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Ombre russe – Pod Electricheskimi Oblakami (Under Electric Clouds), Aleksey German Jr.

di il 14/02/2015
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AFORISMA
 

Al peggio non c’è limite
(G. Zilio)

 

Sta scritto nel rapporto epistolare tra Anton Cechov e un suo caro amico che il medico, drammaturgo e poeta russo non comprendeva perché il pubblico dei suoi lavori si commuovesse in modo così profondo e plateale. Cechov cercava di spiegarsene il motivo incolpando di questa partecipazione emotiva le interpretazioni che Stanislavskij (quello del “Metodo Stanislavskij”, proprio lui, nemmeno inventato e già giù a fare danni) faceva dei suoi personaggi (ovvero trasformandoli in “bimbi piagnucolosi”, secondo lui). Capiva ma non comprendeva, Cechov, perché le sue intenzioni non erano quelle di entrare in confidenza con lo spettatore delle sue storie, bensì di metterlo semplicemente di fronte alla cruda realtà di quanto grama fosse la di lui esistenza. Da idealista e ottimista, come il clima del periodo favoriva essere del resto, il dottore prestato alla letteratura era convinto che, messe di fronte alle verità, le persone avrebbero reagito cercando di raddrizzare quel che era storto, di illuminare quel che nelle loro vite era oscuro, di rallegrare ciò che era triste. Per questo gridava loro, con le sue opere: guardatevi intorno, guardate quanto siete sfigati; e tuttavia piangere non serve a nulla, bisogna casomai cambiare. Di più, Cechov sperava che le vite di coloro che si fossero resi conto delle brutture della contemporaneità (il finir del XIX secolo) si sarebbero fatte nuove e migliori nella progenie che a lor sarebbe succeduta, che avrebbe imparato dai precedenti errori. Ma piangere, e più ancora piangersi addosso, è sempre stata la soluzione più semplice.

Era il 1902. Venne poi la guerra, e poi la rivoluzione e poi venne un’altra guerra, e così via. Cechov avrà probabilmente cambiato idea negli anni a seguire, ma quella lettera rimane comunque la testimonianza dello stato d’animo dell’artista nei confronti della sua opera e di chi ne fruisce (oltre che un piccolo saggio di ignoranza – mi permetterete l’ardir del termine – di come va il mondo. O per lo meno di come funzionano i principi della termodinamica applicata, e soprattutto il terzo). E così è giunta fino a noi.

Pod elektricheskimi oblakami (2015)
Pod elektricheskimi oblakami poster Rating: N/A/10 (N/A votes)
Director: Aleksey German
Writer: Aleksey German (screenplay)
Stars: Lui Frank, Merab Ninidze, Viktoria Korotkova, Chulpan Khamatova
Runtime: N/A
Rated: N/A
Genre: N/A
Released: 01 Feb 2015
Plot: N/A

Aleksey German Jr. avrà forse pensato a queste prese di posizione checoviane, mentre scriveva su un taccuino rilegato in vera pelle importata da chissà quale paese manifatturiero del fu terzo mondo le note che lo avrebbero portato nel tempo ai sette episodi (più prologo) di Pod Electricheskimi Oblakami (tradotto nel titolo internazionale Under Electric Clouds): malinconica elegia di fine secolo e fine impero, o meglio di fine civiltà, ambientata in uno scenario post globalizzato allo scoccare del centenario compleanno per la rivoluzione russa del 1917. Sotto le ombre elettriche del titolo, schermi di proiezione delle réclame omologate di modelli scarni in bianco e nero come futuribili cartelloni pubblicitari in un accenno distopico, a variare cioè il tema della città del fu Blade Runner (relitto onusto di speranze, dell’epoca gentile in cui Ridley Scott non s’era ancora rincoglionito), stanno lo scheletro scoperto di un grattacielo in costruzione, che mai vedrà il suo completamento, un lago (o un fiume) ghiacciato, e un gruppo di personaggi in cerca di autore, che del patetismo umanizzante à la Stanislavskij non sembrano affatto toccati, né nel principio né nell’interpretazione. I due figli del grande finanziere mezzo oligarca, e quindi un terzo almeno affiliato a una criminalità di qualche tipo, la cui morte arriva a interrompere bruscamente il progetto di una nuova mirabolante torre di babele futuribile più inno al celodurismo putinian-petrolifero che alla tracotanza umana, un energumeno chirghiso che negandosi al soldo della mala finisce a mendicare un giaciglio e due parole in una lingua che non riesce a pronunciare, una guida museale in uniforme da ussaro che mescola e bilancia contrastato l’ideale della conservazione del passato-patrimonio con aspirazioni ben più terrene verso l’ultimo modello di laptop uscito sul mercato, una coppia di architetti uno disposto a tutto per il guadagno e l’altro in vena di archistarizzarsi con conseguente delusione scontata, una bionda silfide ignara del passato del suo paese e tutto sommato disinteressata al futuro come abituale per la generazione del millennio, del carpe diem e del cazzo me ne fotte a me, e altre marionette al contorno, si aggirano come ombre parlanti (ma mica nemmeno troppo, eh) nello spettrale paesaggio-palcoscenico della Russia (e del mondo) post-tutto, uguale finalmente a Beijing come a Luanda, a Londra come a New York, in una sorta di égalité del consumo che può finalmente fare a meno della politica, della democrazia, ma più di tutto della polis e del demos stessi. Fantascienza sottile, ostica, originale, densa di malinconico straniamento, come solo i grandi russi (Cechov appunto, e Dostoevskij, Tarkovskij, Balabanov, e così via) sono da sempre riusciti a rappresentare.

Se non a quella corrispondenza di cui sopra, di sicuro Aleksey German Jr. ha pensato a Checov, al suo ottimismo (della volontà, della speranza), al suo desiderio di un’umanità migliore. Di sicuro, ci ha forgiato un’atmosfera, sullo stile del drammaturgo, e ci ha infuso il film. E pensando a quelle speranze del dottore, e a tutto ciò che da allora si è succeduto sugli schermi della realtà sino a oggi, con tutta probabilità avrà sorriso; sorriso come solo si addice al disperato, che nonostante abbia visto cose le più truci, ed esistenze le più tristi, pur tuttavia sa dentro di se che, per quanto ci si possa illudere, al peggio non c’è limite, mai.

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