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#IFFR2019 – 4 passi di danza per combattere il gelo olandese, la Cricchetta all’International Film Festival di Rotterdam!

di il 27/01/2019
 

Inizia splendidamente questo International Film Festival di Rotterdam: nonostante la neve che ieri è caduta copiosa, rendendo il clima abbastanza glaciale (e le strade di uno scivoloso che ci si deve attaccare ai muri), ricevo una mail dall’Ufficio stampa che mi informa che il mio nome è stato sorteggiato per la visione del film di apertura, Dirty God di Sacha Polak

Ovviamente il primo problema che insorge è: ci sarà un dress code? Il mio abbigliamento è di una miseria assoluta, ho solo un paio di scarpe da ginnastica e qualche maglione comprato col 70% di sconto!

La piccola fiammiferaia

 

Opto per un maglioncino nero ma alla fine non è stato quello il problema: sbaglio clamorosamente l’orario di ingresso e mi ritrovo a dover entrare al buio, vagando in una sala con zero posti liberi finché due favolose ragazze di colore (addobbate come Nicki Minaj) mi dicono di seguirle portandomi dentro ad uno dei balconcini, a loro detta, VIP (parecchio, ma parecchio in alto). Alla fine insomma il film sono riuscito a vederlo. Dirty God è figlio diretto del cinema di Ken Loach e Mike Leigh e narra la storia di Jade, ragazza sfigurata dall’acido dal precedente partner e padre della giovanissima figlia. L’ambientazione è una Londra molto lontana dal glamour e dalle zone in. La cosa più interessante è che invece di soffermarsi sul fatto in sé, vale a dire la violenza dell’uomo, la regista si concentra sul dopo, ovvero su come vive Jade, dal punto di vista fisico, la sua trasformazione. Mette a fuoco una ragazza che dal vivere una vita fatta di discoteche, scopate occasionali e flirt eccitanti, si trova di colpo ad essere il Mostro. Una colonna sonora pazzesca accompagna il film in maniera perfetta e l’attrice principale (Vicky Knight) è francamente straordinaria, sempre assolutamente credibile, in ogni inquadratura. A fine proiezione il film è stato lungamente applaudito.

 

Festa dopo la visione con birre as complementary, ma niente champagne. Dopo questo riscaldamento, inizia la maratona.

SONS OF DENMARK di Ulaa Salim è una finestra sul futuro dell’Italia e non solo. Sullo sfondo un leader ultra-nazionalista, sovrappeso che pare un maiale e con l’aria un po’ gigiona (si, lo so, potrebbe ricordare qualcuno) che porta avanti la sua campagna elettorale a suon di proclami xenofobi di formazione fascista e in primo piano la vicenda di Malik e Zacariah, legati a doppio filo al politico in una Danimarca che si scopre intollerante e razzista. Durante la prima ora il film è piuttosto banale, intriso di retorica su sovranismo e immigrazione, sull’Islam e le motivazioni di chi soffre, fortunatamente nella seconda parte la tensione cresce, rivelando una pellicola quasi action e il film diventa intrattenimento puro, un thriller etico, patinato e con entrambi i protagonisti assai bòni (no, non il politico).

Nemmeno il tempo di entrare in sala per un altro film che arriva l’intoppo tecnico: 40 minuti di ritardo (a botte di “tra cinque minuti apriamo”, mentre fuori nevica) per un problema all’impianto audio. Mi sa che il programma che mi ero prefissato per la giornata è già da buttare. Siamo li tutti in attesa e in fila ordinata quando finalmente riusciamo a vedere NO CORACAO DO MUNDO, di Gabriel e Maurillo Matins, un film brasiliano sulla gestazione assai lenta di una rapina. La pellicola è costellata di personaggi dal ceto sociale di un livello poco più alto delle favelas. Assisto alla loro vita di ogni giorno, dove la morte, le rapine, le pistole, le liti e le vendette sono ingredienti della vita quotidiana che riguardano giovani e persone anziane, bianchi e neri, maschi e femmine. Non ho capito se mi sia piaciuto, ma l’ho trovato comunque originale.

Il De Dolen, l’edificio principale del Festival del cinema di Rotterdam è pazzesco: enorme, moderno e con sale accoglienti. L’unico problema è che continuo a perdermici.

CAPHARNAUM di Nadine Labaki
Libano, Beirut, bassifondi dei bassifondi, quartieri in cui la miseria è inimmaginabile. Il pretesto della storia è Zain,  un dodicenne che denuncia i genitori per averlo messo al mondo. Diretto molto bene e con una buona sceneggiatura (un po’ troppo auto-contemplativa nel descrivere la disgrazia più assoluta), regge fino a dieci minuti dalla fine, quando l’incomprensibile esigenza di chiudere col lieto fine fa perdere completamente la mano alla regista: si mette a distribuire speranze a personaggi che nella vita vera possono solo sognarle.

Distributore automatico di speranze fasulle

Purtroppo questo film mi pare fuori tempo massimo, già superato a suo tempo dai neorealisti italiani. Pellicole sulla miseria ne ho viste tante e, con tutto il rispetto, questa mi ricorda certi film sull’elevazione dal fango come The Millionaire, per esempio, oppure i film brasiliani sulle favelas, quelli più patinati. E ‘ una pellicola che farà la felicità di tutti gli spettatori del cinema Dante di Mestre, soprattutto quelli dello spettacolo pomeridiano. Strepitoso, comunque, il bambino protagonista, sempre credibile, anche in scene oggettivamente pesanti da recitare.

Il freddo che mi entra nelle ossa camminando per andare da una sala all’altra si fa sentire, ho praticamente sempre i piedi congelati, e la vaga impressione di avere già perso qualche dito.

LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher
L’approccio favolistico serve per dare un taglio originale a situazioni crudeli che risulterebbero altrimenti banali. Nonostante i territori rappresentati non siano poi lontani dal mondo in cui viviamo, paiono quasi fantastici: Lazzaro è un idiota quasi dostoevskiano, un novello principe Myskin, che individua i difetti degli altri grazie alla propria semplicità (o stupidità). Il paesaggio rurale è protagonista e Adriano Tardiolo è perfetto nel costruire attorno al personaggio che interpreta quell’aura di santità assolutamente necessaria per dare vita a Lazzaro. Il messaggio equivoco su chi sia veramente buono e/o cattivo rimanda al cinema di Olmi. Straordinaria Nicoletta Braschi in un ruolo che spinge a chiedersi se non avrebbe avuto una carriera più interessante se non fosse sempre stata così legata al marito.

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