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Locarno 2013 – il bilancio finale

di il 18/08/2014
 

Quello del 2013, anno d’esordio per il nuovo direttore artistico Carlo Chatrian, è stato per il soprascritto un Festival di Locarno baciato dal sole, con la giusta dose di caldo, discrete razioni di cene thailandesi e filippine alle bancarelle della Rotonda e il condimento di una qualche mezza giornata di relax in riva al lago.
Per quanto riguarda il lato prettamente cinematografico dell’Evento, l’edizione 2013 è stata marchiata a fuoco dal presidente della giuria del Concorso internazionale, il buon Lav Diaz – in esilio volontario dalla Mostra di Venezia che lo ha lanciato e cullato finché ha potuto assecondarne i punti di vista artistici (qualcuno un pelo acido le chiamerebbe più bizze) di certo poco inclini al compromesso – nemico di sintesi e dialoghi lievi e levigati, con un Pardo d’Oro andato all’incontinente lentezza fatta di reiterazione fino allo sfinimento della versione piuttosto personale di Albert Serra per le storie di Casanova (Historia de la meva mort) e un Pardo per la miglior regia finito allo stantio Hong Sangsoo, con U ri Sunhi (Our Sunhi), anch’egli ex pupillo in fuga (o reietto) di un festival maggiore, Cannes stavolta.

Personalmente ho tanto poco interesse nei premi assegnati dalle giurie che solitamente quando un festival finisce e succede che dei film premiati io ne abbia visti pochi se non nessuno, non me la prendo per nulla a male: la vita è bella perché c’è il mare e nel mare le onde sono tante e a starle ben a guardare ognuna ha il suo lato interessante (et voilà, il goffo aforisma). Così, mi piace stilare classifiche sì, ma le mie, quelle del mio gradimento impulsivo, del mio gusto insindacabile, del mio parere fallace; questo mi piace fare, molto più che leggere o peggio ancora commentare i pareri altrui, siano essi di vicini di posto, amici o membri di giuria. E la mia classifica di Locarno 2013 vede ampiamente in testa un terzetto variegato di cinemi e cinem(at)ismi formato dalla sentita, originale senza rischiare la spocchia, indagine antropologica di una vita possibile messa sullo schermo dal duo esordiente di Gilles Deroo e Marianne Pistone, nel loro Mouton, la psichedelia d’incubo e sesso de L’Etrange couleur des larmes de ton corps, organismo-film architettata da un altro duo, Helene Cattet e Bruno Forzani, e i tredici statici e densissimi quadri in (lento) movimento di Yuan Fang (Distant), ripresi con pazienza e chirurgica attitudine da Yang Zhengfan.

Dietro a questi tre film, sui quali ho già speso parole (d’amore) altrove (vedi ai link di cui sopra), un gruppetto di buoni visioni, ognuna per motivi specifici, contingenti e insindacabili, riassunti i poche righe qui di seguito, che rendono il bilancio finale di questa edizione più che positivo.

Los insolitos peces gato
Esordio per la giovane Claudia Sainte-Luce con una storia dell’incontro tra una ragazza sola e una donna molto malata, in cui restano coinvolte le tre figlie, in cui ognuna delle protagoniste ha il suo piccolo dramma antico da portare sullo schermo, e sono i dialoghi e le situazioni senza fronzoli e miele di retorica a farti stare attaccato alle loro storie, di esseri umani tutti difettati, ma tutti, a loro modo, adorabili. Garbo e ironia, gli ingredienti principali, e anche se si vede la mancanza di una mano più esperta, la commozione del finale perdona.

Tomogui (Back water)
Ennesima escursione nel locarnese per Aoyama Shinji, stavolta con la storia di un ragazzo e della sua famiglia nella provincia giapponese degli anni ’80; un’epoca, quella del Giappone prostrato del dopoguerra, sta per finire e Tome, il diciassettenne protagonista figlio di una madre sola e mutilata di guerra e di un padre che tira avanti tenuto vivo quasi solo dal sesso condito di botte che riesce ad avere dalle donne che gli capitano, si deve arrangiare a crescere come può. Il tocco del regista è presente e il racconto procede senza strappi, ma con sentita partecipazione, e alla fine riesce anche a sorprendere, anche se una dose d’ironia non gli avrebbe fatto male.

Roxanne
Siccome a Locarno non c’è spazio solo per sperimentare e sondare le possibilità del cinema e della capacità di attenzione dello spettatore, ecco che dalla Romania, firmato da Valentin Hotea, arriva il film più “classico”, quello interessato a raccontare la sua storia e i suoi personaggi, prima che a dipingerli o inquadrarli. Costruito intorno alla ricerca, cominciata per caso dal protagonista, del rapporto della polizia su una denuncia capitatagli tra capo e collo una ventina di anni prima, durante la quale scopre che la sua ragazza di allora era incinta, Roxanne racconta di un’ossessione del passato e delle sue conseguenze sulla vita presente dei personaggi che ci finiscono coinvolti. Sicuro e diretto, quasi non sembra nemmeno un’opera prima, e con la capacità di raccontare la dissoluzione del blocco est europeo senza didascalie, diventa a poco a poco una visione appagante.

Shu jia zuo ye (A time in Quchi)
Nel cinema di Chang Tso-chi, come in non pochi dei registi taiwanesi che hanno cominciato a lavorare dopo gli anni ’90, scorre forte il sangue delle immagini di Edward Yang Dechang, e già solo questo vale la visione di A time in Quchi. Il film narra la storia di un estate del piccolo Bao, ragazzo di città col broncio incancellabile e il tablet sempre in mano, alle prese con la trasferta in casa del nonno, mezzo hippie, in un villaggio sperduto nella campagna. Le piccole storie e piccoli protagonisti di una commedia senza stereotipi abitano il diario di questa estate assolata per Bao, e anche se è d’uopo scalare il solito punticino comprato con la naturale simpatia delle piccole canaglie protagoniste (come ad ogni film fatto di marmocchi, del resto), anche così il dolce-amaro delle la medicina che curi la frenesia del quotidiano meccanico contemporaneo è bello e fa un po’ sognare.

How to disappear completely
Ultimo di una non piccola produzione del pur giovanissimo Raya Martin, questo è un film oscuro e ironicamente morboso, incalzato nelle immagini di buio e degrado familiare da una colonna sonora elettronica molto, molto azzeccata. Qui tutto si rivolge intorno alle giornate di una ragazzina adolescente in un villaggio filippino dimenticato da molte cose, e dei suoi due genitori pure loro fuori dal mondo; una vecchia donna fantasma nella foresta, una recita scolastica imminente e la voglia di scomparire dal mondo legano insieme i frammenti di vita della ragazza, fino all’implosione di un finale anarchico tra tombe del cimitero date alle fiamme e bande di teppisti in skateboard. l’anticatarsi di una nazione sublimata dentro la storia e la psicologia di una ragazzina per un film che resta marchiato nella mente.

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