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#Venezia79 – THE HAPPIEST MAN IN THE WORLD di Teona Strugar Mitevska

di il 19/09/2022
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Una grande sala convegni di un edificio brutalista nel centro di Sarajevo diventa palcoscenico di uno Slow Date collettivo, dove il tempo del corteggiamento scorre lento e scandito dalle domande rivolte ai partecipanti da un anonimo altoparlante.

A poco a poco l’imbarazzo tra gli sconosciuti cala e tutti sono intenti a conoscere i partner loro assegnati, questa volta non dall’algoritmo delle app di incontri, ma dagli incroci anagrafici e di preferenze studiati dai solerti organizzatori. Nella cornice di questa sala tetra, le coppie si conoscono, mettendosi alla prova in giochi di gruppo e condividendo ricordi di guerra e vita durante un pranzo, anche questo grigio. Un modo come un altro per passare una domenica in compagnia, ma c’è chi lo prende sul serio. Lei, Asja, nel suo sguardo triste e calmo, è felice di poterlo finalmente incontrare. Lui, Zoran, avvolto nei suoi tic, è li per un motivo ben preciso.

Lei vuole incontrare l’amore, lui vuole incontrare lei.

Le scene corrono veloci, infilando una domanda dietro l’altra. Fino a che, al quesito cruciale di lui, lei risponde disonesta o, forse, solamente leggera. La risposta sbagliata scatena una reazione esplosiva, la sala diventa uno scenario di guerra e i ricordi di sangue riaffiorano violenti. Una spirale di spari, un vortice di macigni da lungo tempo sepolti ci proietta nel passato di Zoran, Asja e tutti i partecipanti.

Il ricordo della guerra tra popoli fratelli raggiunge il culmine in un’esecuzione in grande stile, in cui non si capisce più chi sia la vittima e chi il carnefice. Ti chiedo perdono, lo vuoi il mio perdono? Perché il tuo dolore dovrebbe essere più importante di quello di qualsiasi altro?

Tra abbracci e rimorsi i due, a modo loro, si amano nel cesso dell’hotel e intanto si odiano: le carezze non servono a lenire le cicatrici.

E’ una risata isterica a ritrovare lo scopo della giornata, seguita dall’ingenuità che vince la malizia: “voi siete matti, pensavo fossimo qui per scopare”. La normalità di una situazione surreale: nulla è andato come doveva andare e tutto è andato proprio come doveva andare. Così, l’organizzatrice apprensiva, al termine dell’evento mal riuscito, rincorre i partecipanti, finalmente liberi di uscire da quella maledetta sala, ricordando loro di prendere i gadget della giornata e di invitandoli a lasciare il contatto per ricevere la newsletter. Così, il ballo matto di Asja, finalmente libera dal fardello di un ricordo ingombrante del passato, si scompone in una danza liberatoria tra i diciottenni divertiti.

Esci con un macigno pure tu e con il dubbio di non aver capito esattamente da che parte volevi stare.

Ma in fondo, poco importa, basta che sia finito questo strazio.

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