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#TFF37 – Made in Bangladesh di Rubaiyat Hossain

di il 04/12/2019
 

Made in Bangladesh si sviluppa nel lato oscuro dell’industria tessile bengalese e ne racconta, parzialmente, il tessuto sociale, focalizzandosi sul mondo delle operaie e quello della donna, in una realtà patriarcale secolare. Dopo un incendio in una fabbrica di magliette ed i continui straordinari non pagati, la protagonista Shimu decide che l’unico modo per avere i propri diritti rispettati è il Sindacato. Sotto consiglio di una reporter sensibile ai diritti della classe lavoratrice, raccoglie le firme necessarie per la costituzione di un sindacato di fabbrica e le consegna all’impiegata che si occupa di pratiche simili.
Durante il percorso della protagonista, emergono due temi sociali principali: la condizione delle operaie sul lavoro e quella della donna, in un ambito locale a maggioranza musulmana. Entrambe intuibilmente sfavorevoli al sesso femminile:

 

Siamo fottute da sposate, siamo fottute da nubili”, ripetono le operaie.

Le ingiustizie ci sono e sono palesi: dalle minacce di violenza e stupri da parte della sicurezza (tutta maschile) della fabbrica, al rischio di licenziamento delle appartenenti al sindacato e alla corruzione dei funzionari pubblici. Purtroppo però, il regista non ha approfondito l’impatto sociale e umano subito dalle protagoniste. Il personaggio di Shimu non è nè ben sviluppato né approfondito: una donnina guerriera che sfida il patriarcato in fabbrica ma che ancora ha bisogno del consenso del marito per fondare il sindacato. Le contraddizioni nel personaggio principale e il non aver approfondito cause&disuguaglianze nella società bengalese, impediscono a Made in Bangladesh di essere un film completato a pieno. L’idea di base sarebbe, comunque, buona nelle mani di altri sceneggiatori e un’altra regia.
A malapena sufficiente: bocciato.

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