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#Venezia73 – Il leone d’Oro 2016, Ang Babaeng Humayo (The woman who left) di Lav Diaz

di il 11/09/2016
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Ritroviamo qui quelle che sono state le due caratteristiche stilistiche della Mostra di quest’anno: il bianco e nero e il racconto di vite povere in ambienti miseri, dove la mancanza di denaro è sempre fondamentale.
Film che dura 226 minuti e racconta una storia di vendetta e solitudine, ambientata nelle Filippine di 20 anni fa.
Horacia viene scarcerata dopo 30 anni di reclusione per un crimine che non aveva commesso; una volta libera cerca i personaggi che hanno abitato il suo passato, cristallizzato al momento della sua carcerazione. Seguiamo Horacia, che diventa Patrizia per difendere il suo anonimato nella sua nuova vita, il racconto viene dilatato quasi lo stessimo vivendo con lei, sottolineato ancor di più da lunghi quadri di immagine con telecamera fissa (gli unici tre minuti in cui la telecamera si muove sono in corrispondenza al fatto più importante della vicenda, ma che avviene in un altro luogo, non sotto gli occhi dello spettatore, che ne verrà a conoscenza soltanto successivamente).
Il regista poi gioca con lo spettatore, spingendolo a supporre il ritrovamento da parte di Horacia del figlio, cosa però non vera.
Ogni figura che accompagna Horacia è teatrale, anche se appartenente ad ambiente quasi squallido: il venditore di balut, la ferrovecchi sovrappeso, Hollanda.

Il finale col girovagare di Horacia sopra i ciclostili mi ha ricordato il modo in cui termina Vive l’amour di Tsai Ming-liang, con la scena del pianto. Grande coraggio di Diaz a fare un film come questo, in cui lo spettatore viene messo a dura prova per raggiungere un grado di piacere estetico elevatissimo.

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