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#FEFF22 – Il primo weekend nell’appartamento del Far East Film Festival 2020

di il 02/07/2020
 

Quest’anno l’estate non è arrivata perché è sempre stato il Far East Film Festival di Udine ad aprire la bella stagione ai primi di maggio. Nonostante il gelo forzato accumulato negli ultimi mesi, oggi finalmente riesco a sentire l’eco di quei primi timidi raggi di sole: vedo il clima familiare, gli occhi frizzanti degli appassionati, gli sguardi maliziosi, l’emozionante buio in sala, i vestiti buoni stropicciati nella sacca da viaggio, la zavorra portata da casa che si stacca pian piano, gli eletti, l’abbraccio virile tutto tranne che frivolo con gli amici di sempre e il giardino assolato con le sedie di plastica, rifugio caldo che diventa sede ideale per il riposo dei guerrieri. Dio benedica il collirio, lo Spritz al Cynar, le sigarette fumate in sessanta secondi, i giri di parole, le iperboli, gli strascichi arditi della presentatrice, la pazienza dei volontari, le decorazioni fluo del teatro, il bar posticcio preso d’assalto, l’intera città in festa, i cinque caffè al giorno e lo storico B&B che se non mi sente per febbraio mi chiama preoccupato. Dio benedica soprattutto il Far East Film Festival. Anche nel 2020, in questa edizione mesta, snaturata e distante non potevo non dare il mio contributo sia economico che d’intelletto per premiare un evento che, nonostante si appoggi ad una piattaforma streaming che barcolla e tentenna sotto il peso dell’enorme esercito dei nerd filo-orientali, mi regala felicità.

Anche se la maggior parte dei film sono visibili da subito, ho cercato di seguire il calendario suggerito dallo staff, sia per evitare l’incubo di dover prendere una decisione che per non aver la tentazione di bruciarmi subito tutti gli horror, risparmiando il loro prezioso succo di gioia per i giorni di magra. Parto subito col piede sbagliato, ASHFALL di KIM Byung-seo, è un campione d’incassi coreano con effetti speciali mozzafiato e una storia ritrita/risibile. Sembra uno dei troppi action con Dwayne Johnson che uso come sottofondo alle attività di economia domestica, come stirare o lavare i piatti: puro intrattenimento con budget stellare in stile hollywoodiano. C’è a chi questo genere piace, c’è chi lo usa come antistress per spegnere il cervello un paio d’ore e, temo, c’è anche chi lo ritiene grande cinema. Proseguo con ONE NIGHT di SHIRAISHI Kazuya pensando che almeno il Giappone non possa tradirmi. Inizia infatti con una grandissima idea: una madre dice ai figli di aver appena ucciso il marito e che per far calmere le acque dovrà sparire per 15 anni, dopo esattamente 15 anni bussa a quella stessa porta. L’introduzione è potente e promettente ma nel giro di qualche minuto il film si affloscia in un dramma familiare che sembra scritto, diretto ed interpretato da Margherita Buy, e nessuno al mondo guarderebbe un film di Margherita Buy senza la minaccia di una rivoltella puntata alla tempia. One night è talmente noioso che dovrebbe essere utilizzato come sostituto alle benzodiazepine da chi soffre d’insonnia.
Ho visto solo due film e sono già in allarme rosso, urgono un po’ d’ammazzi per raddrizzare l’umore. Arriva così il miglior film visto del weekend, DETENTION di John HSU. Un horror che definire horror significa sminuirlo. E’ piuttosto una tragedia ai tempi del totalitarismo, una ribellione di oppressi, è la forza rivoluzionaria della giovinezza schiacciata dalla rigida violenza di una classe politica marcita. Il tutto condito da incubi, sangue e mostruosità digitali. E’ il miglior horror politico che abbia mai visto, forse perchè è anche l’unico a non sfociare in farsa.
Un’altra boccata d’aria fresca arriva da CHANGFENG TOWN di WANG Jing, pur coi suoi ragazzini, l’eccesso di voce narrante fuoricampo e una trama non certo scoppiettante riesce a far breccia dimostrando maestria in:

  • fotografia (davvero magnifica)
  • musiche
  • ambientazione

E’ quindi forse una una delle tante Latrine che vestono Prada™? Non ne sono sicuro, mi è sembrato schietto e, in qualche modo, vero. Il regista ha soprattutto il merito di evitare di banalizzare l’opera forzandone l’aspetto poetico/melenso, errore su cui tanti altri suoi colleghi meno talentuosi sarebbero scivolati. È, insomma, un film asciutto, piccolo e lento, con alcuni momenti azzeccati e un gran bel linguaggio cinematografico. Consigliato, ma bisogna amare la Cina rurale, la malinconia, i ragazzi di strada e le storie brevi di John Cheever. Da vedere di prima mattina, appena svegli, senza sonno.
Sbircio velocemente l’elenco dei film in concorso e vedo un nome stellare alla regia, una cosa è certa: non mi perderò il nuovo film di Johnnie To. CHASING DREAM è un musicarello leggero e colorato, è un allegro sberleffo alla frivolezza dei Millennials. E’ il To che non ti aspetti, capisco la delusione dello zoccolo duro dei suoi fan ma preferisco questa sorpresa frizzante al perpetuo reiterarsi del clichè action di, ad esempio, Herman Lau o al gigantismo di Dante Lam. Lo consiglio ma, mi raccomando, astenersi cuori di pietra.

Finisco il weekend con THE WHITE STORM 2 DRUG LORDS dell’appena citato Herman YAU. E’ un robusto thriller poliziesco che procede su binari prevedibili fino alla mezz’ora finale: dallo spettacolare inseguimento in auto dentro la metropolitana inizia un vertiginoso giro in giostra che non può lasciare indifferenti. A fine visione, però, rimane l’idea che ci sia una stanchezza creativa nell’action di Hong Kong, simile a quella dei film Marvel. Si moltiplicano talpe, doppi giochi e amicizie per la pelle ma è tutto superficiale, banale e inverosimile. Le scene finali sono una goduria per gli occhi ma i film sono e saranno sempre delle storie, almeno per me. Se la storia non c’è o è sempre la stessa diventa un film Marvel, buono solo per riempire i palinsesti dei multisala. E’, ahinoi, una crisi irreversibile, ormai o vai a fare film in Cina oppure sei un nostalgico come Herman Yau che si ostina a mantenere vivo un cinema che di fatto non c’è più: la fuga non solo di attori e registi ma anche delle crew tecniche ha reso il cinema di Hong Kong un monumento vivente che qualcuno ogni tanto spolvera per tenerlo pulito (cit.)

Bisogna in ogni caso dare a questo film il merito di aver fatto breccia, anche solo per alcuni minuti, nella scorza di marmo inossidabile di noi cricchettari, gli Andreotti della settima arte, esperti disillusi sfregiati di cinema, non era facile per uno zombie.

Devo assolutamente prendermi qualche giorno di ferie per tornare in carreggiata: questa misera manciata di film nell’intero weekend rovina la media delle 5 visioni consecutive al giorno che ogni degno militante del Far East Film Festival tiene appuntata al petto con più fierezza di qualsiasi medaglia.

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