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#Venezia83: la fine del mondo e un patatine western, Un détour par Diane

di il 14/09/2026
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Giusto qualche giorno fa scrivevo che uno degli scenari che ci prospetta il futuro è la schiavitù dell’uomo alle macchine. Nel giro di qualche ora, scopro che è più probabile che entro la fine del decennio l’intelligenza artificiale ci avrà ammazzati tutti. Non saprei dire se a questo punto sia meglio così: ci risparmierebbe bollette dell’aria condizionata, il nuovo MoSe per spostare Venezia in zone collinari, il lavoro forzato per estrarre minerali rari dalla superficie lunare. Personalmente spero che l’AI si ricordi che le ho sempre scritto prompt con tanto di ‘per favore’ e ‘grazie’.
Ad ogni modo, vivo nettamente la sensazione di aver già raggiunto l’apice della qualità della mia vita. Me lo conferma il fatto che molti dei film visti in questa edizione della Mostra mi fanno uscire dalla sala con una rassegnata sensazione di déjà vu, di concetti ed immagini serviti over and over and over again, che non saprei proprio a chi consigliare, eccetto forse a giovani vergini. Adesso capisco il concetto di crisi di mezza età, anche se purtroppo sono troppo pigra per mettermi a fare crossfit o trovarmi un amante da salvare in rubrica sotto ‘Giorgia calcetto’.

Scavando nella mestizia di questi giorni, la sezione Orizzonti mi regala un cenno del capo nella scala di apprezzamento di Miranda Priestly.

A distanza di qualche giorno dalla bozza di questo articolo, giuro, scopro che la giuria è d’accordo con me e lo premia come miglior film della sezione.

UN DÉTOUR PAR DIANE di Ann Sirot e Raphaël Balboni è uno di quei film piccoli che continua a crescere dopo i titoli di coda. Ammetto che il più grande interrogativo che mi aveva lasciato appena uscita dalla sala era il gran numero di cappelli da cowboy in testa a vari personaggi del film, pur essendo un film ambientato in Belgio ai giorni nostri. Mi sono quindi affrettata a sincerarmi che non si trattasse di uno degli ultimi diktat Bruxellesi trasposti in qualche direttiva europea, ma no, ai miei contatti eurocrati non risulta. I belgi continuano ad abbondare col gel sui capelli, ma pare che ne vadano ancora fieri e non abbiano motivo di coprirli. Mi sono poi resa conto leggendo un’intervista ai registi che la spiegazione è molto semplice: hanno voluto realizzare un film western contemporaneo. Dopo lo spaghetti western, abbiamo ora il patatine fritte western.

La pistolera dei giorni nostri è una ragazza molto assertiva che ‘un giorno come gli altri ma forse con più rabbia in corpo, pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto’ (RIP maestro). Sale così sul suo nero destriero, il pick up da maschio alpha sottratto al padre, per vendicare un abuso subito dalla madre da ragazza, che era rimasto impunito ed aveva in qualche modo plasmato l’esistenza di entrambe. Un dramma familiare insomma, ma raccontato con molta ironia ed un gusto estetico che per una volta non esauriscono ma arricchiscono la portata del film. I richiami al genere western sono in effetti evidenti e numerosi: campi lunghi per ritrarre il paesaggio salmastro del Blegio del nord, duelli madre/figlia con occhi di fuoco a rappresentare lo scontro intergenerazionale, l’eroina solitaria e vendicatrice con uno specifico codice morale a guidarla. Sebbene in alcuni punti questa del western sembra un po’ sfuggire di mano, il film si mantiene sempre egregiamente a galla grazie a dialoghi esilaranti e scene improbabili che spezzano il dramma, a cui si aggiungono momenti di ricerca artistica e di tenerezza.

Finalmente, esco dalla sala con una sensazione di appagante leggerezza.

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