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Monte Hellman – Il segreto più protetto di Hollywood (prima parte)

di il 24/01/2020
 

Scena 1

San Francisco, Dicembre 1954, Mill Valley high school auditorium

(Monte Hellman, un giovane attore)

E’ appena terminata la rappresentazione di Uomini e topi di J. Steinbeck, adattata e diretta da Monte Hellman. Il regista si rivolge alla compagnia:

MH: Questa era la nostra ultima recita, ragazzi. Siete stati bravissimi. Spero riuscirete a utilizzare il vostro talento in una compagnia più redditizia.

GA: E tu che farai, Mont?

MH: Vado a Los Angeles, a pulire gli scantinati degli ABC Studios.

Scena 2

Los Angeles, settembre 1958, uffici della Filmgroup, molto spogli e anonimi

(Roger Corman, Monte Hellman)

RC: Vieni, amico, accomodati.

MH: Grazie

RC: Mi è piaciuta la tua regia di Aspettando Godot. So che il teatro ha chiuso i battenti, adesso, e che sei disoccupato. Ho appena formato questa società. Ti piacerebbe fare del cinema?

MH: Sì, cosa dovrei dirigere?

RC: Tutto quello che ti pare, purché rispetti il budget e fai dei film che si possano vendere.

MH: Hai già qualcosa in mente?

RC: Ci sarebbe questo horror, scritto da Leo Gordon: Beast from Haunted Cave ma la sceneggiatura non mi convince. Voglio che tu e Griffith la riscriviate e che tu la diriga. Ho già tutto: attori e location. Mi devi girare tutto in 10\12 giorni. Ok?

MH: Affare fatto! (si stringono la mano)

Scena 3

Montaggio di scene da Beast from Haunted Cave, Back Door to Hell e Flight to Fury

(Monte Hellman)

MH: Con tutti i limiti di budget e di contenuto, Beast from Haunted Cave fu il mio primo vero film. Decisi così di lasciare completamente il teatro e dedicarmi solo al cinema. Roger mi usò per riscrivere, allungare, montare, riparare progetti portati avanti da sé o da altri della sua scuderia. Poi mi offrì la regia di due film nelle Filippine, dove, senza la presenza dei sindacati, girare era molto più economico. Fu grazie a questa esperienza che la mia amicizia con Jack Nicholson si consolidò. C’eravamo conosciuti nel 1960, a Los Angeles. Corman mi aveva mandato a supervisionare le riprese di un film in cui lui recitava. Insieme riscrivemmo la sceneggiatura di Back Door to Hell, anche se non comparimmo ufficialmente nei crediti, e nelle tre settimane di viaggio per nave, Jack scrisse la sceneggiatura di Flight to Fury su mio soggetto. Era molto dotato anche come scrittore, sua è anche la sceneggiatura di Ride in the Whirlwind, e come attore lo diressi in quattro film, prima che spiccasse il volo con Easy Rider.

Scena 4

Los Angeles, aprile 1965, interno di una caffetteria semivuota. Tavola da quattro posti con tre caffè. Tre uomini seduti in un silenzio pesante. Roger Corman tiene in mano dei fogli.

(Roger Corman, Monte Hellman, Jack Nicholson)

RC: (A Hellman, agitando i fogli, irato) Che cazzo è ‘sta roba? Ti ho rifiutato il suo Epitaph (indicando Nicholson) perché troppo artistoide e ti ho chiesto di girare qualcosa di più commerciale, come un western. Ti ho anticipato un po’ di soldi per farne addirittura due, per risparmiare, e tu ti presenti con le tasche vuote, pronto per girare, con una sceneggiatura nouvelle vague e un’altra… (rivolgendosi a Jack Nicholson) Tu che l’hai scritta come la definiresti, genio?

JN: Mmhh… Esistenzialista?

RC: Ecco, lo sapevo. Mannaggia a me quando mi sono fidato. Secondo te un bovaro del Texas cosa ne sa di esistenzialismo?

JN: Non dire cazzate, Roger. Esistenzialista è la prospettiva, comune al genere umano.

RC: (Con sarcasmo) Proprio quello che l’americano medio vuole vedere al cinema. Se non ci avessi già messo dei soldi, giuro che mi ritirerei dal progetto. Ma adesso basta, se volete fare ‘sti film, dovrete produrveli da soli. Io chiudo il rubinetto. Metteteci almeno un po’ più d’azione. Nel primo non succede quasi un cazzo fino alla fine e nel secondo… pure.

ME: Non ti preoccupare, Roger. So come si fa a raccontare le storie, dovresti saperlo. Mi aspettavo la tua reazione. Farò società con Jack e li produrremo noi. Vedrai che i tuoi soldi non andranno persi.

RC: Ne dubito.

Scena 5

(Tanaka)

T: The shooting (1966), a dispetto o forse grazie al budget risicato, ha resistito agli anni come forse nessun altro film dell’epoca. Il suo minimalismo (tre personaggi, più un archetipico Pistolero, quasi muto, interpretato da Jack Nicholson), la trama inesistente (due uomini sono assoldati per condurre una donna oltre il deserto), i diversi motori che muovono i personaggi (vendetta, protezione, solitudine, denaro, lussuria o sadismo), l’epilogo da tragedia greca, ne fanno un prodotto unico, come, del resto, anche tutti gli altri lavori di Hellman. Disprezzato in patria, dove uscirà molti anni più tardi a seguito del successo di Jack Nicholson, e osannato in Europa, questo film, corto e scabro, inchioda lo spettatore alla poltrona, disorientandolo e affascinandolo con la sua ambiguità adulta e più consona alle scene di un teatro d’avanguardia che a un western. Il tradimento e l’uso spregiudicato del genere per raccontare altro ricorda, per certi aspetti, El Topo di Alejandro Jodorowsky ma nell’universo di Hellman la sola magia è il Destino ineluttabile e l‘unica Conoscenza possibile è quella che si acquisisce, istante dopo istante, nel divenire.

Scena 6

The Shooting

Scena 7

Una postazione radiofonica americana anni ’60. Il critico cinematografico Kevin James è in onda e parla. Le immagini sono in bianco e nero.

(Kevin James)

KJ: Buonasera a tutti i radioascoltatori della KHJ. Qui è il vostro compagno di poltrona Kevin James, che stasera vi parlerà di un film visto in anteprima al San Francisco Film Festival 1966 e che, spero, non arriverà mai nelle sale: Ride in the Whirlwind di Monte Hellman.
Diciamo subito che si tratta di un western piatto, recitato male e con una vaga suspense che non afferra mai. Parte della colpa è della scrittura di Jack Nicholson, che è una trama abbozzata più che una sceneggiatura completamente sviluppata. Nicholson vi recita anche nel ruolo del protagonista, ma se Nicholson lo sceneggiatore ha poco da dire, Nicholson l’attore ne ha anche meno. Hellman non sfrutta mai appieno il potenziale delle situazioni. Un trio di laconici mandriani disoccupati – Nicholson, Cameron Mitchell, Tom Filer – inciampano in una banda di criminali che è rinchiusa in una baracca di montagna dopo una rapina alla diligenza. Per ragioni che non sono spiegate, il leader della banda con un occhio solo è decisamente cordiale con i cowboy. I nostri eroi trascorrono la notte fuori dalla capanna e il mattino si ritrovano circondati da un piccolo esercito di vigilantes pronto a impiccarli prima e interrogarli in seguito.  Nella fuga Filer viene abbattuto e Mitchell e Nicholson devono arrampicarsi su un canyon a strapiombo. Nessuno dei personaggi emerge dal piattume dello schermo e, rispetto alle persone normali, loro si muovano e parlano come le statue animate degli Indiani nei negozi di sigari. Nemmeno il … (dissolvenza).

Scena 8

(Tanaka)

T: … il film non arrivò, in effetti, nelle sale americane, ed ebbe la sua premiére mondiale a Parigi due anni dopo. Cahiers du cinéma, la più prestigiosa rivista di cinema francese, lo incluse tra i 10 migliori film del 1968.

Ride in the Whirlwind (1966), come si è visto, è il fratello del precedente. Più strutturato e meno alieno al genere di The shooting, girato quasi contemporaneamente, non è per questo meno personale anzi, probabilmente, è forse più emblematico per capire la visione fatalista e profondamente umana del regista. Non ci sono buoni e cattivi, colpevoli o innocenti. I banditi uccidono ma fa parte del lavoro. I vigilantes sono chiamati alla giustizia sommaria perché questa è la legge della frontiera. I cowboy non vogliono uccidere nessuno ma lo dovranno fare, per difendersi. Tutto è assurdo, ineluttabile e agli uomini, cani di paglia* di un gioco incomprensibile, non restano che il mal di piedi, il giocare a dama sapendo la morte imminente** e un fuggire continuo, senza successo, da una prigione cha ha come sbarre le montagne aride e come tetto il cielo.

Il Cielo e la Terra non sono indulgenti o benevoli al modo degli uomini: essi considerano tutti gli esseri alla stregua di cani di paglia da impiegare nei sacrifici (Lao-tzu)

** Vern: It’s peculiar sitting here playing checkers while a bunch of men wait to string us up.

    Wes: Why don’t you put a tune to it?

Scena 9

Ride in the Whirlwind

Le colline blu (versione italiana)

Scena 10

(Monte Hellman, a commento)

MH: Nell’ufficio vendite della Universal erano tutti entusiasti. Pensavano di avere per le mani qualcosa che si sarebbe venduto facilmente. Credo lo proposero in più cinema di qualunque altro film prodotto dalla Universal in quell’anno. Ciò che accadde è che Lew Wasserman, che era a capo dello studio, vide il film e, letteralmente, lo odiò. Ne fu come offeso. Two-Lane Blacktop faceva parte di un gruppo di film che Wasserman aveva deciso di produrre ma nei quali non credeva veramente e decise quindi di far fallire il progetto. Nessuna campagna promozionale venne messa in atto, specialmente per quanto riguardava il mio film. A nulla valsero le sollecitazioni del Time, del New York Times e di tutti gli altri. Quando gli vennero mostrate le recensioni, la sua reazione fu: “Sono state comprate”. Uscì nelle sale per il weekend del 4 luglio a New York senza il più piccolo annuncio sui giornali. La gente non sapeva che fosse uscito. La scusa fu che il 4 luglio non ci sarebbe stato nessuno, in città. Ma allora, perché farlo uscire?

Scena 11

Intervista di Monte Hellman a Kris Kristofferson

Freedom’s just another word for nothin‘ left to lose (Me and Bobby McGee)

Scena 12

(Tanaka)

Two-Lane Blacktop (1971) è considerato da tutti il capolavoro di Monte Hellman. Grosso budget (per gli standard del regista), totale controllo del girato e della produzione (fatta salva la durata che, per contratto, non avrebbe dovuto superare le due ore), cast perfetto (con una star assoluta del country rock come protagonista), sceneggiatura di Rudy Wurlitzer, che firmerà anche quella di Pat Garrett & Billy the Kid due anni dopo. Tornando al parallelo con Jodorowsky, questa pellicola sta a The shooting come El Topo sta a La Montagna Sacra, ossia senza quello che i primi film avevano di grezzo e, forzatamente, sciatto ma anche senza la loro freschezza sfrontata. A scanso di equivoci, il film è un capolavoro. Nonostante l’apparente forte connotazione storica, il racconto è, ancora una volta universale: anime imprigionate in corpi contingenti, finiti, che cercano una via d’uscita, un senso, senza trovare niente di meglio che un affetto destinato a scomparire o a morire senza schiudersi. Non è certo un caso che i personaggi non abbiano un nome ma siano connotati solo come caratteri: il Pilota, il Meccanico, GTO (dal nome dell’auto che guida), la Ragazza; così come lo spiazzante finale non fa altro che restituire allo spettatore la sua realtà, per ricordargli, come nel teatro greco, che l’astrazione alla quale ha assistito non è altro che uno specchio.

N.d.A.

I dialoghi e i commenti del regista sopra riportati sono di fantasia ma si basano su situazioni reali narrate da Monte Hellman e inserite nel ponderoso saggio Monte Hellman: His Life and Films di Brad Stevens.

La recensione radiofonica di Kevin James (personaggio immaginario) è una libera traduzione di un articolo del 1966 senza firma riportato da Variety

Purtroppo Two-Lane Blacktop non è disponibile gratuitamente in rete. E’ possibile, però, acquistare il Blu-Ray qui:

Two-Lane Blacktop

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