta in tempo reale la tragedia di Holey Artisan Bakery, un ristorante di Dhaka dove, il 1° luglio 2016, un gruppo di terroristi ‘islamici’ uccisero ventotto persone. Il regista sceglie, come formula narrativa, la difficile via del piano sequenza integrale. Ecco, così, un drammone d’impianto teatrale piuttosto scialbo, nonostante gli ammazzi, dal quale si evince la palese verità che tutti sospettavamo: i terroristi sono sostanzialmente degli idioti. Troppo lungo e naif. Non lo vedrete mai.

Zombi Child

Bertrand Bonello, un regista francese da festival, alle prese con un film di zombi? Era già stato scartato a piè pari quando si è sparsa la voce che fosse bellissimo. Non so chi sia stato, credo il cugino del regista. Essendo Ema di Pablo Larrain sold out, mi sono lasciato convincere a malincuore. Raramente ho visto qualcosa di più malriuscito, borioso e patinato. Il voodoo haitiano, così scarsamente esplorato dalla cinematografia horror, poteva essere un buon soggetto. Invece, in un pasticcio che mescola una, pare, storia di zombi autentica con le noiosissime problematiche di alcune adolescenti in un collegio, ecco il solito film francese fatto per la critica (colto, finto intelligente, soporifero) che però, questa volta, fallisce anche i primi due punti, rendendolo, di fatto, il vincitore delle merde horror d’artista (che Manzoni mi perdoni, Piero), prima di Suspiria di Luca Guadagnino e The dead don’t die di Jim Jarmusch. Anche questo, spero per voi, non lo vedrete mai.

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