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Ricordi indelebili e riflessioni semantiche dalla Mostra del Cinema di #Venezia79 – Un couple di Frederick Wiseman

di il 01/11/2022
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Sono passate già diverse settimane dalla fine di Venezia 79, ma visto che scrivo questo articolo ancora in maniche corte, con in faccia il ghigno di chi ha appena eliminato un esemplare dell’odiatissima specie zanzara dalla faccia delle Terra, oltre che dalla propria, la breve stagione della Mostra del Cinema non mi sembra poi così lontana.

Mi trovo alla giusta distanza temporale per poter soprassedere su scorni e frustrazioni relativi al sistema di prenotazione dei posti online – veri protagonisti della Mostra per il secondo anno di seguito ed ampiamente trattati dai colleghi di Cricchetta, e concentrarmi su ciò che è sopravvissuto a questi mesi di inflazione incontrollata e di inaspettate scelte linguistiche genderfluid da parte di signori esponenti politiche di estrema destra.

Tra tutti i film visti, indubbiamente UN COUPLE di Frederick Wiseman riesce ancora a disturbarmi il sonno. È ormai tradizione che la prima proiezione del festival abbia per me un effetto a dir poco destabilizzante. Pensavo ingenuamente che la subliminale esperienza del IL BUCO di Frammartino, film con cui avevo inaugurato la Mostra  lo scorso anno, mi avesse preparata a tutto, ed invece mi sbagliavo di grosso.

Come sempre, entro in sala con una sola informazione, l’unica secondo me davvero utile per approcciarsi con la giusta consapevolezza ad un film, e cioè la sua durata. Riflettendoci a posteriori, i 64 minuti indicati nel programma avrebbero dovuto suonarmi come un campanello d’allarme: troppo pochi per un lungometraggio senza una qualche pretesa di eccentricità.  Nell’entusiasmo del primo approdo al Lido, mi ero invece detta che per una volta non avrei sofferto della mezz’ora in più con cui nelle ricette cinematografiche moderne si usa diluire ogni film, ed invece mi sbagliavo di grosso.

Siccome, passata da un pezzo la soglia dei 32 anni, dal mio cervello non esce più nulla di vagamente fresco o creativo, per descrivere lo stato emotivo di quei lunghissimi sessantaquattrominuti userò il Verbo di qualcun altro. Orbene, nel viaggio di ritorno in vaporetto ho  rubato con le orecchie dalla bocca disinvolta di una giovine studentessa del DAMS questa micro-recensione:

“Amo, Un Couple mi ha fatto cringiare”

seguita dalla parafrasi:

“Perché mi ha fatto pensare ai cazzi miei”.

Concordo: impossibile non cringiare quando sullo schermo si alternavano due scene e due soltanto: una in cui l’attrice -la sola ed unica attrice, sproloquia sulle relazioni di coppia con lo sguardo fisso in camera, mentre cammina con fare solenne in giardino o è seduta allo scrittoio. Un’altra in cui vengono inquadrati, a lungo ed insistentemente, i vari elementi naturali del suddetto giardino: le piante, i fiori, gli insetti, lo stagno, immagini copiate dai biglietti di auguri di una lieta Pasqua 1962 che si trovano nelle bancarelle di antiquariato.

In quell’ora ho cringiato di brutto perché mi era impossibile non provare imbarazzo e disagio mentre ero seduta lì. Imbarazzo per me che continuavo disperatamente a convincermi che prima o poi il film sarebbe davvero iniziato e, visto che sono empatica, anche per i selezionatori della sezione Concorso, i quali, morsi dal timore reverenziale verso il regista novantaduenne, mossi da pietas cristiana o da qualche altra perversione, sì erano sentiti in dovere di inserire questa prima opera fiction del famoso documentarista. Disagio perché, mentre vedevo miei colleghi di sala via via sfilare dalle poltrone, sentivo già su di me lo sdegno di quelli che sarebbero rimasti fino alla fine dei titoli di coda e avrebbero applaudito, a lungo, questa pellicola che ero sicura, sarebbe stata presto recensita da qualche critico quale meravigliosa opera intimista, lirica e potente.

C’è anche un altro motivo, prettamente linguistico, per cui l’esperienza del film tutt’oggi non mi fa riposare serenamente. Dicendo che Un Couple “fa cringiare” perché porta lo spettatore a pensare a tutt’altro, vuol forse dire che, oltre alla visione imbarazzante, anche i pensieri che essa involontariamente evoca sono essi stessi fonte di imbarazzo o disagio (ad esempio fa pensare a cose tipo il Papa che dice che anche i preti e suore guardano i porno) oppure possono generarsi anche pensieri non cringe all’interno di un’esperienza cringe? Ossia, Un Couple fa solo cringiare o fa anche meta-cringiare?

Spero vivamente che gli studenti del DAMS leggano la Cricchetta e mi possano rispondere, altrimenti posso solo sperare nel Lungo Orecchio del Tanaka®

commenti
 
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  • tanaka
    05/11/2022 at 2:54

    Gentile Stefania.
    Eccomi provvido al suo soccorso.
    Sono certo che non ha potuto osservare il volto della studentessa mentre proferiva la frase riportata.
    Se avesse visto la sua espressione, il dilemma non si sarebbe nemmeno posto.
    La Generazione Z, a causa del blocco dei tradizionali processi di sviluppo evolutivo dovuto all’uso precoce delle tecnologie interattive, fa largo uso della olofrase (o parola-frase), come nel caso da lei rilevato.
    Per selezionare uno degli indefiniti valori semantici si affida, pertanto, al linguaggio non verbale.
    Se avesse visto le espressioni e il tono della ragazza, come ho fatto io, la frase completa, in italiano antico, sarebbe stata:
    “Amore, ho trovato “Un Couple” così noioso e imbarazzante che mi sono estraniata e ho iniziato a pensare agli affari miei”.

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