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#Cannes2019 – L’affaire Charon

di il 19/05/2019
 

20 Marzo 2019. Palais des Festivals et des congrès de Cannes. Ufficio Accrediti.

Un telefono squilla. La suoneria è Le Tourbillon di Rezvani dal film Jules et Jim.

“Sì?”

“Buongiorno, M’sieur Charon. Posso parlarle un attimo?”

“Amélie, non possiamo aspettare almeno di uscire dall’ufficio? Ti ho già detto che parlerò a mia moglie non appena…

“M’sieur Charon. Ci hanno scritto quelli de La Cricchetta.”

“Chi?”

La Cricchetta del Cinemino. Quel blog di cinema italiano, chiedono due accrediti.”

“Ma chi? Quei due deficienti veneziani con la maglietta da gondolieri?”

“Eh”

“Mandali a cagare, ci sono già troppi scrocconi italiani in giro per il festival!”

“Però gli articoli sul Festival dello scorso anno non erano male…”

“Non me ne frega niente di quello che scrivono! Vadano a vedersi quel cazzo di festival di Netflix che hanno in laguna! E poi, Amélie…

“Oui, M’sieur Charon?”

“Ma che nome del cazzo è la cricchetta del cinemino?”

 

16 Maggio 2019. Théâtre de La Croisette

Dopo un’attesa di mezz’ora per la stampa di un pass a pagamento per La Quinzaine des Réalisateursci dispiace per l’attesa ma oggi la linea va e viene, manco da Lidl – mi metto in coda per il mio primo film di Cannes 72….

 

On Va Tout Péter di Lech Kowalski. Quante volte leggendo il giornale ci capita di saltare piè pari gli articoli su delocalizzazioni, chiusure di fabbriche o licenziamenti perché troppo deprimenti o perché semplicemente ci abbiamo fatto l’abitudine? O forse perché non ci toccano (ancora) direttamente? On Va Tout Péter scava nella carne nuda, riprendendo da vicino le manifestazioni, le discussioni e blockades degli operai della G M & S, una officina con più di duecento dipendenti che produceva pezzi per Peugeot e Renault fino a quando queste ultime hanno scoperto che – mais quelle surprise! – è più conveniente approvvigionarsi all’estero. La telecamera di Kowalski ci catapulta in mezzo a cinquantenni che sanno di essere destinati a finire in mezzo ad una strada dopo decine di anni in officina, con la polizia che si comporta esattamente come ci aspetteremmo (no, non è un complimento) e Macron che dice agli operai disperati per il loro futuro: “Non sono mica Babbo Natale!” Il documentario è una vera sassata in faccia e, pur essendo il primo film del mio festival, so già che ne sarà lo zenit emotivo. Dieci minuti di ovazione alla fine della proiezione alla delegazione di operai saliti sul palco. Curioso come siano spesso filmmakers di nazioni senza tradizioni socialiste/comuniste (Kowalski è americano, come Moore) i cronisti più feroci e lucidi del fallimento del capitalismo 2.0. Forse perché conoscono bene la bestia da vicino…

 

And Then We Danced di Levan Akin è il 736esimo film di formazione gay ambientato in una società non esattamente gay friendly. Questa volta tocca alla Georgia. Il film è molto delicato, gli attori bravissimi e le scene di danza estremamente coinvolgenti. La cosa più riuscita è la dicotomia non urlata tra l’esigenza di libertà ed espressione dell’individuo e l’affascinante universo delle tradizioni locali e fortunatamente il protagonista non fa la brutta fine telefonata che ci saremmo aspettati viste le premesse. Di certo un film che non lascerà il segno.

Canción Sin Nombre di Melina León potrebbe essere tranquillamente essere ribattezzato Lima o Roma Reloaded perché è praticamente la copia carbone del film di Cuaron. A cominciare dalla sfigatissima protagonista che assomiglia non poco alla domestica protagonista di Roma. Trae spunto da un reale fatto di cronaca nera peruviana riguardante una tratta di bambini ma nel calderone finisce di tutto, da Sendero Luminoso all’ennesimo subplot gay che risulta completamente forzato. Il difetto del film è di voler mettere troppa carne al fuoco e Melina León non ha la mano di Cuaron per trovare un equilibrio coerente. Però è girato in un b&w straordinario ed il formato 4:3 da una patina vintage alle immagini che sono la vera forza della pellicola. A proposito: non so chi sia il tizio a fianco della regista ma voglio la sua tshirt immediatamentesubito. I want it real bad!

Oleg di Juris Kursietis. Se il tuffo nel poverty porn peruviano non era abbastanza, ecco un’altra storia di ordinaria disperazione ambientata a Bruxelles nel sottobosco degli immigrati dell’est europeo. Oleg, un ragazzo lettone alla ricerca di migliori fortune nel cuore della ricca e civile Unione Europea, rimpalla di disgrazia in disgrazia, da sfruttamento a sfruttamento, fino alla casa occupata da un manipolo di expat polacchi, il cui ringleader è di una tale cattiveria da risultare quasi caricaturale. Alla fine, l’ennesimo compitino in stile Dardenne, però fatto bene. L’unico vero difetto è di non dire nulla di nuovo o in maniera particolarmente originale.

Ed a proposito di cose non particolarmente nuove od originali, concludo la serata con l’altro inviato de La Cricchetta a controllare la qualità dei Moscow Mule nel pub irlandese in Rue d’Antibes…

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