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C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino

di il 13/09/2019
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MI PIACE

L'assoluta libertà di fare quello che gli pare.
La stupenda ricostruzione di Los Angeles del 1969
Trudy e Buce Lee
La musica
Le auto
L'intrattenimento puro

NON MI PIACE

Il voluto eccesso di giri in auto, riempi-minutaggio dei porno e dei B-movies anni'70
La faccia di Di Caprio

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IL MIO VOTO


AFORISMA
 

"That was the best acting I've ever seen in my whole life". (Trudy)

 

Ha detto qualcuno, forse chi scrive, forse qui, forse più volte (chi si ricorda), che si possono avere una, massimo due buone idee nella vita. Il resto è copia, ripetizione, spesso di successo.

Quentin Tarantino ha avuto una bella idea anni fa (che i gangster parlino solo di crimine tra di loro è un’idiozia) e ci ha fatto sopra quelli che sono ancora, forse, i suoi capolavori: Le iene e Pulp Fiction. Poi ha dato spazio alla memoria e iniziato a omaggiare, citare, replicare, assemblare, esaltare, mescolare, esasperare i film che ha visto e rivisto nella sua vita precedente, quella di noleggiatore di VHS. Tutti sanno cosa ha amato e ama: il cinema di genere, di serie B, con una predilezione speciale per quello italiano anni ’70 e il coevo di Honk Kong.
Tarantino non è un intellettuale. Mai preteso di esserlo e quasi si schifa quando lo si vuole trascinare dentro i corridoi scrostati e maleodoranti della Critica Laureata. Non è Truffaut. Non fa letteratura, non trasmette messaggi, non sa cosa siano i sottotesti. Tra le varie recensioni dei “pischelli che sparano cazzate in rete” (cit.), ho persino trovato qualcuno che ha scomodato Roland Barthes (insieme a qualche altro dinosauro blasonato, a dire il vero). Ecco no, gli Dei ce lo conservino, lui non filma saggi. Lui racconta storie.

Quando decide di guardare un suo film, lo spettatore sottoscrive un patto: “Ok, Quen (?), non mi interessa dove ma portami dentro quel tuo cervello maniaco e bizzarro e fammi divertire”.
E Quen (?) ci riesce, a volte più, a volte meno ma ci riesce.

On location of Columbia Pictures’ ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD

In “C’era una volta a… Hollywood” siamo letteralmente portati in giro in macchine d’epoca per la Los Angeles del 1969, con una ricostruzione così accurata che la Production Designer Barbara Ling, da sola, fa metà film. A portarci in giro sono i protagonisti, ovviamente: Cliff, la controfigura (un Brad Pitt che, nonostante il ruolo subalterno e laconico, viaggia una spanna sopra gli altri), e il suo boss e amico, l’attore in crisi di successo Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) ma anche Sharon Tate (Margot Robbie) in un delizioso siparietto dove la vediamo recarsi in un cinema a vedere un suo film e bearsi della reazioni degli spettatori alle azioni del suo personaggio.

Il film è tutto, in realtà, un susseguirsi di siparietti (o microstorie, se si preferisce) spesso fine a se stessi ma che, come sempre accade nel mondo tarantiniano (che brutta parola), alla fine costruiscono un quadro solido e coerente dei caratteri, oltre che preparare gli elementi che serviranno a portare a termine il racconto (vedi il cane-pistola caricato all’inizio o l’autostoppista hippie). I caratteri, per non equivocare, sono squisitamente cinematografici, non documentaristiche imitazioni delle persone vere, tanto care a molto cinema europeo e indipendente. L’attore sul viale del tramonto, anche quando piange e si rivela a Trudy (Julia Butters), la professionalissima bambina attrice (uno dei momenti più riusciti della pellicola), non genera empatia, è l’eroe di una storia che sappiamo finta e lontana dal primo momento, dal patto.

Non meno personaggi sono le persone reali che il regista mescola ai suoi eroi: Steve McQueen, la stessa Sharon Tate e Bruce Lee detto Kiddo (quest’ultimo regala la gag più divertente). La Storia, la Verità non interessano. Il regista ci gioca, contaminando la realtà con i suoi caratteri e persino la terribile strage ad opera di Charles Manson, aleggia sullo sfondo ma è poi anticipata e ripensata in un finale “alla Tarantino”, quasi per ricordarci al quadrato: è tutta fiction, ragazzi, è solo per farvi divertire, non c’è altro.
E puro divertimento, per lui e chi guarda (ed è in grado di apprezzarli), sono gli innumerevoli scherzi, strizzate d’occhi e manipolazioni di film e documenti storici, disposti con assoluta libertà, senza alcuna preoccupazione nemmeno per l’impatto sul ritmo narrativo che, a volte, si compiace della propria estetica di assoluta libertà espressiva.

Ecco, forse è proprio questa libertà, il coraggio di investire sulle idee della New Hollywood che stava nascendo in quegli anni, quello che ha ispirato Tarantino: la nostalgia per un industria cinematografica vergine, piena di possibilità e aperta all’immaginazione, ossia il contrario di quella odierna che, persino nel suo caso, non osa sforare i tempi già lunghi del film proposto nelle sale, affidando a un futuro “extended cut” da salotto il montaggio iniziale di oltre quattro ore.

Invece di raccontarvi la trama che, come vi sarete accorti, è volutamente assente nelle righe che precedono, vi parlerò, per finire, del triste caso di Leonardo Di Caprio, attore bellissimo da giovane, belloccio crescendo, antipatico di mezz’età.
Purtroppo, com’è accaduto già col più carismatico Robert De Niro, Leo è invecchiato male. La sua faccia, sullo schermo, è sgradevole, non lo buca più, sembra un cagnetto triste. Qui è molto in parte, proprio per questa ragione ma, a meno di qualche miracolo della chirurgia estetica, presto lo vedremo su Hulu o Netflix a raschiare il barile della sua fama, cercando inutilmente di somigliare a Jack Nicholson.

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