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#Detour 2016, Festival del Cinema di Viaggio – Un happening da camera

di il 15/10/2016
 

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E’ in quell’adorabile mano sinistra di troppo che, indecisa, non sa dove stare. E’ in quel tentennamento nel parlare, con frasi scombinate che non escono mai come le si avevano in mente. E’ in quell’inevitabile rossore alle guance che il Detour Film Festival di Padova dà il suo meglio. Perché chiarisce più di ogni possibile depliant che qui non siamo tra immanicati amici di amici di registi, schiavi della piaggeria o conoscenti del produttore ignorante di turno: siamo accolti in un gruppo di appassionati che dalla cameretta si è spostato al cineforum e che ora prova a far stare in piedi un festival di quartiere con praticamente nessun mezzo se non il buon gusto nel selezionare i film da presentare al pubblico.
Essere un piccolo festival ha certamente degli svantaggi a livello di possibilità e visibilità ma ha anche il formidabile vantaggio di essere molto più elastico e malleabile rispetto alle grandi istituzioni internazionali. E cambiare è sempre eccitante, a volte significa addirittura migliorare. Cricchetta.it ogni anno segue come invitata stampa i più grandi eventi del circondario, dalla Mostra del cinema di Venezia alla festa del cinema di Roma, dal Torino Film Festival al Far East film festival di Udine. Tutti giganti dai piedi di cemento. Allora perché seguiamo il Detour in incognito, pagando il biglietto per ogni singola proiezione? Per sostenere l’ultimo fiero baluardo del modello Cineforum-Parrocchiale che si è tolto di dosso le luride mani della CEI a sporcare, censurare e imbonire i contenuti. E’ un retaggio nostrano degno di esistere, regala quel retrogusto vintage che oggi più che mai può trovare il suo spazio prezioso, la sua dignità specifica e uno zoccolo duro di fan. E’ la conservazione di una tradizione che non deve andare persa. È come se in quella costola esterna del disgustoso Multisala adiacente prendesse vita un mix tra un blog di appassionati di cinema ed un festival. Come direbbe il mio amico, il Detour ha uno stile personale o, meglio, una poetica, e chissà mai che non sia proprio questo il futuro della settima arte: Il piccolo di qualità. L’importante è stare attenti a non confondersi col grigiore delle sale d’essai.

Nell’approfondimento dello scorso anno, avevo evidenziato alcuni problemi tragi-comici che andavano ad inficiare a livello pratico il lavoro di cesello che traspariva dalla selezione dei film. Tutte cose tenere e divertenti, dalla Lovely-SignoraDeiSottotitoli® in prima fila, devota addetta alla barra spaziatrice del portatile, al presentatore che usciva dal bagno (proprio quello in basso a lato dello schermo come nei cinema di una volta) usato anche come ufficio, all’imbarazzante qualità audio/video fino al sistema di voto macchinoso. Con mia sorpresa (anche perchè nemmeno ricordo cosa ho fatto ieri, figuriamoci un anno fa) mi sono accorto che tutti i singoli punti sono stati presi in considerazione e corretti, al meglio delle loro possibilità.

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La sedia della Lovely-SDS® è ora vuota, le fanno compagnia gli organizzatori a lato del palco pronti a salirci per presentare il film. La qualità audio è finalmente perfetta e quella video lievemente migliorata, l’immagine tende sempre al grigio ed è sgranata/sfocata ma almeno a fine proiezione non ho dovuto prendere gli antiemetici come nel 2015. Bravi. La cosa che mi ha dato più soddisfazione è stato il metodo per far votare i film al pubblico, cito testualmente le mie parole dello scorso anno: “Da migliorare anche il sistema di votazione, non tanto per il far votare il pubblico al posto di una giuria quanto nel far usare la penna quando tutti sono già arrivati alla conclusione che far strappare il foglietto all’altezza del voto sia molto più veloce e pratico. Perché bastano le dita e si elimina la Signora Maria® che distribuisce penne, crea coda e poi perde la vita nell’insperato desiderio di recuperarle tutte. Ma mica le penne son li per caso: c’è un’altra cosa infatti da migliorare nel cartellino di voto, è quell’odioso retrogusto di phishing/spamming che ricopre la richiesta di scriverci sopra i propri dati personali con la scusa del premio importante che potrebbe vincere il fortunato primo estratto di turno7

Tanto di cappello per avere orecchie aguzze e voglia di accogliere i consigli per migliorare ma, non dico di invitare la redazione di cricchetta.it alla prima per stendere un tappeto rosso coperto di petali lanciati da giovani vergini in topless come sarebbe stato ovvio, ma almeno un grazie. E, voi, lettori malelingue, vi conosco, starete già pensando che quella pagina è entrata nella riunione del direttivo solo perché siamo stati gli unici a parlarne, ma non è assolutamente così! Sul Detour lo scorso anno ricordo di aver letto anche alcuni trafiletti con linguaggio preconfezionato standard usa e getta e un paio di promo. Dovrete quindi ammettere che siamo stati presi in considerazione solo ed esclusivamente perché è impossibile non accorgersi di quanto questo sia il miglior sito d’informazione cinematografica al mondo.

Ho visto sei film nel weekend:

ThuleTuvalu di Matthias von Gunten l’ho recensito qui, mette sul piatto il patetismo molle del sud contro poetica glaciale del nord. La Svizzera (madre patria del regista) non è certo un esempio di gioia di vivere o creatività artistica e questo documentario non cambia il trend. Ma ha un’idea e per questa piccola nazione è già qualcosa.

20161008_010731Mr. Pig di Diego Luna
Girato dal divo della TV Messicana, è uno di quei classici film d’essai che si vedono con piacere ma che poi si fatica a consigliare. Non ha nulla che non vada, ma neanche nulla di memorabile. E’, insomma, un lungo fiume tranquillo. Racconta gli ultimi giorni di vita di un anziano attaccato alle passioni di una vita passata: gli animali della fattoria e la famiglia. Riesce ad essere dolce, intenso e delicato pur avendo praticamente sempre un maiale all’interno dell’inquadratura. E’ un film che esemplifica con precisione chirurgica la qualità della selezione del Detour: della tinozza economica alla quale può attingere, questa è una perla. E trovare pepite nelle miniere di carbone è il godimento perverso di ogni vero appassionato di cinema.

Hectror di Jake Gavin
Un breve spaccato di vita di un senzatetto inglese che culmina con il cenone di Natale in un centro di accoglienza, unico punto sicuro e caldo dell’anno.

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Ospite del Detour l’homeless protagonista di “Hector”

Film in punta di piedi, anzi, in punta di gruccia, talmente sfiorato e leggero da finire per volare via dalla memoria in un attimo. Toccante ma non strappalacrime, ben recitato ma per nulla originale. Non ha alcun difetto tranne quello di non fornire il motivo per consigliarne la visione in particolare. So di essere noioso ma non smetterò mai di ripeterlo, anche questa pellicola è la manifestazione del fatto che al Detour si scelgono i film con amore.

Entertainment di Rick Alverson
Per i primi trenta minuti mi sono divertito parecchio, è la storia uno stand-up comedian che porta in giro uno show di cattivo gusto in locali di infima categoria, si arrabbia col pubblico, recita battute trash che non fanno ridere (e per questo così divertenti) e sprofonda lentamente sempre più in basso in un mondo marcio in cui si confondono realtà e sogno, lavoro e vita privata. Nel finale il dramma non diventa patetico ma sporco di fango, miserabile e deprimente. La qualità tecnica è ottima, le immagini ricercatissime, così come le musiche, ma il film è la classica occasione sprecata perchè il regista vuole troppo, vuole fare video-arte, vuole far ridere, vuole far pensare e vuole far commuovere. Ma non ne è capace.

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Una pettinatura come si deve in Entertainment

Così Entertainment diventa un chiaro esempio di cosa significhi il vecchio detto: “pisciare fuori dal vaso“. Un po’ più di coerenza, compostezza e meno voglia di fare il colpaccio del secolo e ne saprebbe venuto un piccolo capolavoro. Peccato.

Song of the sea (La canzone del mare) di Tomm Moore
Lodevole l’idea di garantire l’accesso gratuito in sala per la proiezione del film della domenica mattina, un po’ paraculo invece quella di proporre un cartone animato. Perchè è vero che così facendo la sala si riempie – dando soddisfazione all’organizzazione – ma lo fa di gente a cui del festival e del cinema in generale non importa nulla, come i bambini o i papà che si sentono in colpa per averli trascurati durante la settimana (per trascurati intendo ovviamente che fanno tardi con la segretaria in hotel).

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TITTI in sala per la proiezione di Song of the Sea

Per ciò che riguarda il film, lo boccio, perché usa il solito vecchio trucco odioso: nei film per bambini i piccoli protagonisti devono perdere un genitore, o il padroncino. La smettiamo di usare questo stratagemma da terzo mondo cinematografico? Se si fa leva su una reazione di “pancia” passano automaticamente in secondo piano lo stile, la poetica, il valore della pellicola e la storia. Fintanto che i registi mosci continueranno a camminare su questo solco immondo tutti i loro film entreranno nello stesso secchio d’immondizia. Il film finisce con la protagonista che preferisce vivere su un’isola deserta assieme al fratello e al cane piuttosto di una vita super-terrena in cui risplende di luce, può volare e respirare sott’acqua. Figurati. Solo questo la dice lunga su quanto, a scavare, sotto la bella patina estetica della pellicola ci sia del marcio.

Paths of the soul (Kang Rinpoche) di Yang Zhang
Ho diviso questo bel viaggio seduto su poltrone cigolanti, schiacciato psicologicamente tra una signorotta della Padova-Bene sui 35 anni con naso rifatto (che ha dormito per tre quarti di film) e una coppia di anziane (o anziani, non si capiva) che commentavano ingenuità dal basso della loro inesperienza. A questi ultimi è piaciuto soprattutto il neonato che nasce ad un certo punto: “Che tenero, che amore!“. Sulla qualità della pellicola non ci sono dubbi, siamo ai vertici di un certo modo di fare cinema, un modo che la qualità video di quello schermo da sistemare ha in parte nascosto. 20161009_220648Racconta un pellegrinaggio buddista lungo 4 stagioni in cui il regista fa gioco forza sulla potenza visiva di una Cina dalle vallate eterme, dai contrasti di colore brillanti e che vive al di fuori delle grandi città. Fatica, folclore e tradizione.
Un’opera mastodontica, un progetto ambizioso che raggiunge il primo posto di quanto visto.

In definitiva, il viaggio, che è il tema portante della manifestazione, pregna ogni singola pellicola vista? Raramente, se non in maniera lata e inteso per cavilli: quello che accomuna tutti i film è la polvere su di una strada che quasi mai viene percorsa davvero. I sogni, i desideri e le speranze infrante. E’ una metafora interessante. Dal prossimo anno, quindi, sui volantini: Detour – Il festival della polvere sulla strada.

Come sempre non son stato breve, infatti ammiro chi riesce a leggermi fino in fondo, ma c’è ancora una cosa che non posso non scrivere: per la seconda volta mi sono ritrovato stupito dalla gentilezza ed il sorriso sincero dei giovani volontari che strappano i biglietti o stanno al banchetto informazione. Nel 2016 è cosa talmente rara che sto iniziando a pensare che il direttivo utilizzi con loro lo stesso stratagemma che l’esercito americano usava coi soldati in Vietnam. Resta il fatto che, con quei ragazzi come cartina tornasole, anche se il Detour fosse un’organizzazione malavitosa controllata dalla Mala del Brenta, ne uscirebbe comunque vincitore nel Kuore® degli spettatori.
Al prossimo anno!

Tutte le info qui: www.detourfilmfestival.com

commenti
 
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    tanaka
    20/10/2016 at 21:45

    .. ” una coppia di anziane (o anziani, non si capiva)”
    Io mi annoio a rileggere ciò che, ormai di rado, scrivo. Leggo questo fondo e rido. Per questo, questo è il miglior sito. Punto.

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    • Stefania
      Stefania
      30/10/2016 at 1:25

      Ah, ma non è un concorso a punti tipo esselunga? Io leggevo fino in fondo sperando una cosa tipo ‘ogni 10 recensioni una stellina- ogni 10 stelline un premio’…è anche quasi natale….e no, dai!…ci tenevo al
      frullatore…

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        Michele Arienti
        31/10/2016 at 21:50

        Non starai mica provando a farmi credere che il premio che immagini per questo concorso sia davvero un frullatore, vero?
        Ma mi hai dato un’idea per uno dei prossimi pezzi: il frullatore in effetti ha un senso molto interessante e specifico, che va ben oltre le verdure e la maionese. Mi metto all’opera

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        • Stefania
          Stefania
          01/11/2016 at 0:28

          …non trovi che il frullatore in regalo sia il sogno di ogni mamma ultra- quarantenne? …certo, se tu ci vedi altri utilizzi che la mia fantasia fatica ad immaginare, parliamone

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