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#Venezia76 – Mariagge story di Noah Baumach

di il 31/08/2019
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La visione della pellicola seduta di fronte alla comodità di Netflix, immersa nella quotidianità, ti sarebbe piaciuta? È questa la domanda che l’amico Avvocatodeldiavolo mi ha rivolto all’uscita dalla sala. Ancora accecata dal chiarore del clima festivaliero non sono riuscita a rispondere in maniera convincente, il mio fievole sì era principalmente sostenuto dal fatto che, finalmente, dopo quattro film in concorso alzandomi dalla poltrona non comparisse sopra la testa la vignetta: “mah? che razza di…? ma fanno davvero?”. Una tesi difensiva decisamente inconsistente. Con la digestione del film lontana da luci, tappeto rosso, ventagli colorati, fotocamere selfie, stars e glamour, la mia arringa ha preso forma, almeno sono riuscita a convincere me stessa.

Storia di un matrimonio non è un’idea nuova, la trama è molto semplice: Charlie e Nicole stanno affrontando la fine del loro matrimonio con tutte le scocciature di avvocati, mediatori, assistenti sociali, amici e familiari che ci vanno dietro. Detta così potrebbe essere il bersaglio ideale per noia mortale e depressione-post-fine-relazione, vissuta almeno una volta dai più, sempre pronte all’agguato. E invece no, non questa volta. Noah Baumbach porta in scena il suo Kramer vs Kramer moderno, una commedia brillante scritta in maniera esemplare. Ogni battuta è incisiva e tiene alto il brio, incalza e scandisce le scene con ritmo. Non sbaglia nella scelta dei protagonisti: un Adam Driver sempre convincente nel ruolo di regista teatrale che impara a fare il papà e marito strada facendo, come chiunque; e una Scalett Johansson acqua e sapone nei panni di un’adorabile e divertente mamma che rinuncia alla sua carriera hollywoodiana per seguire il marito, la famiglia.

Il film mette in primo piano l’amore che lega la coppia e nello sfondo il dolore e la rabbia, da esso generata, che i due subiscono nella presa di consapevolezza della fine del loro matrimonio. Non ho intravisto l’intenzione fraudolenta del regista di trascinare il pubblico in drammoni familiari strappalacrime e, con un tema del genere, era facile cadere nella tentazione. Bravo.

Esilerante l’interpretazione di Laura Dern, affermato avvocato femminista, che dá colore alla sceneggiatura, non solo con le sue mise ma, soprattutto, con la sua diplomatica sfacciataggine.
Unico neo nel finale: l’intromissione di un intermezzo musicale di 4 lunghissimi minuti vocalizzato dallo stesso Driver (ancora una volta dopo Hungry Hearts, ormai è tradizione).
Sintetizzando sì, godrei della visione anche da casa, forse anche più che all’interno di una mostra internazionale d’arte cinematografica dove le aspettative sono ben altre.

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