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Venezia 71 – Diario Giornaliero #3 ( 11° Giornata della Mostra )

di il 06/09/2014
 

La mezza levataccia si impone per potere assistere al film di Abel Ferrara su Pasolini. Le vibrazioni non sono di quelle positive e sento odore di bruciato da lontano. Il film è un groviglio di situazioni e tematiche tenute insieme con il più dozzinale dei collanti; l’unica parte che regala qualcosa è quella in cui lo scrittore viene intervistato e espone le sue idee sul mondo contemporaneo e siccome sono frasi che appartengono ormai alla biografia di Pasolini , la mano del regista conta zero. Per il resto bravo William Dafoe che si cala anima e corpo nel personaggio, aspetto cronachistico che si affaccia solo nel finale che ricostruisce brevemente la tragica ultima serata di vita e poco altro, calando pietosamente un velo sull’intermezzo surrelistico-felliniano che vorrebbe raccontare l’ultimo lavoro di Pasolini nel quale era impegnato prima di morire.
Mi aspettavo anche spunti interessanti da origliare nelle vie d’uscita , ma il film evidentemente ha suscitato poco o nulla.

Di corsa al Palabiennale per assistere all’ennesimo francese in concorso, Le dernier coup de marteau di Alix Delaporte, film che per due terzi vivacchia tra adolescenti problematici, madri col cancro, padri ripudiatori e la colonna sonora insistente della Sesta Sinfonia di Mahler che ad un certo punto diventa la protagonista assoluta della storia.
Poi la svolta, facilmente leggibile in due gesti: due cd regalati dal padre e una tosatura dei capelli stile pecora; da lì è una veloce deriva di redenzione che non convince nessuno e che lancia inesorabilmente il film verso il fondo del baratro.
Entusiasmo contenuto in sala e pericolo tangibile che lo sciovinismo francese che fa leva sul Presidente di Giuria possa dar esito a qualche premio per il film.

L’ora di pranzo è dedicata alla genialiata di Ulrich Seidl Im Keller di cui si è già parlato; brevemente non posso che rimanere estasiato di fronte al colpo di genio di un autore che da vita alle cantine, angoli dove si consumano vizi e virtù legate all’esistenza umana con una carrellata di personaggi che solo un grande regista come Seidl riesce a farci apparire quasi normali.

Altro film in concorso è quello di Andrej Konchalovskij, al quale un po’ tutti si avvicinano con speranza.
Quasi un documentario etnologico su una piccola comunità russa che vive immersa nelle foreste sulle rive di un lago, raccontata seguendo le attività di un postino e di altri personaggi (tutti rigorosamente non professionisti). Avesse avuto la forza poetica di Fedorchenko The Postman’s white night avrebbe potuto essere un gran film , ma il regista parte per fare un documentario , quasi un filmino delle vacanze, e si ritrova a seguire storie e piccoli intrecci con qualche deriva immaginifica che sembra quasi voler citare Stll Life di Jia Zhangke.
Non convince il vecchio Konchy, il film rimane fortemente inespresso, nonostante un bel paesaggio di controno e qualche bella immagine costruita bene.

Gran finale nell’intimità della Sala Casino tra quattro gatti per recuperare Flowers of Taipei, documentario della regista Hsieh Chin-lin, che con molta precisione e passione , attraverso brani cinematografici e interviste, racconta il grande periodo che fu la rinascita del Nuovo Cinema Taiwanese di cui Edward Yang e Hou Hsiao Hsien furono due fra i più importanti interpreti, senza cadere mai nell’enciclopedico e nella pedanteria storica.
E’ come sempre tardi quando si rincasa, domani gli ultimi fuochi e l’attesa per Ann Hui cresce.

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