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Ototo di Kon Ichikawa

di il 10/02/2015
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La morale fuori tempo

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AFORISMA
 

Il matrimonio non è l'unico obiettivo della vita di una donna, non vieni punita dalla legge se non ti sposi o se non fai figli

 

Hanno ancora senso i film sui panni sporchi da lavare in famiglia? No, ma ce l’avevano negli anni sessanta.

Un dramma che sa essere commedia ed una commedia che – dio la benedica – sa non far ridere: colpisce con arguzia punti che costringono, semmai, in una smorfia agrodolce.
Una sorella brutta, corteggiata da sfigatelli che se la fanno bastare, solo perchè la ritengono alla loro “altezza”, di quelli che – sintetizzando – sanno che le Brutte® offrono accesso pressoché immediato alla via della vulva. Una ragazza brillante, devota, che non si è mai innamorata e che deve diventare grande in fretta per tenere le redini di una famiglia tanto disgregata nella forma quanto unita nella sostanza. Frange di relazione vissute come un peso che crede di dover (o voler) sorreggere da sola.
Suo Fratello (da qui il titolo del film) è un ribelle, incapace di focalizzare il proprio futuro, dispersivo, noncurante e pigro al punto da immaginare di potersi tagliare la gola per ottenere una via meno faticosa che porti il cibo allo stomaco. Adorato dal padre, ovviamente, il maschio. La figlia impegnata a voler ben figurare, perennemente occupata a rattoppare i guai del fratello. Chiudono il quadro il fanatismo religioso della madre “adottiva” e la glaciale incomunicabilità col padre alcolista: un artista costantemente in difficoltà economica.

Storie e problemi comuni, spesso chiassosi, che qui vengono invece raccontati sottovoce. Gerarchie interne alla famiglia, sentimenti, sensi di colpa e parole non dette. Di tutto pur di nascondere il bisogno d’amore che anima e tiene uniti i personaggi: portare maschere per convincersi che per essere felici serva altro che non sia la relazione con le persone che stanno a cuore. Un castello di carte che collassa poi, alla fine, con la malattia del figlio, quando è troppo tardi, quando i giochi di dolore non hanno più senso, quando non si può riaggiustare niente, quando si rimane convinti di non aver fatto abbastanza, quando si può solo sentire troppo e provare maldestramente ad esprimersi, dopo anni di disabitudine. E’ vero che nella vita reale si può resistere a tutto, morendo dentro, ma in questo film i personaggi non possono che rendersi conto della loro propria inadeguatezza ed infine dell’ineluttabilità della sopravvivenza aggrappata alla consapevolezza del proprio ruolo sociale.

Stucchevole? Lacrimevole? Bastano sessanta secondi di quel nastro rosa che unisce esplicitamente i polsi dei fratelli, già legati dal sangue, per far tacere chiunque. Un’immagine potente ed un dialogo semplice e sicuro, che vale molto più della somma delle sue parole.
Certo, suona male la rapidità con cui si porta una famiglia distrutta a diventare unita e piena d’amore non appena si ammala il figlio. E capisco che stonino tutti quei “grazie”, “scusa”, le tenerezze varie e le Coccole Del Cazzo® che da li in poi si sprecheranno. Ma, se la storia ed i concetti stilizzati fin qui paiono banali, allora lo sono anche quelli dei mostri sacri come il Tannhäuser o la Turandot, per esempio. I vecchi saggi sanno, invece, che l’armonia dell’arte sta in altri piani, sta nell’onestà del sentire, sta nel come lo si dice e solo raramente nel cosa.

Viva la ribellione che si specchia in un’impotente indifferenza, viva la malattia del figlio che fa da contraltare desolante a quella della madre, di cui nessuno si preoccupa. Viva la sfida religiosa tra la provvidenza cristiana e la quotidianità dell’uomo pratico. Viva lo scontro di sangue tra una mamma in affitto sempre preoccupata per la famiglia ed un padre biologico che si concentra solo sulla sua amata scrittura.
Questo film non è vecchio, è una forza senza tempo, come ogni passione, come l’arte, come l’innamoramento, la religione e la follia: è una delle mille facce della stessa splendida medaglia primordiale.
Da vedere e poi rivedere per confermare il piacere di assistere ad uno dei tanti piccoli miracoli del cinema asiatico d’altri tempi.
Consigliato!

Younger Brother (1960)
Younger Brother poster Rating: 7.1/10 (155 votes)
Director: Kon Ichikawa
Writer: Aya Kôda (based on the novel by), Yôko Mizuki (screenplay)
Stars: Keiko Kishi, Hiroshi Kawaguchi, Kinuyo Tanaka, Masayuki Mori
Runtime: 98 min
Rated: N/A
Genre: Drama
Released: 01 Nov 1960
Plot: N/A
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