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#Venezia74 – #Caniba di Lucien Castaing-Taylor and Véréna Paravel

di il 06/09/2017
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Ricordo bene la storia dello studente giapponese che negli anni ottanta, spinto dall’irrefrenabile desiderio di carne umana, uccise, fece sesso e poi mangiò la compagna di classe di cui era innamorato. Ho un’attrazione speciale per questa vicenda: una decina d’anni fa mi cimentai addirittura nell’opera titanica di tradurre in italiano i sottotitoli dello psichedelico The Bedroom, il film di video arte con questo cannibale nel cast, che recitava da protagonista. Lo commentai giudicandolo come una curiosa “violenza socio-sessuale” sul sito di riferimento in Italia per i film asiatici asianworld.it

Cito da wikipedia: “Sagawa fu dichiarato inabile a sostenere un processo ed il suo ricco padre gli fece ottenere l’estradizione in Giappone, dove venne liberato dalla custodia in meno di quindici mesi. Sagawa era già diventato una celebrità in patria per il suo atteggiamento impenitente nei riguardi dell’intera faccenda. Da allora, ha scritto diversi best-seller, ha tenuto una colonna per un tabloid nazionale ed ha lavorato come attore cinematografico“.

Il registi di Caniba in sala Darsena

Ma ora, dopo i giorni da celebrità, che fine avrà fatto? Per rispondere a questa domanda due giovani registi-antropologi hanno deciso di prendere l’aereo ed andare a casa sua. Ora è un ultrasessantenne che vive a Tokyo assistito dal fratello. Le sue condizioni fisiche e psichiche sono a brandelli. Sopravvive con handicap fisici e psichici devastanti e permanenti. Certo, è la storia di tutti gli ultrasessantenni del mondo, ma c’è un po’ più di sale: suo fratello condivide con lui la medesima passione per il cannibalismo che sfoga però su sè stesso, non banalmente sotto forma di masochismo ma più poeticamente alla ricerca del Dolore Perfetto®. Verso metà documentario invita i due registi a visionare i filmati in cui sperimenta il suo cruccio con ustioni, forchette, spilli e coltelli. Tiene a sottolineare che le candele normali non gli danno soddisfazione, non scaldano abbastanza, occorrono quelle grosse di cera che usano nei cimiteri, solo loro arrivano ad una temperatura sufficiente a farlo godere. Si accanisce sul bicipite destro con vari oggetti acuminati, si avvolge il braccio (che definisce come la sua principale fonte di piacere) col filo spinato e quando è ridotto a una specie di macinato sanguinolento ne addenta la pelle strappandone un pezzo e ingoiandolo. È stato disturbante. Quella carne martoriata e quegli incisivi non li dimenticherò. Ha ragione il mio amico a dire che con gli anni mi sono rammollito. Memorabile quando dice che durante le sue sperimentazioni si eccita e si bagna ma non eiacula, con un sorriso ammette che a volte è costretto a cambiarsi l’intimo.
Caniba è ai livelli della parte di Im keller (In the basement) in cui Ulrich Seidl mostra la mistress che con un piccolo cappio tira i testicoli del suo schiavo sessuale facendoli scivolare sottopelle fino a quasi il glande.

…resta 48 ore con la ragazza, sfogando sul cadavere le sue fantasie…

Sembra una competizione in famiglia, e non ho dubbi che in parte lo sia, ma il grande protagonista non é il fratello (che d’ora in poi chiameremo Lo Scienziato®), lui è un pivello al confronto del Cannibale: per il 75% del film infatti viene inquadrata la faccia di Sagawa. Un primissimo piano faticoso da digerire, noiosamente disturbante e quasi sempre sfocato. Mostra il manga che ha disegnato per narrare la sera dell'”incidente”, un fumetto davvero minuzioso. Occorre sorvolare sul fatto che sia realmente accaduto. Racconta faticosamente di sè, negli anni ha girato vari film, tra cui un porno che mostrano a spezzoni in cinemascope soffermandosi principalmente sulla copiosa pioggia dorata in faccia che culmina con un orgasmo stanco e sofferto. È a questo punto che con la coda dall’occhio ho visto formarsi una discreta fila di spettatori che a spintoni sgomitavano per uscire dalla sala. Sagawa ha scritto anche alcuni romanzi di successo che immagino abbiano affascinato la fidanzata/tettona/badante che inquadrano nel finale, perché credo intimamente che non sia li solo per i soldi, non in Giappone.

Durante i lunghissimi primi piani il protagonista tace, ogni tanto biascica qualcosa d’incomprensibile, chiede della cioccolata o beve piccoli sorsi d’acqua. Pezzi di cibo gli rimangono attaccati al labbro inferiore come piccole pustole immonde, c’è silenzio, l’occhio della telecamera insiste e continua ad indugiare. Dicono i registi: “Tutti hanno conosciuto il mostro da demonizzare e i media non hanno parlato d’altro ma noi volevamo osservare l’uomo”. Passano a video dei frammenti, i due fratelli ripresi da piccoli mentre giocano e ridono davanti alla videocamera 8mm dei genitori. Provi a fare connessioni causa-effetto cerchi un indizio, ma è come nuotare contro corrente perché la posizione psicologica dello spettatore in questo momento è quella del “dopo incidente” e parte quindi carica di pregiudizio. Per questo un studio antropologico di questo cannibale è pura utopia, perché l’empatia è impossibile.

..non volevo ucciderla, ma non riuscivo a trovare nessun altro modo per mangiare carne fresca di ragazza, quindi ho pensato che dovevo ucciderla…

Non capisco bene perché questo film mi abbia detto così tanto e sia cresciuto dentro di me giorno dopo giorno. Dopo tutto non fa altro che inquadrare la faccia di un handicappato per più di un’ora: di ritardati ne avevo due in classe alle medie ma mi annoiavano. L’unica risposta possibile sta nella stupida natura umana: deve sempre esserci sempre una spiegazione a tutto. Quei lunghi momenti dilatati lasciano al pubblico tutto il tempo per pensare a chi è quell’uomo e a cosa ha fatto. Il cervello si eccita a cercare anche solo il minimo indizio in una ruga, in un neo, in un’espressione o in una parola deforme. I registi fanno di tutto per non permettere all’occhio dello spettatore di distrarsi: la faccia è a volte sfocata e lo sfondo lo è sempre: non si può risalire ad alcun dettaglio. Ma le limitazioni sviluppano l’originalità e tengono il cervello impegnato. I registi non esprimono alcun giudizio e le immagini nemmeno favorendo così l’automatica speculazione cerebrale. Sfruttano con questo stratagemma la natura prevedibile e profondamente malleabile della natura umana. Bravi.

Per un approfondimento sull’argomento consiglio la lettura del romanzo Cadavere squisito di Poppy Z. Brite, M. T. Marenco

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