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#Venezia76 – They Say Nothing Stays the Same (Aru Sendo No Honashi) – Un film di Jô Odagiri

di il 07/09/2019
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Il mio lavoro è trasportare la gente, sono felice di aiutarli almeno un po’

Tutto inizia in una crosta di roccia che penetra il fiume. Su di essa si erge la baracca di un vecchio barcarolo, quasi uno straccione, che accompagna da sempre gli abitanti del villaggio da una sponda all’altra esercitando praticamente l’unico talento che la vita gli ha donato. Il suo barchino scheletrico è l’unica congiunzione tra le rive.

Per due remi ci vogliono tre giorni, per il remo singolo tre anni, diceva il mio insegnante

Il film immerge lo spettatore in un paesaggio incantato, si respira da subito quell’atmosfera magica e fuori dal tempo che solo il cinema asiatico sa regalare. Da esperto e profondo ammiratore di questa cinematografia, per me vedere Aru Sendo No Honashi è come per Mussolini assistere ad uno spettacolo di regime.

La quotidianità dell’anziano viene scandita attraverso i suoi riti: la manutenzione della barca, la scultura su legno, gli sguardi persi sulle increspature argentate del fiume e i pasti all’aria aperta col suo migliore amico: quella specie di scemo del villaggio è l’unica persona ad avere una relazione con lui al di fuori del lavoro. Lo stile di vita pacifico e il suo spirito distaccato trasmettono un non so che di rarefatto, spirituale e fatato; ma c’è un tarlo sullo sfondo che rosicchia la poesia di queste immagini e inquieta fin dall’inizio, metafora intelligente del lato scuro di quell’uomo: il lavorio brulicante e chiassoso degli operai a pochi metri dall’inquadratura, impegnati a costruire un ponte che collegherà in futuro le due sponde rendendo la vita del villaggio più comoda e ricca ma facendo al tempo stesso perdere al protagonista la sua unica ragione di vita.

Belle le idee e uno splendore per gli occhi le immagini ma, dopo una mezz’oretta, tra me e me penso: “Ora deve succedere qualcosa per forza altrimenti il film verrà distrutto dalle bastonate della noia e non lo merita“.
Così arrivano: il Mistero di una donna ferita a solleticare con un’atmosfera thriller, il dramma toccante dove un figlio desidera dare in pasto alle bestie della foresta il corpo senza vita del padre ex-cacciatore e infine la Violenza, le lame e la statuetta coperta di sangue. Il paradiso si macchia, si accende di colore e il male esplode negli incubi del vecchio in immagini lisergiche dove gli omicidi cadono sulla nuca del pubblico come una Spada di Damocle fino allora percepita solo vagamente.

Odio quel ponte, odio la gente, vorrei essere gentile e altruista, mi sforzo di crederci e di fare il mio lavoro ma continuo a pensare che gli altri siano mi siano debitori, ho speso tutta la vita per loro e non hanno mai ripagato il debito

La società giapponese in tutto il suo splendore: perfetta, gentile e quieta fuori, violenta, perversa, altezzosa e rancorosa dentro.

Il regista spende un’ora a cucire finemente personaggi semplici per poi scoperchiare il vaso di Pandora mostrando un protagonista meschino accompagnato dal suo demone bianco che lo osserva silenzioso da lontano: una presenza onirica che lo conosce e lo giudica, un tocco di follia giapponese in un cesto di petali profumati. Tutto questo a significare che, anche se il titolo fa riferimento al cambiamento, di fatto il vecchio resta sempre lo stesso, nonostante l’arrivo della modernità. Nel Q&a il regista stesso spiega questa come una contraddizione voluta.

Un film elegante, fortemente ispirato alle opere di Kenji Mizogichi, una critica amara alla velocità, alla rapidità e alla frenesia della vita imposta. Riempie gli occhi con inquadrature perfette, è un capolavoro di fotografia e ogni singola immagine potrebbe essere incorniciata ed esposta in un museo. Dopo Painted bird e Atlantis (entrambi magistrali nel comparto fotografico) pensavo di aver visto il picco ma qui siamo una spanna sopra, Aru Sendo No Honashi segna il nuovo standard di qualità con cui confrontarsi in futuro.
Bisogna dare lode al cinema asiatico perché è l’ultimo ad essere rimasto profondamente umano in un parco giochi di luci colorate, caos, fotocopie spente di format superati, telenovela e noia spacciata per autorialità.

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