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#TFF36 Il Festival della nostalgia analogica

di il 24/01/2019
 

Sepolto da tonnellate di scartoffie, calzini sporchi e scatolette di tonno vuote ho trovato questi appunti. Appartengono a un passato recente ma già polveroso.
Li propongo, se non altro per testimoniare che la Cricchetta vigila sui festival come un metronotte assonnato ma indomito.

Il Torino Film Festival è cool.
Il direttore artistico è una vecchia signora eccentrica dai capelli spruzzati di azzurro.
Il primo sabato, dalla mezzanotte in poi, organizzano una notte horror con tre film al prezzo di uno e brioche e cappuccino gratuiti al termine di ogni proiezione.
Accanto alla sezione principale, quella dei film in concorso, c’è la sezione Afterhours che propone solo film da svacco e ammazzi.
Ogni anno c’è almeno una retrospettiva corposa ed esauriente su un pezzo di storia del cinema.
Non c’è tappeto rosso ma ci sono le star.
Torino è bella, d’inverno.

Vedere tanti film in pochi giorni, oltre a conferirti lo spaesamento mentale del novantenne ricoverato in ospedale, aiuta a capire cosa si agita nelle menti di coloro che il cinema lo fanno, riflettendo, quando non anticipando, quelli che sono gli orientamenti o, perché no, i sentimenti del pubblico. I nostri.

Nei primi tre giorni del festival sono riuscito a vedere:

The front runner di Jason Reitman
Alpha, the right to kill di Brillante Mendoza
Pretenders di James Franco
His master’s voice di György Pálfi
In fabric di Peter Strickland
La noche del terror ciego di Amando de Ossorio
Mandy di Panos Cosmatos
Incident in a Ghostland di Pascal Laugier
Happy New Year, Colin Burstead di Ben Wheatley.

Escludendo lo storico horror di Amando de Ossorio, sono otto film. Su questi, ben sei sono ambientati, in tutto o in parte, in un passato recente pre-digitale, tra telefoni con la rotella, cineprese a pellicola e tv a tubo catodico.
I nostri giorni digitali non sono il luogo in cui raccontare storie.
Il nostro quotidiano è il suo racconto stesso. Immediato, mentre accade o in coincidenza o sovrapposizione con quanto accade.
È l’istantaneità, l’ubiquità popolare che azzera ogni narrazione perché tutto è condiviso all’istante.
Perché raccontare e come, quando invece posso mostrare?
Mi rispondo da solo, in stile Marzullo: perché il mondo, senza il suo racconto, senza la rappresentazione simbolica del linguaggio è inconsistente, vuoto, privo di significato.
Anche se non ce ne rendiamo conto, lo sentiamo.
Il cinema lo sente.

Così, nell’inutile The front runner, Jason Reitman, ricostruendo la storia di Gary Hart, candidato alla presidenza degli Stati Uniti travolto da uno scandalo sessuale, insinua, nemmeno tanto velatamente, che l’irruzione della vita privata nel mondo mediatico non può che condurre alla rovina.
Il coup de foudre di Pretenders, il pretenzioso Jules & Jim di James Franco ambientato negli anni ‘80, con la conseguente e quasi disperata ricerca della ragazza incontrata per pochi minuti all’uscita di un cinema, sarebbe incongruente e ridicolo con l’ausilio della potenza informativa dei social.
In fabric di Peter Strickland, finto (e noioso) B-horror movie stile anni ’70, è ambientato nel 1993 perché ha bisogno di un apparato estetico vintage e una tecnologia discreta per funzionare nell’impianto e nella creazione dei tanti siparietti tra il grottesco e il comico di cui è farcito.
Persino un cult outsider come Mandy, che pure potrebbe permettersi qualsiasi incongruenza di trama o continuità spazio-temporale, preferisce situarsi nei primi anni ’80.

Il mondo analogico è il nuovo spazio mitico dove il possibile, leggi l’impossibile o il fantastico, può ancora avverarsi. Il “c’era una volta” delle fiabe popolari è diventato il “c’era prima”, un luogo in cui il tempo e lo spazio sono fisici, determinati e per il quale si può ancora provare nostalgia, quella nostalgia per qualcosa che non è mai esistito che, come sentii dire una volta da Bernardo Bertolucci, costituisce l’essenza del cinema.

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