Angolo del tanaka
66 letture 0 commenti

#Hernest di Federico Rabacchin

di il 14/08/2018
Dettagli
 
Editor Rating
IL MIO VOTO


AFORISMA
 

“Io sono l’uomo che va e viene tra il bar e la cabina telefonica”
(Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore)

 

“Insipido” è l’aggettivo che meglio descrive l’attuale sapore esistenziale dell’occidente.

C’è abbondanza di tutto: cibo, beni, chiese, promiscuità sessuale, spettacoli. Tutto inesorabilmente incolore, privo di gioia, sbiadito. Il cibo del supermercato sa di pellicola protettiva. La moda la si può comprare anche dai cinesi o dai loro distributori nei centri commerciali. Per gli anziani cultori del brand ci sono gli outlet che vendono, comunque a un prezzo esorbitante, un’illusione patetica di status symbol. Possiamo fare yoga, recitare mantra pseudo-buddisti, andare a piedi a Compostela senza che nemmeno un briciolo del Sacro Tremendo ci sfiori. Tramite un app possiamo trovare partner sessuali per qualsiasi preferenza, avvelenando per sempre il sano desiderio col timore dello score negativo sulla prestazione. Siamo invasi da cantanti vincitori di Talent, ossia i più votati dalle masse, il cui gusto, per definizione, è quanto di meno ‘sublime’ si possa immaginare. L’offerta di intrattenimento da schermo è enorme. La necessità di riempire i palinsesti dei diversi canali e la guerra di share portano a una omogeneizzazione dei programmi la cui mediocrità è proporzionale al disturbo di attenzione del pubblico cui riferisce.

Quando i contenuti si esauriscono nel contenitore, ossia, nello specifico, quando i film horror sono tutti intercambiabili e servono solo a riempire la casella dedicata nel palinsesto delle multisala, si minano le fondamenta del genere, sia il lato esistenziale ‘’memento mori”, sia quello più prettamente antropologico del “homo homini lupus”. Un horror che rimane in superficie (la copertina, il contenitore) è un oggetto sterile, innocuo, inutile.

Hernest è sì il progetto di due appassionati dilettanti, il loro ludico dopolavoro, ma anche una reazione, una legittimazione o una deriva, se si preferisce, prodotte dalla sovrabbondanza implosiva dell’industria dell’intrattenimento. In un mondo pre-social, sentimenti come il pudore, il rispetto per il sapere, della professionalità, erano supportati dalla presenza di una gerarchia fondata, con più o meno fortuna in base agli ambiti, sulla qualità. Nell’epoca attuale, dove si è abolita la Verità e, con essa, qualsiasi forma di senso, ogni opinione, produzione di…

 

Che palle, che pistolotto e a chi frega, poi.

No, non mi diverto. Proviamo a scopiazzare, adattandolo, uno dei deliri di Sentieri Selvaggi, che mi fanno sempre molto ridere:

Hernest di Federico Rabacchin

Forse uno dei momenti cardine di Hernest sta nella trovata più ammiccante e ironicamente sgangherata del film: quei pochissimi minuti da boutade in cui appare la fallica pannocchia di granoturco il cui mistero, a detta degli autori, si svelerà solo nel prossimo sequel. Liberare un particolare intimo vuol dire uscire allo scoperto e nel momento in cui non ti nascondi più sei fottuto. Ancora una volta il controllo passa attraverso la visibilità.

L’immagine è una prigione. E chissà che in qualche modo Rabacchin non voglia provare a liberarla nella definizione sin troppo piena e nella fotografia inesistente e matrimoniale con cui è girato Hernest, al di là dell’ossessione di filmare un horror: senza alcun pudore, senza confine, neanche l’oscurità di un campo di mais scandagliato dalla visione notturna. Anche se poi la confezione di un prodotto che sia “consumabile” richiede l’intervento di una seppur minimale post-produzione. Ma, comunque, al di là di tutto, vengono in mente mille connessioni tra Hernest e i film tutti desktop e connessioni di Facebook. La nostra prima pelle, la pellicola, quella che si può immediatamente toccare, montare, violare, ferire, è diventata digitale. Forse è questo che il regista, con reiterazione ciclica, cerca di escoriare con le sue metafore fecali: se la cultura occidentale è immersa politicamente ed eticamente nel mito della “trasparenza”, la scura opacità degli escrementi, ispirandosi al pensiero di Édouard Glissant, è la caratteristica propria dell’essere umano, che costituisce l’identità del singolo e permette di riconoscere la specificità dell’Altro, che fonda il rapporto con l’Altro e, quindi, la possibilità stessa del confronto, dell’interazione, della comunicazione.

Direi che può bastare. Grazie ad Aldo Spiniello di S.S. per il saccheggio e l’ilarità.

Hernest di Federico Rabacchin

Hernest, più che un film dell’orrore è un documentario sulla vita dei giovani (?) nel “profondo est”. O forse è proprio questo l’orrore: il vuoto, che non da vertigine, della vita di provincia.

Vedendo le situazioni, i siparietti e gli imbarazzanti dialoghi dei protagonisti, per quanto artificiosi e fasulli, capiamo che il vissuto reale non debba essere poi molto differente. Forse davvero, nella realtà, una coppia si è sciolta senza alcuna ragione, come senza alcuna ragione si era formata. Forse davvero si trascorrono i giorni dentro identità di seconda mano, indossate come cappotti, scimmiottando situazioni scopiazzate dagli sceneggiati televisivi o dai cosiddetti “reality”.

Hernest è il risultato di tante serate in pizzeria, di nottate passate a scrivere e organizzare, di ricerca e motivazione degli ‘attori’ (virgolette di pudore), di giornate di riprese fatte nei giorni festivi, di ricerca fondi.

Non è un film o, perlomeno, non più di quanto lo sia un filmino di matrimonio, il cui interesse si esaurisce tra famigliari ed amici. Farne una critica è fargli un torto, come chiedere il teorema di Pitagora a un bambino dell’asilo. Ci sono alcune cose carine: il mostro, ad esempio, con le sue manone gentili, labbro leporino e naso da pugile o una certa efficacia splatter degli artigianali effetti speciali. Ma è un po’ poco. Troppo poco.

Provaci tu, allora, se sei capace. Coglione!

Ecco, no. Perché sono vecchio e ho nella testa parole scritte e storia.

Posso permettermi, però, di fare profezie.

Se vi saprete organizzare e\o se qualcuno si accorgerà che il mondo quasi sommerso della filmografia dilettante è, a suo modo, entertainment, verrà anche per voi il momento di uscire dalle sale affittate di un cinema di periferia e atterrare su qualche piattaforma digitale. Tenete duro!

Sei il primo a commentare!
 
Rispondi »

 

Commenta e vota