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#IFFR2019 – 4 passi di danza per combattere il gelo olandese, parte 2!

di il 30/01/2019
 

L’idea che si ha in Italia del popolo cingalese è legata soprattutto alla vendita delle rose e alla professione del lavapiatti. Questo preconcetto è completamente ribaltato da HOUSE OF MY FATHERS di Suba Sivakumaran, un film in cui la cultura e l’eleganza di certo non mancano. L’elemento principale di questa storia mistica e criptica è senza dubbio l’espiazione. Il processo catartico è incarnato da due eletti, abitanti di villaggi piccoli e poveri e membri di comunità rivali, tamil e sinhala, simbolo dell’eterna lotta che divide lo Sri Lanka.
I protagonisti devono affrontare un viaggio nella foresta dei morti per cercare di vincere gli incubi del passato, tornati a rivivere nel presente. Un film onirico, ben girato e molto difficile, soprattutto per i continui riferimenti ad una cultura semi sconosciuta in Europa.

In questi giorni ho imparato che gli olandesi sono così: compostissimi e inflessibili nelle code prima di entrare, poi piena libertà nel mangiare in sala, anche durante le visioni: la ragazza accanto a me ha tirato fuori un pentolino (di quelli che tengono in caldo le cose che portavamo all’asilo) e, quando l’ha aperto, ne è uscito un intesto odore di stufato!

THE DAY I LOST MY SHADOW di Soudade Kaadan
Sana, una madre che cresce il figlio da sola, vive i problemi quotidiani generati dal conflitto siriano: il razionamento, gli impedimenti, i check point. Ad emergere è il punto di vista dei vessati (in questo case le persone di religione musulmana), il loro ribellarsi, gli atteggiamenti partigiani. Tuttavia, l’artificio principale della storia, vale a dire la scomparsa delle ombre, non mi è parso raggiungere lo scopo di dare una lettura originale ad una narrativa già spesso raccontata. E’ un bel film, il problema sono io che mi sono un po’ stufato di vedere ambientazioni su faide nei paesi arabi.

THE MOUNTAIN di Rick Alverson
I giudizi su questo film sono nettamente divisi e più di qualcuno pensa che non sia per niente riuscito: devo riconoscere che ha parecchi difetti e qualche parte poco chiara. Nonostante questo, l’ho adorato. Favolose le immagini da manicomio che ricordano le foto di Diane Arbus, l’atmosfera lynchiana che pervade tutto il film, anche se con tinte meno oscure, e l’oscenità dell’elettroshock, rimedio utilizzato fin troppo a lungo per arginare stranezze spesso troppo scomode. Insomma, il lato oscuro degli anni Cinquanta americani, che non erano solo Happy Days, ma anche isolamenti, gente segregata, psichiatri improvvisati che decidevano della vita altrui.
Fortissima la presenza di Denis Levant, da sempre un attore maschera, un guitto che interpreta la follia nella sua dimensione più pura.
Notevole l’imperturbabilità di Tye Sheridan, protagonista che entra ed esce nel mondo della follia, alla ricerca di una madre che non riesce mai a trovare, ma che vede in ogni persona che incontra. Senza dubbio talvolta troppo colto, talvolta troppo complesso, certe immagini troppo autoreferenziali, ma davvero un bel film.

TARDE PARA MORIR JOVEN di Domina Sotomayor Castillo
Avevo visto questo film nella lista dei preferiti del 2018 del sito “Cinema e Missili” e l’avevo segnato come imperdibile nel mio programma personale del Festival. E per fortuna, aggiungo, perché mi è piaciuto davvero molto. L’ambientazione si colloca attorno ai primi anni Novanta in Cile (anche se non è mai specificato il periodo storico di riferimento, un forte indizio in tal senso è dato dalla passione di Sofia, fan scatenata della giovane Sinead O’Connor). In un villaggio isolato risiede una specie di comune: un gruppo di famiglie, ma ognuna con la propria casa (alcune di queste davvero in pessimo stato), vivono le decisioni in collegialità, votando volta per volta le soluzioni da prendere per risolvere i problemi. Adulti, ragazzi e bambini vivono in grande armonia. Siamo lontani dal Cile dei colpi di Stato, delle guerre civili, delle repressioni politiche. La sceneggiatura è ridotta al minimo, esilissima: la camera sembra quasi messa a completa disposizione di chiunque voglia recitare, cantare una canzone, apparire in una scena.
Tra i molto personaggi e le loro storie, spicca l’amore adolescenziale di Lucas per Sofia, che sancisce per entrambi l’inizio un’educazione sentimentale. Purtroppo per Lucas, un amore non corrisposto, in quanto lei è interessata a ragazzi più maturi. Il ragazzo sperimenta la classica sbandata che conosciamo tutti, per nulla diversa da quella che colpisce persone che vivono in contesti completamente diversi. Ci sono mostrati i sintomi tipici: il suo spiarla, l’essere così completamente senza speranze e nonostante tutto l’esserci sempre per lei, le diversissime intenzioni quando entrano in contatto fisico.
Ma questa, che è la storia principale, non mette in ombra tutte le altre e gli altri personaggi: la coralità è la principale protagonista della pellicola, una coralità creata magistralmente dalla regista. Tutto il gruppo tende a vivere in un limbo in cui il tempo è sospeso, dove il collante è un modo di vivere che rasenta spesso l’utopia. La dicotomia tra campagna e città è sentita moltissimo, ma non sempre a favore della prima. Sofia infatti, una volta provata la vita di paese, vuole tornare immediatamente a vivere nel mondo rurale, con la madre, famosa cantante e il cane, scappato dalla sua padroncina.
Ho invidiato quel mondo idealizzato, anche se probabilmente non riuscirei a resistere nemmeno per una notte in una situazione del genere, l’ho spiata con una certa malinconia.

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