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#Venezia76 – …diari da quel bell’Inferno chiamato weekend, Joker e Adults in the Room

di il 04/09/2019
 

Un non-luogo in cui il concetto di sistema e l’amara consapevolezza di viverci dentro si manifestano in tutta la loro cruda pienezza è indubbiamente la Mostra del Cinema di Venezia. Se l’anno scorso era stato il suo rigido sistema di caste tradotto in tipologie di accredito a farmi riflettere sui mali endogeni della nostra società, quest’anno mi trovo a subire più ferocemente la scansione filocapitalista del tempo in giorni lavorativi e weekend.

Quell’agenda che ci chiede di vivere pancia-a-terra da lunedì a venerdì, da settembre ad agosto, dopo cena solo divano che la sveglia è già puntata, ci concede benevolmente di godere delle nostre passioni dal venerdì sera alla domenica (a patto di non dimenticare la spesa del sabato e le feste da santificare in famiglia la domenica). Manovrati dai fili della mano invisibile del mercato, facciamo programmi per il week-end e viaggiamo ad agosto, cercando di ingurgitare il più possibile di quella libertà annotata con i numerini rossi sul calendario che, tra prezzi alle stelle, orde di gente e trappole turistiche, bisogna scaltramente saper riconoscere e strappar via con unghie e denti.

Con questo spirito, rassegnato e guerriero al contempo, mi preparo a vivere i ritagli della Mostra preconfezionati per la gente normale. Con “normale” non intendo affatto priva di psicosi, bensì con un lavoro più o meno stabile, di tipo subordinato o affini, che deve tenere il conto dei giorni di libera uscita e mantenere un equilibrio accettabile tra entrate-uscite e vita-morte. Insomma, per tutte quelle persone diverse da coloro che, liberi dalle schiavitù del tempo, inseguono per puro amore dell’arte la propria carriera di ballerini-coreografi freelance nelle varie capitali delle terre (ancora) emerse.

La Venezia76 dei giorni di festa risponde alla domanda degli obbedienti forte del suo essere fastidiosa ma irrinunciabile, un po’ come il veglione di Capodanno. Il week end si carica così di aspettative e strepiti, visibilissimi nelle lunghe e assolate code per le proiezioni, nei bivacchi intorno ai bagni, nell’assalto a caffetterie e biglietterie, nel numero di carpettare® svenute nell’attesa di quel selfie da 300 likes.

Il venerdì sera, nonostante il rush allo squillare della campanella, ricevo la prima bastonata dalla lunga fila di accreditati con priorità superiore alla mia, che mi rimbalza fuori dalla sala Darsena. Rinuncio così alla visione del chiacchierato J’accuse di Polanski, proiezione adeguatamente pre-farcita con le polemichette studiate a tavolino e servite in pasto a critica e pubblico per dar senso a tutti quei pass rossi e alle loro riservatissime poltrone. Purtroppo, questa è stata solo la prima delle porte chiuse in faccia nella sudatissima tre-giorni ma, come ho scoperto, non ogni rimbalzo vien per nuocere.

ADULTS IN THE ROOM di Costa-Gavras
Tutto ci si sarebbe aspettato dai gelidi corridoi di Bruxelles-Schumann battuti instancabilmente da completi grigi e tacchi austeri, tranne che facessero da palcoscenico a grotteschi sirtaki dei poteri forti. Le telecamere sapientemente dirette da Costa-Gavras si siedono ai tavoli delle stanze dei bottoni, restituendo al grande schermo la tensione di dinamiche torbide, fatte di promesse private e proclami alla stampa, di bisbigli all’orecchio e conversazioni blindate. Il tiro alla fune del Governo greco che cerca di lenire l’impatto delle politiche economiche della troika viene raccontato nei suoi aspetti più macchinosi e burocratici, senza mai dimenticare l’intrattenimento, anche per lo spettatore più digiuno di eurocrazia. Fuori dagli uffici preme la tragedia del popolo greco, piegato dall’austerità ed in cerca di un liberatore che non gli volti le spalle. Al loro interno, il teatro delle negoziazioni fra presunti adulti che pestano i piedi e se li pestano a vicenda, trasuda commedia ed ironia. Apprezzabilissima la somiglianza degli attori ai veri personaggi politici, che nel film vengono chiamati quasi sempre solo per nome, come fossero i soliti noti compagni di gioco. La ricostruzione dei fatti è basata sul libro di Varufakis, la prospettiva è quindi del tutto parziale: quasi in risposta ai vari scherni di Berlino verso il Partenone, i tedeschi vengono dipinti come fottuti senzakuore, giudizio inappellabile. Un ragionevole e tenero sberleffo da un paese che, più che tirare la corda, è costantemente stretto al lazo.

JOKER di Todd Phillips sta già facendo parlare molto di sé, principalmente perché è un gran bel film. Ho percepito solo una punta di delusione da chi sia aspettava un film di supereroi: occhei che siamo nell’epoca di Netflix e di Ferragnez, ma si tratta pur sempre della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, cribbio. Niente mantelli e bracciali stellati quindi, ma c’è Gotham, sempre più rancorosa e irascibile, e ci sono gli ultimi, che bramano nell’ombra il loro riscatto. In questa cornice bucolica il piccolo Arthur ambisce alla sua parte di felicità, convinto da un discutibile amore materno di essere nato per portare la gioia al mondo. “Happy”, così come lo chiama la madre, non è altro che la sua risata: una risata che da ragione di vita diventa innesco di morte. Il film, che Joaquin Phoenix deve aver anche diretto e prodotto, perché è impossibile credere che abbia la stessa paternità di Una notte da leoni 1,2,3, eccelle nella ricerca psico- e sociologica, magistralmente interpretata dal primo della classe. Anche fotografia e colore sono studiati per raggiungere standard di perfezione, la lode scivola però su qualche forzatura della trama e su qualche rivelazione a 360° gradi che offende a tradimento l’intelligenza dello spettatore medio (non americano, obviously).

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