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Venezia 71 – Appunti assolutamente criticabili sulla 71ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

di il 12/09/2014
 

Cosa resterà di questo 2014?

Non ce n’è, non bastano Bromazepam, Xanax, Sedipram o Tavor, non ce la fanno nemmeno loro: la passione è qualcosa per la quale ogni tentativo di ribellione è vano. Ti colpisce come un fulmine senza preavviso. Fino al giorno prima te ne freghi, poi in un attimo entri nel vortice e ti ritrovi ventenne tra impegni universitari, bici rubate e bottiglie di prosecco portate da casa da scolare tra gli scalini di piazza delle Erbe. Non ti è mai dispiaciuta la lettura – i classici Russi di fine ottocento, poi, quelli ti hanno plasmato indelebilmente – ma non ti sei mai commosso per nessuna forma d’Arte pittorica.

Al cinema coi due amici di sempre, a buttare l’occhio distratto sulla sigaretta accesa del divo di turno pagato per bullarsi sullo schermo: lo capisci subito che si diverte molto più di te che paghi il biglietto, giri ogni tanto la testa nell’infondata speranza di adocchiare qualche ragazzina che ovviamente non ti guarda mai.

A 18 anni un piccolo avviso: La Biennale Arte di Venezia, un ricordo vivo, una stanza piena di nebbia, tanto da non vedere ad un passo da te: si cammina alla cieca, un presagio della più grande scoperta che avresti mai fatto, il naso sbattuto sull’unico oggetto palpabile dell’installazione, un’insegna sospesa tra genio e semplicità: “La mia mente”. E ti si apre un mondo di movimento, di educazione per scoperta, di ingranaggi che girano, di linguaggio dentro il linguaggio, di voglia di sincerità, di coraggio di esporsi, di onestà intellettuale, di riconoscerti in qualcosa che capivi di aver sempre avuto dentro senza nemmeno saperlo.

Così il cinema.

Ma dove si nascondeva? Certo non era in quella sala piena di comitive chiassose o volgari. Oramai l’America era morta da un pezzo, la nostra bella Italia già dagli anni 60, la Francia col suo naso all’insù, il culo sporco e i suoi drammi familiari che sfociano in tragedie dentro altre tragedie, come una perversa catena di montaggio dell’autocompiacimento del corpo ormai freddo, non aveva più niente da aggiungere a quanto già detto: un cadavere innocuo mantenuto ben esposto nella sua ricca bara di vetro.

Il cinema si era spostato ad est, la meraviglia del diverso, la sorpresa dell’originalità, del non mirare ai canoni che puzzavano di vecchio, forte dell’unico modo in cui si possa interessare oggi: con la personalità individuale ed un lessico non banale.

Divoro cinema, mi spingo dal Giappone alla Corea alla Cina e poi lei, l’eletta, la Russia, che non sbaglia un colpo. Di rado qualche piccola sorpresa europea, tanti popcorn hollywoodiani che dopo poco danno sistematicamente la nausea.

Anni spesi tra riviste, forum, blog, l’era Mùller ed i tentativi di scrittura pornografica, scatologica e creativa. Amici geniali sempre sopra le righe, attratti come calamite, la solita cerchia di ott’enni di cui mi sono sempre innamorato, ad ogni età. Amichetti di cinema, una cricchetta, una macchina che corre a 180 all’ora senza rischi. In perfetto controllo, sempre eccessiva, mai doma.

La logica conseguenza è stata l’abbandono delle sale cinematografiche e l’idea che l’unico cinema possibile fosse quello selezionato ai festival internazionali. Anni spesi a commentare, recensire e violentare film porno, horror, trash e splatter. Ciononostante, non riuscire a non restare abbagliato da fermo immagini di 15 minuti di musi gialli capaci di far camminare un monaco, vestito di una porpora accesissima, da una parte all’altra dello schermo con perfetti micro-movimenti. Non riuscire a non farmi tagliare l’animo e rimanere con una splendida cicatrice lasciata da un documentario di 5 ore del più grande cuor di leone della storia moderna chiuso all’interno di un penitenziario psichiatrico.

Edizione 2014, soliti ritmi serrati, voglio tutto e lo voglio subito, quasi quaranta film in una decina di giorni, la peggior selezione di film in concorso da quando seguo la Mostra al Lido. Vergognose Fiction TV in concorso, amori senili superficiali spacciati per drammi dell’animo francese, il nulla intermittente, spezzato solo da qualche superfluo minuto di violenza gratuita, i grandi sono nomi morti e sono stati segretamente sostituiti da vecchie signore delle pulizie o, più semplicemente, rincoglioniti (Abel Ferrara, Al Pacino), un’infinità di camminate sul deserto, tutte uguali, tutte iperrealistiche e profondamente irreali. Troppo medio oriente, troppi fucili col tappo rosso, nasi finti ed occhiali appiccicati alla bene meglio. Troppo sonno in sala. Del gossip non m’importa, a me affascina l’entrare in simbiosi, diventare migliore ed imparare qualcosa. Voglio essere sorpreso. Voglio innamorarmi di un amore che conosco da anni e impazzire come fosse la prima volta, e non dormirci di notte. Voglio restare sveglio fino all’alba stordito di passione. Ma se il massimo concetto espresso è: “non andate in vacanza in Siria perché altrimenti son cazzi”, beh, lo terrò presente, lo sapevo già. Tanto vale dormire otto ore, vivere per il lavoro, sposarsi e poi magari la domenica riposare o passeggiare. E morire nella quotidianità di una vita socialmente accettabile. Diventare un utile strumento nelle mani dei pochi. Uomo consumatore, e consumato: ben poca cosa.

15 giorni di passione, una valanga di proiezioni, due capolavori indimenticabili come Im Keller e Ich Seh Ich Seh: la famiglia Seidl che salva la faccia alla Mostra. Il resto, diviso tra materiale televisivo su grande schermo, film documentari da ricordare solo per l’aspetto sociale, film che non avrebbero mai dovuto girare ed altri che avrebbero dovuto lasciar morire nel loro inesorabile destino fatto di Cityplex colmi di teste canute in jeans, gente distratta, coppiette e ragazzini con le mani unte nei noiosi week end invernali a Mestre.

Ma l’arte, in una mostra d’Arte, dov’era?

15 giorni senza mangiare, tirando avanti tra alcolici, gelati e caffè, tra pezzi di grana e rucola mangiati con le mani sporche all’alba. 5 kg persi, la faccia scavata che spaventa il buio quando gli passo vicino.

Ma la passione se ne frega di questo passo falso del 2014 e, nonostante le gambe piegate, aspetto il 2015 come la più grande festa che potrò mai vivere.

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