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#Venezia83 – Sul libero arbitrio, Ink di Danny Boyle

di il 08/09/2026
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Mi accomodo su una poltrona perfetta, è vicino all’uscita d’emergenza: ottima per scappare in caso di noia mortale. Davanti c’è un’anziana col busto a botte non più alta di un metro e cinquanta che mi regala una visuale ideale. Poi lo sento. Quell’odore acre di camicia sudata il giorno prima e indossata nuovamente. Acido. Chimico da dare alla testa dopo pochi respiri. Sono sempre stato pavido ma stavolta lo faccio, decido di alzarmi e trovare un altro posto quando la sigla della Mostra del cinema inizia a fare capolino sullo schermo. Perché una volta veniva cambiata ogni anno e ora è sempre la stessa da non so più quanto? E’ la sacrosanta povertà italica?
Scruto l’orizzonte stringendo gli occhi e ne vedo un’altra, non è male, c’è uno spilungone davanti ma posso adattarmi, mi accomodo. Poi lo vedo, stringe in pugno un pacchetto di fazzoletti, inizia a tossire e starnutire mascherando la cosa come se stesse schiarendo la voce. Gli occhi lucidi, gonfi e nemmeno l’ombra di una mascherina, l’untore. Eh no, cazzo, non mi distruggerai una delle più belle settimane dell’anno col tuo fare irresponsabile, mi rialzo che i titoli di testa già scorrono.
Chiedo a una maschera di accompagnarmi al buio, l’età mia fatto praticamente cieco e se dimentico gli occhiali divento all’istante handicappato grave. Mi fa sedere quasi in prima fila, di lato, vedo l’orizzonte del Mondo incurvarsi prima della fine dello schermo. Alla mia sinistra, immobile come un totem, c’è una megera completamente coperta da una mastodontica Pashmina e avverto subito l’odore di naftalina, come da nonna morta e poi resuscitata per l’occasione. Il coraggio non basta più a questo mondo, resto li e il film è iniziato.

Ink segna il passaggio dall’epoca conservatrice a quella progressista, se così si può dire sfrondando le due parole dai risibili significati attribuiti loro dalla polemica politica moderna, del tutto simile oramai al tifo calcistico. Lo fa dalla prospettiva del mondo del giornalismo, raccontando il passaggio dall’integerrima compattezza, dalla scrupolosità e dalla seriosa informazione di un tempo — gelosamente custodite dentro la propria casta — all’ardita sfacciataggine dei giornali che ebbero l’impudenza di spalancare le proprie pagine a quel baraccone di gossip, scandali e frivolezze con cui ancora oggi si inebria il popolo bue. Anche solo scrivere articoli su quell’immondo bidone dell’immondizia che era già all’epoca la TV era di per sè qualcosa di inaudito.
Posso solo immaginare cosa penserebbe oggi il direttore del Daily Mirror dell’approdo finale di questo percorso: un mondo schiacciato in ginocchio dall’avvento dei Social, nel quale l’informazione sembra esistere ormai soltanto per fare cassa, facendo leva sulle fragilità di persone accuratamente profilate nei server di pochi, giganteschi colossi tecnologici. Un mondo in cui tutto deve essere bianco o nero, dove è impossibile ogni tipo di approfondimento, dove ogni sfumatura viene cancellata e ogni posizione ricondotta a uno schieramento. Dove vige l’impossibilità di un confronto autentico e le idee vengono compresse dentro un mero bipolarismo (cit.).
Eppure è proprio nelle sfumature che si dipana l’esistenza e, ancora di più, l’Arte. È nell’incertezza, nelle contraddizioni, nelle zone grigie, nella possibilità di cambiare idea e di osservare da una prospettiva più ampia che dovrebbe vivere l’informazione. Quando tutto diventa bianco o nero, non si ha più una realtà da comprendere ma al massimo da consumare.

C’è una frase che chiarisce la filosofia che sta alla base del film e di cui è il passaggio chiave. Recita più o meno così:

Non sei il primo ad aver pensato che vendere notizie di gossip, scandali e ragazze mezze nude dentro un giornale fosse la porta per il successo commerciale, sei solo il primo a non preoccuparsi delle conseguenze.

Come a dire, cosa succede quando l’avidità e la bramosia di potere spazzano via il rigore dell’informazione e l’impegno culturale, rimpiazzandoli con intrattenimento spicciolo che pende dal labbro degli istinti più bassi? ​Lo spettatore di oggi, immerso nella visione, ne conosce già l’esito: si ritrova nella posizione di un alieno del futuro che assiste, impotente, alla genesi del proprio declino. Rimane quindi solo un’ultima domanda retorica, o forse è sempre la stessa:

Dopo oltre cinquant’anni di demolizione socio-culturale per meri profitti personali o vantaggi politici, come siamo messi?

Credo sia questa la domanda di Boyle, ed è la presenza stessa di una domanda a giustificare l’esistenza del film. La risposta del regista è semplice:  la mancanza lungimiranza, di visione globale e l’arrivismo hanno determinato una società medio-borghese più frivola, isolata nel proprio micro-cerchio di competenze, disinformata e senza scrupoli. Quindi? È tutta colpa di Rupert Murdoch e del suo Tabloid? O la colpa è di chi ha aperto il portafogli in edicola facendo diventare The Sun il giornale più venduto al mondo nei suoi dieci anni d’oro?
Il popolo ha una scelta o è davvero così semplice da circuire?

Un messaggio banale? Forse si, ma non per tutti. Oggi la società è peggiorata? A me non sembra, è solo più abituata a mangiare spazzatura ma, oggi come allora, c’è sempre una scelta. Ci sono ancora persone coscienti e colte, la differenza è che se l’informazione di qualità prima era veicolata dall’alto, ora va cercata proattivamente dal basso. Meglio quindi il libero arbitrio che ha portato con sè il Sun o il sonnolente ed impeccabile sentiero predefinito e uniformato del Daily Mirror? I chierichetti cresciuti ricorderanno che la questione è già stata ampiamente approfondita dalla religione, non è certo un tema moderno, il dubbio rimane: meglio obbligare a fare il volere di Dio (sperando che sia davvero infallibile come dicono i suoi fan) o meglio far conoscere il suo volere e poi lasciare scegliere la Via alle singole persone? Insomma, Lucifero – la stella del mattino – o il Redentore? Impero o Repubblica? Spade laser rosse o blu?

Alla fine l’evoluzione delle società è tutta qui.

Urge ribadire, perché non vorrei che una lettura distratta potesse far inciampare, che nella metafora il Daily Mirror è Lucifero, mentre il The Sun è il Cristo che porta il libero arbitrio.

In conclusione, è davvero un film cosi cosi vuoto, come si legge in giro? Secondo me l’abbaglio nel considerarlo tale dipende dalla dinamicità della messinscena, dal ritmo incalzante e dalla scelta musicale. L’originalità scoppiettante delle immagini, simili a quelle di uno spot adrenalinico, costringere lo spettatore a socchiudere gli occhi per notare i pregi e sbirciare sotto il testo.

È un film dalla doppia faccia, lo si può usare per lavare i piatti in una serata piovosa prima di andare a dormire ma anche per un’interessante serata Cineforum col gruppo di amichetti Nerd di cinema, anche solo per demolirlo dopo la visione davanti a un tulipano di Suntory Whisky invecchiato quarant’anni e solo leggermente annacquato da un goccio di minerale.

1 commenti
 
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  • Abelardo Zil
    08/09/2026 at 12:32

    Come dicono i carioca, “sempre mejo ci@v@r, ci@va@rsene, e no farse ci@v@r…”. La moderna saggezza del tropico…

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