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Locarno 2014 – il meglio

di il 19/08/2014
 

Appena finito il Festival di Locarno, edizione 2014 di pioggia freddo, appena smaltito il mal di gola nato dalle implacabili brezze lacustri che operano tra la Piazza Grande e i luoghi (non mondani) del festival, appena rientrati da quella che per altri è lavoro ma per qualche matto (me incluso) è una vacanza di visioni in sala e fuori, collirio e pure qualche bagno al Lido (di Locarno, intendiamoci), ecco che viene il momento di raccontare, di ragguagliare, di catalogare l’esperienza, l’evento, il giudizio sullo stesso.

In un Festival in cui i premi grossi, i calibri pesanti, sono andati a cose come Mula sa kung ano ang noon (From what is before), quattro ore di ideologicamente inaffrontabile Lav Diaz (ormai di casa sulle sponde del Lago Maggiore), o alla regia di un incartato e incartabile Pedro Costa, per quel Cavalo dinhero che imperterrito nel ritmo e nella monotonia porta avanti le disavventure del suo Ventura tra ascensori e chissà che altro, insomma in un festival dove tanto per cambiare il sottoscritto non ha visto nessuno dei film premiati, da queste pagine mi picco di dare comunque qualche breve, sapido, parziale consiglio a lettori e amanti (traditi e non) del cinema. In poche parole, gli highlights del mio Locarno 2014:

 

Dos disparos

Dopo una notte in discoteca, il giovane Mariano torna a casa, taglia il prato del giardino, fa quattro bracciate in piscina e poi trova una pistola nel ripostiglio degli attrezzi. Finisce che si spara due colpi. Sopravvive, apparentemente senza grossi problemi se non per il fatto che uno dei due proiettili che dovrebbe essergli rimasto in pancia non si trova in nessun esame e il suo irregolare talento per il flauto e la musica rinascimentale ne risentono un po’. La madre presa da ansia o stress comincia a non dormire e Mariano, che tutto pare tranne che un potenziale suicida, se ne va a vivere col fratello. Altri personaggi e altre vite si incroceranno con le loro, inclusa quella del cane Yago, scappato di casa proprio il giorno dei due spari: un’autistica insegnante di musica, i bizzarri componenti di un quartetto di fiati rinascimentali, una commessa di fast food, un’aspirante musicista dalla provincia, una fricchettona con tre figli metallari e un ex marito con la passione per le auto. Il film di Martín Rejtman sbarella nel surreale del quotidiano spaesamento di un paese, l’Argentina, e un mondo in costante crisi di identità, dove forse solo l’ironia e la capacita di vedere la luce nel grigio delle giornate simili tra loro può fare la differenza. Bello, ma davvero.

 

15 corners of the world

Allargare gli orizzonti della percezione, quelli pure larghi ma fisicamente limitati della visione, e farlo attraverso il suono, la musica. La musica elettronica, la sua polifonia artificiale e tanto armonica da permettere la sensibilità di diverse angolature della realtà, protagonista di un documentario d’amore e passione viscerale riassunto in una scena che da vita al titolo e nella quale la sovrapposizione di una colonna sonora polifonica e di immagini geometriche esprimono con approssimazione ma efficacia non uno, non due, non tre, ma quindici angoli del mondo che ci circonda. Zuzanna Solakiewicz, giovane regista polacca, a ei suoi amici malati di musica elettronica e di cinema (e d’amore, come noi della cricchetta, del resto) partono e arrivano dallo scantinato della radio nazionale polacca dove Eugeniusz Rudnik negli anni sessanta ha lavorato alacre alla ribalta del suono magnetico, armato di nastri, apparecchiature marchiate Telefunken (ah, la nostalgia!) e molta passione e senso per il suono, fino a costruire dal niente una interpretazione diversa della musica e dell’armonia. Visivamente e acusticamente affascinante, intellettualmente stimolante, a volte sì, forse sconfina nel virtuosismo visivo, ma chi se ne frega, perché hai la sensazione che quel che vedi e il figlio della passione sincera dei suoi autori per quel tema, la tocchi nei fotogrammi, la ascolti nella traccia audio. E di fronte alla passione si abbassa sempre la testa, si ascolta. E ci si toglie il cappello.

 

A blast

Con una protagonista che ha come fine ultimo quello di farsi disprezzare e inseguire con odio, A blast ha l’esplosione già nel titolo, anche se a dire il vero non ho capito bene quale sia di preciso l’oggetto dell’esplodere (sospetto sia la società greca, rappresentata dalla famiglia protagonista, riassunta nel personaggio odievole di cui sopra, ma è un sospetto). C’è dunque molta Grecia qui, e c’è pure Angeliki Papoulia, attrice feticcio di Y. Lanthimos, e ho un po’ temuto spuntasse quello che a Venezia lo scorso anno fu battezzato come effetto Miss Violence (per il quale un film in se denso e capace di stordire viene sminuito dall’esistenza o dalla conoscenza di un predecessore anche più potente, in quel caso Kynodontas); e invece no, perché Syllas Tzoumerkas sta lontano dalle terre dell’illustre conterraneo e compone un ritratto fisico, carnale quasi, della schizofrenia di una persona e un paese. Un ritratto riuscito, anche e soprattutto per quel finale sospeso e quell’aura di infelicità irrimediabile che abita ogni immagine, dalla più sussurrata alle molte che invece sono urlate. A blast non è un film appassionante, che coinvolge e interessa, ma è un film vivo, pulsante, a volte inconsistente, ma sempre con l’anima in mano. Forse un po’ troppo politicamente programmatico, ma almeno qui non si può dire che il regista non avesse le idee chiare su dove andare a parare. E poi ti insegna anche come funziona la bazza dei piromani in Grecia ai fini della speculazione edilizia, quindi direi che anche dal punto di vista operativo e non solo emotivo-cultural-cinematografico uno se ne torna a casa dopo la visione con qualcosa di nuovo in mano.

 

Navajazo

Un altalena di storie di personaggi e figure idiomatiche made in Tijuana, al confine quasi tra il Messico della droga e degli ammazzi e gli Stati Uniti del muro e delle occasioni (o almeno così dicono, gli altri): un metallaro satanista, un narcotrafficante mascherato che cerca la redenzione per i suoi misfatti, un disgraziato delle baraccopoli che si aggrappa alla figlia per non essere travolto dalla vita, una prostituta americana che lavora in Messico per amore, un regista di porno che vuole filmare coppie che facciano sesso con passione, una coppia di tossici che si fan protagonisti di un porno di serie Z, un attore di action di serie C che forse sogna di diventare Danny Trejo, ma di suo per ora ha solo la faccia butterata, un barbone che vive sotto una tenda ma si picca di aiutare altri senzatetto e fare qualcosa per la comunità; Navajazo è una ferita che non si rimargina, è umanità varia ed eventuale sul limite della fine del mondo, in una ruota della fortuna che gira gira ma sembra dire solo sfiga, e al massimo quel che puoi fare è di prenderla con filosofia e tirare avanti con l’ironia. Film d’esordio di Ricardo Silva, sentito e per questo bello, senza pretese di senso e di politicizzazione e per questo anche più bello, un po’ immaturo a ben guardare, ma che arrivati in fondo non ti fa rimpianger l’oretta e mezza che ci hai passato davanti. Si porta a casa il premio della sezione Cineasti del presente, e ci può anche stare.

 

Los enemigos del dolor

In una Montevideo che sembra arenata negli anni ‘90, sbarca un bel giornata d’inverno un attore teatrale crucco mezzo strambo; è alla ricerca della sua donna, scappata di Germania non si sa bene per qual motivo. Solo, senza un soldo e con uno scarso e grezzo spagnolo su cui contare, il nostro passa dal rubare un portafogli a un metronotte a sua volta col cuore spezzato, che non lo denuncia appunto per solidarietà tra tristi d’amore, a fare la conoscenza con un senzatetto di poche rotelle a posto ma molto buon cuore, e finisce per formare insieme a loro un trio di sgangherati vendicatori degli ultimi, vendicatori di tutti noi che una volta o l’altra per l’amore e i suoi risvolti soffriamo e paghiamo pegno. I tre sgangherati vendicatori si danno come missione quella di ritrovare un ragazzino orfano del quartiere, misteriosamente scomparso, e sulla loro strada troveranno nemici aspettati e inaspettati, concludendone che se è vero che tutti a questo mondo soffrono, insieme con qualche altro animo in sincrono si soffre meno, o magari meno spesso. Altra chicca del festival di provenienza latinoamericana, questo di Arauco Hernández è un film composto, fatto di ritmo, di ironia e capace di giostrare tra il disincanto del presente e la speranza dell’avvenire. E siccome lo fa con un po’ di magia e la giusta arte, noi gli dobbiamo voler bene.

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