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#Venezia74 – Cronache Marziane! La mostra ai tempi del new jersey, parte 2

di il 02/09/2017
 

Non ho praticamente chiuso occhio. C’era Padre Amorth che mi metteva la mano sulla testa salmodiando Recede Satana! Ed io mi dimenavo come un ballerino di pizzica, declamando a squarciagola tutti i titoli dei film di Muccino al contrario. Poi mi svegliavo, madido di sudore, convinto di essere alto 12 cm come nel film di Payne e di non potermi arrampicare sul wc. Per fortuna le note di Highway to Hell della mia sveglia telefonica mi hanno riportato alla cruda realtà e così eccomi sfrecciare felice verso il Lido alla ricerca del santo Graal new jersey!


Arrivo in coda per lo spettacolo della Sala Grande ed una sessantenne che non vorrei come vicina di casa sta facendo la sua migliore personificazione di Charles Bronson in Death Wish e cazzia ferocemente chiunque tenti di saltare un posto nella coda. L’atmosfera è quella giusta per prepararmi a THE INSULT, opera libanese – indovinate su cosa? – sulla convivenza difficile all’interno del mondo arabo. Il film è ben fatto, teso e molto equidistante tra le parti in causa anche se un po’ scolastico nello svolgimento. Non mi convince soprattutto la piega da legal thriller che prende da metà film e lascia una scia sgradevole di americanata. Il protagonista libanese cristiano riesce comunque a gridare più di Vincent Cassel e non è cosa da poco. Interessante soprattutto per il mercato italiano perché ricorda molto l’atmosfera all’interno del PD. Voto 3.
Appena il tempo di andare in bagno, mingere e sfilarmi la corazza da Supercinico e sono pronto per farmi travolgere dalla favolona ipercalorica di Del Toro. THE SHAPE OF WATER ha una storia esageratamente silly ed è infarcito di cliché pescati a mani basse dai b-movies di mostri e spie sovietiche degli anni 50-60. Ma sta proprio qui il gioco, nelle citazioni continue a mostri della laguna blu, King Kong o addirittura ai mélo à la Douglas Sirk, nei colori caldi, nella perfezione formale della costruzione scenica che per un cinefilo con gusti un po’ d’antan sono l’equivalente di un’abbuffata nella migliore pasticceria della città. Voto 4,5 e poi adoro letteralmente ADORO Sally Hawkins dai tempi di Happy Go Lucky.



Oggi la tabella di marcia è più implacabile di una dieta di Mességué così non riesco ancora ad assolvere i miei impegni con sua divinità il carciofo. Tempo di imparare un paio di nuovi motti romaneschi dal mio vicino di coda e sono già accovacciato per la visione di PIN CUSHION opera prima di Deborah Haywood, presente in sala assieme alle due protagoniste principali ed alla scenografa, la venezianissima Francesca Massariol. Il film è un viaggio per nulla scontato nella desolazione ed emarginazione della provincia inglese.

Ma non siamo in zona Ken Loach, qui non c’è desiderio di riscatto sociale della working class, c’è solo il disagio esistenziale e molto più universale di due donne sole che tentano disperatamente di farsi accettare da un ambiente che respinge come dei freaks chiunque si attardi ad uniformarsi. Durissimo, deprimente ed allo stesso tempo psichedelico (ci sono più colori che in un trip di Syd Barrett) e senza nessuna ricerca di pietismo facile, è un film che avrebbe potuto girare solamente un inglese. Meraviglioso cameo di tre minuti di Michael Palin che da solo vale mezzo punto in più, dunque voto 4. Applauso caloroso alla fine a tutte le artiste in sala, con le due protagoniste che piangevano come soffioni doccia.
Finalmente riesco a sedermi davanti ad uno Spritz ed a chiudere gli occhi pensando alle suggestioni della giornata. Ma c’è sempre quel tarlo che rode senza tregua, quell’assenza che si fa sempre più viva ed angosciante, più pesante di una caraffa di mercurio. I new jersey! Dove cazzo sono i new jersey? Apro gli occhi di scatto e, seduto davanti a me, c’è un sommozzatore. È in muta e pinne (tuto el parecio) e piange, stringendo in mano una bottiglia di Montenegro. “Perché piangi, amico? Cosa è successo?” sento la mia voce chiedere. E lui, tra i singhiozzi, mi racconta che sì, doveva essere un lavoro di routine, semplice controllo gli avevano detto, e così si era immerso tra le acque placide della Darsena del palazzo della Mostra poco prima dell’arrivo del taxi di Matt Damon. Ma improvvisamente era stato assalito da una nutria delle dimensioni di Mara Maionchi ed ora non riusciva più nemmeno a camminare. Mi alzo, lascio venti euro al banco e vado a casa: domani il primo film è alle 9 di mattina…

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