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Venezia 71 – Il diario delle pecorelle – Parte 4

di il 31/08/2014
 

Se con Anime nere avevamo pensato di aver toccato il fondo del film televisivo e insulso, con 3 Coeurs di Benoit Jacquot riusciamo a farci togliere dai francesi la palma del peggior lavoro presente in concorso. Un triangolo banale (lui, lei e la sorella), in cui la tensione emotiva si basa sui fischi di nave presenti in ogni momento che si vorrebbe pregnante. Attori scombinati e sprecati in film che non avrebbe mai dovuto varcare le Alpi. Pecorelle addormentate dopo pochi minuti. Dispettina, con due caffè in corpo, ha passato il tempo a fare il verso della nave col belato e tutta la cacca che ha potuto.

Irritante nella struttura, nella modalità narrativa, nell’attore protagonista (di nuovo Al Pacino sempre più a suo agio, chissà come mai, nelle parti del vecchio coglione gigione), Manglehorn, di David Gordon Green, è un film che ha per protagonista un incasinato ferramenta che parla per tutta la durata di un vecchio amore perduto con una voce alla Bruce Springsteen versione crooner.

Tutto qua ma raccontato con il modo figo dei nuovi stilosi registi americani del Sundance. Le pecorelle lo detestano, in blocco. Quasi rimpiangono la camera a mano di qualche anno fa.
Inutile dire che la Sala Darsena ha richiesto doppio turno di pulizie dopo la proiezione.

La giornata, è forse l’intera mostra, si regge sui lavori della famiglia Seidl.
Dopo il capolavoro Im keller oggi è la volta della moglie di Erich, Veronica Franz che, insieme a Severin Fiala, genera un horror originale e cattivo come pochi: Ich seh Ich seh (Goodnight Mommy).

I maniaci torturatori sono una coppia di adorabili gemelli di circa dieci anni. La vittima: loro madre.
Siete inorriditi? Increduli sulla verosimiglianza della trama? Sbagliate. Tutto è coerente, verosimile, tutto si tiene fino alla fine, senza sbavature, in un crescendo di orrore che ha ben pochi eguali, anche nel genere. Una villa, tre personaggi, tanta intelligenza e maestria nella scrittura e nel montaggio. Pochi spicci e un genio austriaco, Seidl, alla cui ombra crescono frutti saporitissimi e profondi. Esaltazione del gregge cinefilo e belati di visibilio. Guai a perderlo.

Poche righe per Metamorphes di Christophe Honoré (come il santo dolce, suggerisce Barzellina). Nudità non particolarmente attraenti a raccontare didascalicamente l’opera di Ovidio. Attori improvvisati, regia uguale e sgrausi scenari. Il pubblico ha iniziato a defluire dalla sala dopo soli pochi minuti dall’inizio. All’ennesima tetta triste ho mollato anch’io.
Le pecorelle erano già fuori a brucare l’erbetta attorno ai cuscinoni bianchi della Cittadella.

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Chiusura della serata con Loin des hommes di David Oelhoffen.

Viggo Mortessen riesce, per una volta, a non rovinare del tutto un personaggio e, col suo francese scarso e un dialetto algerino ingiudicabile, dona corpo a un maestro di scuola dell’Algeria fine anni ’50, che si trova suo malgrado a dover scortare un prigioniero attraverso i brulli paesaggi dell’Atlante. Film d’amicizia e d’avventura, tratto da un’opera di Albert Camus, intrattiene senza entusiasmare. Nella mediocrità dei film in concorso visti finora, è uno dei migliori. Senza confronti, lo si dimentica un secondo dopo. Pecorelle divise: chi dorme, chi chatta con what’slamb, chi sogna davanti agli occhi azzurri di Viggo: Giulietta, la solita romantica.

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