Recensioni
1115 letture 4 commenti

Se chiudo gli occhi non sono più qui di Vittorio Moroni

di il 17/11/2014
MI PIACE

- L'essere un film adulto senza essere drammatico
- Attori italiani che recitano senza costringerti a uscire dalla sala
- Lo sguardo aperto del racconto
- Il regista itinerante

NON MI PIACE

Un certo eccesso di sottotrame

Editor Rating
IL MIO VOTO


AFORISMA
 

"La sceneggiatura non è fatta di scatole da riempire ma è una mappa per trovare il personaggio da interpretare" (V. Moroni)

 

Notte. Pioggia nell’aria. Strade che luccicano.
Esco di casa. Cinemino di quartiere. Piccolo, caldo, dove ci si da del tu, come nella canzone del Liga… pardon, del Lucia. Dentro ci trovo il regista che amabilmente s’intrattiene a parlarmi del film. Mi siedo a vedere il suo lungometraggio, anche se i metri non ci sono più.
Comodo, allungo le gambe…
Al termine ne discuto con lui e gli altri spettatori che fanno domande, criticano, mettono in luce aspetti che non avevo considerato. Una bella serata.
Che bello se la vita fosse così, col sole in fronte, come nella canzone di Travaglini

Ma è così.
Merito di Vittorio Moroni.

Capto sguardi increduli nelle pieghe spazio\tempo\utenti.
Provate.
Andate su internet, cercate il posto più vicino dove si proietta il suo Se chiudo gli occhi non sono più qui e verificate che lui sia presente. Non perché il film abbia bisogno del suo supporto. Al contrario. Quello che vuole raccontare, lo racconta, con ricchezza di particolari, in modo articolato e, forse, sin troppo eloquente. E’ che è proprio piacevole parlare con quest’uomo.
Ha un sereno entusiasmo che fa bene.
Ha amore per quello che fa e lo trasmette. Non scende dall’alto del suo ruolo per ammaestrare i lupi e predicare agli uccelli. Propone una storia e vuole vedere l’effetto che fa, come nella canzone di Jannacci.
Il film è un mezzo per entrare in contatto con la gente, più che un fine in sé.
Mai, come in questo caso, il medium è il messaggio, come nella canzone di McLuhan.

Dentro c’è il ritratto di un adolescente, Kiko, orfano di padre e schivo, che trascorre il suo tempo tra il lavoro da manovale col patrigno, le lezioni da stanco addormentato a scuola e una rituale elaborazione del lutto all’interno della carcassa di un bus. C’è un vecchio filosofo, dall’oscuro passato, che entra a forza nella vita del ragazzo per tentare di fare sbocciare in lui l’amore, la comprensione e, soprattutto, la compassione per il mondo. C’è una realtà dura, di sottoproletariato. C’è l’età scontrosa, difficile e fiabesca dell’adolescenza.
Chi l’ha attraversata senza sentirsi disperatamente solo e senza provare il senso di meraviglia e la felicità che si prova nello scoprire che altri ci sono passati e hanno trovato strade e risposte, esca dalla sala e vada a vedersi una commedia italiana in una multisala.
Gli altri, che sanno a memoria le battute di Karate Kid e hanno Martin Eden sullo scaffale, troveranno un compagno di viaggio, come nella canzone di Hans Christian Andersen.

Interpreti ottimi, sorretti dalla minuziosa sceneggiatura e, contemporaneamente, invitati a tradirla da chi l’ha scritta: l’uso del copione come mappa per arrivare a conoscere il personaggio.
Molta camera a mano, molti tasselli narrativi, quasi nel timore di non riuscire a far comprendere a fondo il mondo interiore del protagonista. Un’omissione grave: la scoperta della sessualità che, in un adolescente, è indissolubilmente legata all’irruzione della coscienza. Un finale ottimista che, personalmente, avrei omesso. Un film italiano che, per una volta, non è un insulto all’intelligenza di chi lo guarda, come nella canzone di Michael Corleone.
Tra i produttori c’è pure Rai Cinema.
Se mai la nostra TV si decidesse a passarlo e voi siete talmente apatici e disillusi, o depressi e introversi, da non volere incontrare un uomo e il suo film, concedetevi una vacanza dai talk show, sterili e deprimenti, e guardatevelo.
Echeggiando alla lontana una vecchia canzone di Sergio Leone, quando un uomo ha Vittorio Moroni al cinema che discute del suo lavoro, quello con la televisione gode meno, ma un po’ gode lo stesso.

commenti
 
Rispondi »

 
  • Bad Guy
    17/11/2014 at 18:36

    Ho già provato un mese fa, circa. Purtroppo non c’era Moroni in sala.
    Forse l’avrei visto con animo diverso. Forse.
    A me il film non è piaciuto molto, ma mi ha toccato il cuore il modo in cui Moroni segue la sua opera. Per questo non ho avuto voglia di parlarne: non coincidevano, dentro di me, il suo amore sincero e il mio disamore, altrettanto sincero, nei confronti del film.
    Comunque le tue parole sono molto sentite. E belle. Più belle del film.

    Rispondi

    • Danilo Bottoni
      17/11/2014 at 21:58

      Sì, la presenza del regista fa la differenza. Ci vediamo ogni 5 anni all’uscita dei suoi film: ‘Le ferie di Licu’, ‘Eva e Adamo’. Viene sempre. Prima portava direttamente le ‘pizze’ all’esercente.
      Vedo sovente altri registi, nel cinemino di quartiere. Quasi sempre credono di aver fatto Ben Hur e invece non arrivano nemmeno a Zorro contro Maciste.
      I film di Moroni sono onesti. Anche se non ti piacciono, convincono, hanno difetti, sono lunghi, spiegano troppo, sono spudorati nel parlare di ciò che spesso e a ragione si tace, non si può negare loro una coerenza, una visione che appartiene in toto all’autore e della quale, volentieri, ama discutere. E questo è bello. Nel cinemino di quartiere 🙂

      Rispondi

  • Bad Guy
    17/11/2014 at 22:57

    L’anno scorso venne Umberto Pasolini, nel mio cinemino quasi di quartiere. Mi piacque tanto sentirlo parlare. Secco, semplice, senza retorica. Venne a visione conclusa, per un ingorgo d’auto in città, e Still Life era già mio. Lui, dopo, fu solo una conferma.
    Non mi sono piaciuti, in questo film di Moroni, i compartimenti stagni, chiusi, la descrizione dei personaggi, rigidi, da manuale.
    Non mi è piaciuta la figura del vecchio filosofo che ‘tira fuori le cose’ dall’adolescente rifugiato nell’autobus a mo’ di Into the Wild.
    E quando fa capolino la lezione scritta sui sassi ho avuto un sussulto. Non ho creduto più a nulla. Al prima, al dopo, al cielo, alle stelle… E ho sentito la retorica paternalistica strisciante che fin lì avevo cacciato indietro. Eddai! Quella è roba che un adolescente non si fila. Roba che funzionerebbe a malapena con i pargoli introversi delle elementari. Gli adolescenti di cui ho memoria io quei sassi glieli avrebbero tirati in testa.
    Ma forse dipende dal fatto che frequento solo giovinastri incazzosi. 😉

    Rispondi

  • tanaka
    20/11/2014 at 14:42

    L’unica è una partitina ai nosh coltelli tra Pasolini e Moroni 😀

    Rispondi

Commenta e vota