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Wagner Moura lascia l’Oscar e un #Brasile che si piange addosso a suon di samba

di il 20/03/2026
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AFORISMA
 

Direttamente dal nostro inviato a Rio de Janeiro, Abelardo Zil

 

La notte degli Oscar 2026 ha lasciato il Brasile in uno stato d’animo difficile da definire con una sola parola. Non si trattava semplicemente della sconfitta di un attore in una competizione internazionale — episodio, tutto sommato, nell’ordine delle cose — ma di qualcosa di più complesso e più rivelatore: il fallimento di una strategia politico-culturale costruita con meticolosità, finanziata con denaro pubblico e promossa con un’intensità che ha finito per oscurare ciò che avrebbe dovuto essere al centro della scena: l’arte, il cinema, il racconto.

Wagner Moura era in lizza per il premio come miglior attore con il film “O Agente Secreto” (L’Agente Segreto), diretto da Kleber Mendonça Filho. La pellicola aveva ottenuto ben quattro nomination, inclusa quella per il miglior film. Eppure, a fine serata, il Brasile è tornato a casa a mani vuote. E il clamore che ne è seguito non ha riguardato soltanto la statuetta mancata, ma anche — e forse soprattutto — le domande scomode che questa sconfitta ha riportato in superficie.

Dal Capitano Nascimento a Pablo Escobar: la traiettoria di un grande attore

Per comprendere appieno le aspettative che circondavano la candidatura di Moura, bisogna tornare agli inizi della sua carriera e ripercorrere il percorso di un attore che ha saputo, in più occasioni, lasciare un’impronta indelebile nel cinema brasiliano e internazionale.

Il capitolo più significativo rimane, per molti, “Tropa de Elite” (2007), seguito dalla continuazione nel 2010: il Capitano Nascimento è un personaggio che ha travalicato lo schermo per entrare nell’immaginario collettivo brasiliano. La recitazione di Moura in quel film aveva una densità rara, costruita su una fisicità intensa, una psicologia complessa e un conflitto morale di straordinaria forza. Non era solo un poliziotto duro: era uno specchio in cui il Brasile si rispecchiava, spesso a disagio, come quando venivano accusati gli studenti di criticare le forze dell’ordine ma di finanziare al contempo gli spacciatori. Il film, peraltro, non era privo di ambiguità politiche: conteneva una critica feroce a certi settori dell’élite intellettuale progressista che discuteva di diritti umani nell’ovattato rifugio dei propri salotti, mentre la violenza urbana dilagava nei quartieri popolari. La regia di José Padilha forse spiega la poca indulgenza col potere, tant’è vero che in seguito questo regista firmò una serie sull’inchiesta Lava Jato che aveva portato il presidente Lula in carcere.

Il ruolo di Pablo Escobar nella successiva serie televisiva “Narcos” (Netflix, 2015–2016) ha proiettato Moura su un palcoscenico internazionale. La sua interpretazione del narcotrafficante colombiano era una prova di equilibrio sottile tra carisma e brutalità, paranoia e magnetismo. Il mondo scopriva un attore brasiliano capace di sostenere il peso di una produzione americana di alto profilo, recitando in spagnolo con una credibilità che ha sorpreso anche i più scettici, seppur già si intravedeva uno sguardo non più diretto alla scena, ma al pubblico. Seguirono altre prove, in “VIPs” e in “O Homem do Futuro”, che mostravano un’ulteriore versatilità: la capacità di muoversi tra dramma psicologico, commedia e fantascienza.

È proprio questa traiettoria luminosa che rende “O Agente Secreto” un capitolo parzialmente deludente per molti osservatori. Non per mancanza di talento, ma per mancanza di materiale all’altezza. Il film di Mendonça Filho è tecnicamente corretto: la ricostruzione d’epoca è accurata, la fotografia è rigorosa, l’apertura costruisce una tensione efficace. Ma poi il film si perde in quella contemplazione lenta e cumulativa che caratterizza il regista, apparizioni e sospensioni incomprensibili, con sequenze che sembrano esistere più per alimentare l’atmosfera festivaliera che per sviluppare personaggi o narrativa. Il risultato, come è stato osservato da più parti, è un’opera che solletica i critici accademici e i circuiti dei festival, ma che difficilmente dialoga con il grande pubblico e che, tra trent’anni, difficilmente sarà ricordata.

La vicenda Moura non può essere compresa senza inquadrarla in un contesto più ampio: la profonda trasformazione che le grandi premiazioni cinematografiche hanno subito negli ultimi decenni, da celebrazioni dell’arte a qualcosa di assai più simile a tribune politiche.

L’Accademia che assegna gli Oscar è cambiata radicalmente nella sua composizione. Il numero dei votanti è raddoppiato nell’arco di un decennio: erano poco più di cinquemila nel 2015, oggi sono oltre diecimila. Con questa espansione sono mutati anche i criteri di valutazione. La cosiddetta “rappresentatività” — di schermo, di temi, di narrazioni — è diventata uno degli assi portanti del sistema di selezione. Le quote di inclusione per gruppi considerati sottorappresentati sono entrate nelle regole della competizione, al punto che, come qualcuno ha ironicamente osservato, un regista del calibro di Spielberg potrebbe oggi avere difficoltà a entrare nella lista dei finalisti se non rispetta determinati parametri di casting e composizione della troupe, aggiungendo un nano cieco e una segretaria negra e lesbica.

Parallelamente, le cerimonie stesse si sono trasformate. Il tappeto rosso è diventato un’estensione del dibattito politico globale, e i discorsi di ringraziamento sono spesso l’occasione per dichiarazioni militanti su temi che vanno dal cambiamento climatico alle politiche migratorie, dalla critica al capitalismo alle prese di posizione sui governi. Tutto ciò accade, non senza una certa ironia, all’interno di un apparato industriale miliardario che si dichiara ecologista — ma con orologi da centinaia di migliaia di euro, smoking firmati, hotel di lusso, cene con produttori e distributori, nonché spazzatura selvaggia tra le poltroncine di velluto — e che rappresenta uno degli eventi più citati del pianeta. La critica al capitalismo, dunque, viene affidata allo stesso capitalismo per essere amplificata.

In questo contesto, la campagna promozionale di “O Agente Secreto” si inserisce in modo emblematico. Non si è trattato solo di promuovere un film: si è costruita una narrativa politica, ancora una volta quella della dittatura militare brasiliana come tema universalmente comprensibile e politicamente corretto in un’Accademia sempre più sensibile a certi segnali. Il film ha ricevuto un’attenzione sproporzionata rispetto ai suoi meriti artistici intrinseci, grazie a un lavoro di lobby internazionale. Come è stato detto apertamente: chi ha curato la campagna promozionale meriterebbe un Oscar, se ne esistesse uno per le pubbliche relazioni.

La contraddizione più evidente, però, sta nel fatto che questo tipo di campagna — fatta di cene, regali a critici e influencer, spazi nei talk show americani, interviste calibrate — costa enormi quantità di denaro. E quando quel denaro non viene dalle tasche dei produttori privati ma dal contribuente brasiliano, la questione smette di essere solo estetica e diventa anche contabile.

Soldi pubblici, silenzi politici e l’ombra di Lula

Secondo quanto riportato dalla stampa brasiliana, “O gente Secreto” ha beneficiato di almeno 16,3 milioni di real di fondi pubblici. Non si tratta di un caso isolato: l’anno precedente, il film “Ainda Estou Aqui” (I’m Still Here) ancora incentrato sulla immortale epopea del regime militare, premiato con l’Oscar per il miglior film internazionale e il Golden Globe per la miglior attrice a Fernanda Torres, aveva ricevuto 36 milioni di real dalla BNDES — la Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale — a fondo perduto. L’investimento pubblico nel cinema non è di per sé scandaloso: molti paesi sostengono la propria industria culturale. La questione è l’orientamento tematico e ideologico di questi finanziamenti, e il silenzio di Moura e dei suoi colleghi su temi ben più urgenti e concreti che riguardano il Brasile contemporaneo.

Mentre Moura denunciava con veemenza dal palco dei Golden Globe l’ex presidente Jair Bolsonaro — definendolo implicitamente responsabile di un presunto ritardo culturale del paese e dell’assenza di riconoscimenti internazionali — il Brasile di oggi, quello governato da Luiz Inácio Lula da Silva, affronta scandali di dimensioni ben più disumane. La corruzione colossale e impunita che sventra sanità, educazione e pensioni, i legami oscuri tra il governo e la criminalità organizzata che ne alimenta il bacino elettorale, gli aiuti a regimi socialisti stranieri a fondo perduto, le tensioni istituzionali di apparati dello stato che blindano le proprie connivenze con organizzazioni malavitose note: tutto questo è rimasto abilmente fuori dai discorsi di Moura. La dittatura militare degli anni Settanta — tema del film — è un argomento politicamente sicuro in certi ambienti internazionali; il governo Lula e gli interminabili scandali suoi e dei suoi familiari sono un terreno assai meno frequentabile per chi vuole restare nelle grazie del potere e continuare a ricevere finanziamenti pubblici.

L’ironia storica è pesante. L’attore che ha interpretato il Capitano Nascimento — un personaggio che nel film criticava duramente certi settori dell’intellighenzia progressista, troppo occupata con le proprie narrazioni ideologiche per fare i conti con la realtà — oggi si trasforma in uno dei volti più riconoscibili di quella stessa intellighenzia. Mentre il regista Padilha di Tropa de Elite è oggi costretto a vivere all’esterno per sfuggire alle rappresaglie.

Ma si sa: quando c’è chi paga bene il coro, c’è sempre chi canta più forte. Il legame tra finanziamenti pubblici, narrazioni politiche gradite e promozione internazionale non è una teoria del complotto, ma un sistema codificato e finanziariamente tracciabile. La Legge Rouanet — principale strumento brasiliano di incentivo alla cultura tramite esenzioni fiscali — è al centro di accesi dibattiti da anni per le distorsioni che produce, concentrando risorse su produzioni vicine all’establishment culturale e politico, mentre la filiera produttiva vera, quella dei tecnici, dei costumisti, dei fonici, resta ai margini del lauto banchetto.

C’è una domanda latente: perché un paese della complessità, della grandezza e della creatività del Brasile continua a raccontarsi attraverso un repertorio tematico così ristretto? La dittatura militare, la miseria del Nordest, la violenza urbana. Temi socialmente rilevanti, certo. Ma un paese di duecento milioni di persone, con una storia centenaria di incontri culturali, una biodiversità unica al mondo e una modernità contraddittoria e affascinante, non ha altre storie da raccontare?

Dove sono grandi thriller politici ambientati nel presente? I film di fantascienza? I drammi storici che esplorino il periodo coloniale, l’impero, le battaglie per le terre sudamericane? Le storie di scienza, tecnologia, avventura intellettuale? Perfino la commedia sofisticata, genere in cui il Brasile ha una tradizione ricca, sembra scomparsa dalla vetrina internazionale, fagocitata dalle trite telenovelas della signora Dolores. Mentre il cinema argentino — con figure come Ricardo Darín — riesce a costruire opere che parlano all’umanità senza necessariamente cercare il favore di Hollywood, il cinema brasiliano di punta sembra prigioniero di un ciclo autoreferenziale in cui il tema scelto è già di per sé una candidatura all’applauso della critica internazionale. Una bolla piccola piccola.

La notte degli Oscar passerà, come passa ogni anno. Wagner Moura tornerà a recitare — e probabilmente lo farà ancora bene. Il cinema brasiliano produrrà altre opere, alcune delle quali meriteranno attenzione. Ma la sconfitta del 2026 lascia qualcosa di più di una delusione sportiva: lascia domande amare. Sul rapporto tra arte e militanza. Sulla capacità di un sistema culturale di autocriticarsi quando è troppo vicino al potere.

Il cinema, quando è grande, non fa campagna elettorale. Racconta storie vere. E le storie vere non hanno bisogno di milioni di real di fondi pubblici per trovare il loro pubblico. Si fanno strada da soli, nel silenzio delle sale, come fanno le cose che contano davvero.

Io voglio applaudire qualcosa di nuovo.

 

Rio de Janeiro, 17 de março 2026

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