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#VENEZIA78 – Commenti sui premi, statistiche e molti copia/incolla dalla chat con gli Amichetti di Cinema

di il 14/09/2021
 

A cerimonia di premiazioni conclusa, la 78. Mostra Internazionale D’arte Cinematografica di Venezia ha premiato:

  1. LEONE D’ORO per il miglior film a L’événement di Audrey Diwan
  2. LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA a È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino
  3. LEONE D’ARGENTO – PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA a Jane Campion per The Power of the Dog

Che dire? Se fosse stata la giuria degli ultimi anni, il premio sarebbe andato all’ennesimo bel film di intrattenimento (anti)americano tipo Shape of water, Joker e Nomadland: Card Counter di Paul Schrader sembrava infatti non avere rivali avendo tutti gli ingredienti che negli scorsi anni avevano garantito il premio più prestigioso.
Stavolta invece c’èra un ma di tre sillabe: Bong Joon Ho, Presidente della giuria e genio capace di sorprendere il mondo intero col suo grottesco Parasite. I più colti lo ricorderanno anche per aver firmato sia The Host, un horror catastrofico con tanto di mostro gigantesco, che quel bellissimo action/fantascientifico profondamente sociologico che risponde al nome di Snowpiercer. Da lui era lecito aspettarsi un guizzo frizzante e una direzione originale, non questa manciata di premi poco coraggiosi, che non accontentano né scontentano nessuno. Dopotutto in concorso non mancavano di certo sperimentazioni artistiche che avrebbero diviso la critica e acceso dibattiti.

Il sospetto che le premiazioni sarebbero potute essere scolorite, come vecchie magliette messe al sole ad asciugare, c’era venuto quando abbiamo scoperto che tra i suoi 20 film preferiti comparivano Lazzaro felice di Alice Rohrwacher e il tombale, oggi risibile, I 400 colpi di François Truffaut. Il colpo di grazia è arrivato però in seguito, quando i giornali hanno titolato che il sogno del regista era incontrare Gianni Morandi.
Noi della Cricchetta, stoici, non ci eravamo fatti corrompere dalle voci di corridoio e abbiamo continuato a sperare fino all’ultimo che Bong Joon Ho fosse The Host vestito da Lazzaro Felice e non Lazzaro Felice vestito da The Host. Poi invece:

Leone d’oro a Happening, tutto torna.

 

Perché mi sta antipatico il vincitore? Perché è in ritardo rispetto al film del quale è praticamente un reboot non ufficiale ambientato in epoca diversa: stesso soggetto, stesso obiettivo, stesso effetto drammatico/shock, stesso srotolarsi della trama. Più che per la sexy regista francese, dispiace per chi, tra il pubblico, aveva già visto : 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu che fa il triplo più male, è girato meglio e anticipa di 14 anni il messaggio di questo digeribile ed edulcorato L’évènement. L’esplicita scena finale, messa li mirando esclusivamente alla pancia, ne urla esplicitamente l’inferiorità. In ogni caso fa sempre bene ricordare al grande pubblico quanto siamo stati scimmie e quanto un po’ ancora lo siamo, tipo a San Marino o nel Texas.

Quello di Paolo Sorrentino me lo sono perso, ma già sapere che si tratta di un film in dialetto mi fa sentire quell’odioso prurito alle nocche. The Power of the Dog di Jane Campion, invece, purtroppo, l’ho visto e, oltre al prurito, mi ha fatto anche puntare lo sguardo ai guantoni: tratta superficialmente la questione femminile e vergognosamente quella omosessuale. Scavando il fondo nel barile dei luoghi comuni, mostrando:

  • Il macho omosessuale represso
  • Il mingherlino effeminato
  • I giornaletti porno nascosti
  • Il cowboy che pianta a terra un palo di legno a gambe aperte dicendo: “mi dai una mano?“. Parole testuali, magari scherzassi.

Il film stustica insomma con allusioni sessuali di quart’ordine sfondando spesso la barriera che lo separa dalla comicità involontaria. Nonostante la recitazione divina e l’immagine perfetta, l’opera è apprezzabile più che altro per i bei nudi maschili, chiusa nel limbo dei film esili e dimenticabili.

Vabbè, facile demolire, ma voi capricciosi chi avreste voluto veder primeggiare?
Pronti con la sfilza delle statistiche! Dopo ben 53 film visti nei 10 giorni di programmazione, il podio della Cricchetta per i film in concorso è:

  1. COMPETENCIA OFICIAL di Gastón Duprat e Mariano Cohn.  Leggero e profondo. Magnifico. Uno sfottò a tutto tondo al delirante mondo dell’arte: la sua frivolezza, la sua serissima vacuità, le sue contraddizioni e assurdità. Condito da una bellezza estetica da primo della classe.
    L’industria cinematografica, intrattenimento per incolti
    Un film artistico e auto-ironico, al limite del caricaturale, che parla d’arte in una mostra d’arte, non può che essere eletto a campione. Sarà la bontà senile, ma mi sono divertito come un ebete: dopo il Cittadino Illustre del 2016, un altro gioiello di scrittura brillante.
  2. THE CARD COUNTER di Paul Schrader. Un film di buona qualità ma un po’ paraculo. Ha tutti i tasselli al posto giusto: un’America nascosta, vite lungo i bordi, il desiderio di riscatto, le ingiustizie e i campi di tortura. Ferite aperte per il pubblico USA. Puzza di Nomadland 2. Sembra che Paul Schrader abbia studiato a tavolino il perfetto film per vincere il premio (Oscar?), un po’ come aveva fatto Spielberg a suo tempo con Schindler’s List e, come lui, tutti gli altri avvoltoi che hanno vinto premi girando pellicole sull’olocausto.
  3. MONA LISA AND THE BLOOD MOON di Ana Lily Amirpour lo si guarda per la colonna sonora ma sa anche far ridere e piangere. La pellicola è un po’ meno geniale e un po’ meno romantica degli esordi, ma sempre bella punk, sanguinante e distorta. Lo schermo proietta agli occhi un numero sorprendentemente alto di scene Instant Classic. L’unico crimine che commette, se così si può chiamare, è il far trapelare che anche Ana Lily ha capito i vantaggi di avere un cospicuo conto in banca. E’ passata insomma da uccidere a innamorarsi.

 

I tre migliori film in assoluto, compresi quelli non in concorso:

  1. Cricchetta d’oro: LIFE OF CRIME 1984-2020 di Jon Alpert. 40 anni di lavoro: il sogno utopico di tutti i documentaristi raggiunto per la prima volta. Che voto dare a una vita intera? E a tre? Si potrebbe discutere per ore sulla presenza dei documentari nei festival ma il voto della Cricchetta prescinde da tutto questo e non può che essere il massimo possibile. Strepitoso, imperdibile, consigliato!
  2. Cricchetta d’argento: ATLANTIDE di Yuri Ancarani, il campione indiscusso dei primi giorni di visioni. Per la prima volta da quando è nata, la Cricchetta è stata sopraffatta dalla qualità del Cinema nostrano: 2021, l’anno dei miracoli per il vecchio stivale. Terremo il regista sotto stretta sorveglianza.
  3. Cricchetta di bronzo: COMPETENCIA OFICIAL di Gastón Duprat, Mariano Cohn. Non importa da che verso si guardino i voti, lui torna sempre.

 

Un doveroso premio speciale va dato a WELA (ANATOMIA DEL TEMPO). Al di là della media voti della redazione, questo film è stata l’opera che più di tutte ha espresso la vera essenza della settima arte. Jakrawal Nilthamrong, già regista dello strabiliante Manta Ray (Kraben Rahu) è stato l’unico da 15 anni a questa parte a costringermi a tornare in sala dopo 24 ore dalla prima visione per poter apprezzare a pieno ogni sfumatura del suo complicatissimo ed elegantissimo mosaico. E’ stato solo dopo la seconda visione che ho finalmente capito che il vuoto immenso lasciato da Tsai Ming Liang è stato finalmente riempito dal suo degno erede. Ad oggi probabilmente il regista più promettente in circolazione.

 

I peggiori in assoluto, il Cricchetta marrone va a:

    1. IL BUCO di Michelangelo Frammartino, di cui abbiamo già parlato
    2. AMERICA LATINA: la più grande delusione di #Venezia78. Il mio cuore spezzato deve controvoglia ammettere che i fratelli D’Innocenzo si sono svenduti al pubblico mainstream, somigliando ora a un Gabriele Salvatores qualsiasi, tipo quello di Io non ho paura.
      Ogni tanto ci provano, con qualche bella mano di regia o con qualche guizzo di sregolatezza, ma troppo poco o troppo tardi. Il favoloso Favolacce, romanesco escluso, resta il loro diamante. Ma poi, perchè si chiama così ‘sto film?!
    3. ON THE JOB: THE MISSING 8 di Erik Matti. Se lo avessero presentato nel modo in cui è nato per esser fruito, lo avrei apprezzato di più. Il problema non è della produzione in sè ma dei selezionatori che hanno messo in gara un prodotto nato a puntate per la TV contro film d’autore di stampo cinematografico. Mettere nella stessa arena la settima arte e le serie televisive è come dare in pasto una gallina ad un branco di lupi affamati. Ne è uscito letteralmente a pezzi, nonostante l’immeritata Coppa Volpi al protagonista.
    4. SHEN KONG di Chen Guan. Non c’è una trama, non c’è un messaggio, non c’è un film. E’ un girato amatoriale su cui spendere anche solo una parola in più sarebbe elettricità sprecata.
    5. TRUE THINGS di Harry Wootliff. Banalotto, incolto, passivo e senza idee. Tecnicamente piuttosto mediocre e non aggiunge nulla al complesso discorso sulla relazione di coppia. Mi domando, perché esiste? Forse per un riscatto sociale prezzolato dal Club delle Labbra Leporine e Gonfie Come Canotti a cui appartengono i 2 attori protagonisti? Sarebbe stato un film superfluo come tanti altri, da sconsigliare, se non mi avesse insultato a morte, alla fine, inserendo all’interno di questo porcile la perla Rid of Me di PJ Harvey. Voto 1, per punizione.

A proposito di musica, vince il premio Cricchetta Fucsia, quello per la migliore colonna sonora: MONA LISA AND THE BLOOD MOON. Un risultato non certo sorprendente visti i precedenti della regista. Ricordiamo, tra tutte quelle che sono riuscito a riconoscere grazie al fedele Shazam, questa canzone tamarrissima, nell’indimenticabile cucina fluo dello spacciatore:

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