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Venezia 71 – Il diario delle pecorelle – Parte 6

di il 03/09/2014
 

Gregge assonnatissimo, questa mattina.
Nonostante le ripetute dormite in sala dei giorni precedenti, le lunghe peregrinazioni tra vaporetti, calli e sotoporteghi si fanno sentire. Gli organizzatori della Mostra offrono il traghetto gratuito agli accreditati solo dal Lido alle Zattere (e anca a San Zacaria e san Servolo). Le mie pecorelle sono tutte dotate di pass, per fortuna. Se dovessi pagare gli esosi sette euro a tratta andrei in rovina.

Comunque eccoci qua, al Palabiennale, per il nuovo lavoro di Fatih Akin: The Cut.

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Il film è la storia di una famiglia turco-armena che viene smembrata e decimata durante la prima guerra mondiale.
Il capofamiglia si salva per miracolo dal massacro ma ci lascia la voce. Venuto a sapere che le figlie sono ancora vive, Nazaret, questo è il suo nome, parte alla loro ricerca che, dalla Siria, lo porterà a Cuba e poi negli Stati Uniti.
Il primo brusio e le prime palline di cacca arrivano non appena il protagonista apre bocca. Ma come? Siano in Turchia, siete armeni e parlate… in inglese?! E dite pure asshole, nel 1915?! Il gregge preme per uscire subito ma fuori piove, fa freddo e non c’è niente di alternativo fino alle quattordici. Restiamo temendo il peggio che, come sempre, arriva. Massacri gratuiti e insensati. Uomini violenti che sparano solo se gli passi vicino. Violentatori come piovesse. I pochi essere umani buoni, invece, sono buonissimi. Non solo aiutano al momento ma ti danno lavoro, casa, soldini per il viaggio e ti offrirebbero pure la sorella, se l’avessero. Altre assurdità: un uomo si rifiuta di sposare una delle figlie perché zoppa e il nostro lo pesta e lo deruba. Ma perché?! Non a tutti piacciono le zoppe. Si è razzisti? Le pecorelle protestano nel loro maleodorante modo e poi si addormentano.
Insegnamento finale: attenzione ai parassiti che vi portate dentro. Un giorno potrebbero divorarvi a morte. E non è una metafora.

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Le pecorelle sono molto eccitate dall’idea di rivedere la summa cinematografica di Lars von Trier in versione integrale e quasi tutta di seguito. Moanina non sta più nel vello, anche se, mi ricordo, alla prima uscita si era lamentata perché, nell’elenco delle perversioni di Joe, mancavano l’animal e la coprofilia che, come si sa, sono assai diffuse tra gli ovini. Di rilievo, nella versione non censurata, scene hard a parte, c’è un intero capitolo sull’aborto, con tanto di pistolotto di Joe. Forse il più visivamente forte dell’intero film. Presenti in sala i due protagonisti Charlotte e Stellan. A sorpresa, per vedere il capitolo due credo per la prima volta, anche Uma Thurman, fresca di ritocchi facciali vari che le hanno completamente cambiato i connotati, stile Diabolik con la mitica paraffina.

Nell’intervallo tra i due capitoli, un divertissement di Kelvern e Delepine: Near Death Experience.

I due registi hanno preso Michel Houellebecq, lo hanno spedito tra i monti per tentare un suicidio e, dopo averglielo fatto fallire, lo fanno vagare per giorni esponendo, con voce fuori campo, dei pensieri che sembrano presi dalle opere dello scrittore francese. Telecamera sgrausa, riprese finto amatoriali, squallore e coscienza dello stesso. Non è un film ma c’è più sale in due frasi pronunciate dal protagonista che nei monologhi stantii dei film con Al Pacino visti nei giorni scorsi. Pecorelle dormienti ma solo perché a loro, delle astrazioni umane, cala poco.

Fine serata con uno dei film più attesi della Mostra: Nobi di Shinya Tsukamoto.

Fires on the Plain (Nobi), come si sa, è il remake del capolavoro di Ichikawa, del quale ricalca, con poche libertà, la scansione narrativa.
Il soldato Tamura, malato di tubercolosi, non è abbastanza sano per combattere ma nemmeno abbastanza ridotto male per meritare un posto in ospedale. E’ costretto così a girovagare per la foresta combattendo non i nemici ma la fame e le sue atroci conseguenze sull’animo umano.
Nel primo film, l’uso ricercato del bianco e nero, costringeva lo spettatore a far sua la barbarie assumendola in forma sublimizzata. Il secondo film è, invece, volutamente coloratissimo e le scene più atroci sono mostrate in chiave horror-splatter secondo il noto stile di Shinya. Il risultato, benché non privo d’interesse, è, nonostante le apparenze, meno incisivo dell’originale. La colonna sonora, metal ad altissimo volume, costringe ad assimilare questo lavoro alle precedenti opere del regista, Tetsuo in testa. La denuncia della guerra si trasforma in lotta contro la trasformazione, non più in uomo metallo ma in cannibale. In questo modo, la spinta antimilitarista del primo film si perde totalmente, banalizzando il soggetto alla maniera di uno zombie movie cui somiglia, a tratti.
Usciamo con la certezza di non aver visto certo il miglior film di Tsukamoto. Molte pecorelle sono cadute, nel sonno, con l’arrivo dei rumori assordanti della guerra.
Nerina, amante degli ammazzi, ha apprezzato molto le raffiche invisibili dall’alto.

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