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#Venezia83, e si va subito in terapia: TOO MUCH SUGAR di R. Greene e MR. NELSON, DID YOU KILL PEOPLE? di S. Tsukamoto

di il 04/09/2026
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Evidentemente non capita solo alle femmine in crisi.
Elaborare un trauma, sviscerare le proprie emozioni, cercare validazione esterna: qualunque sia la motivazione, anche gli uomini dai bicipiti possenti sentono talvolta il bisogno di accedere ad un percorso psicoterapeutico.

Nel documentario TOO MUCH SUGAR di Robert Greene, l’irriducibile Ryan cerca di rimodellare la propria immagine di ex-galeotto seminatore di fecondità attraverso la telecamera. Vuole girare un film per dimostrare che in fin dei conti è sì padre di 6 figli avuti da 5 donne diverse nei brevi periodi di scarcerazione, ma che è un buon padre e che fa del suo meglio. Il regista glielo lascia fare, o più che altro glielo lascia credere, coinvolgendo nell’operazione tutte le persone che condividono la sua quotidianità. Diventa così un lavoro metacinematografico in cui ‘il film di Ryan’ viene rimaneggiato e sconsacrato dai suoi familiari ed amici che ridimensionano con onestà ed ironia l’intento di autoaffermazione del capofamiglia narciso. Un figlio sberleffa le massime auto-motivazionali alla Rocky, un altro dispensa ammirevoli espressioni di consapevolezza emotiva dall’alto del tetto che sta saldando, la compagna di Ryan, l’ultima della lista, cerca nella telecamera un’ancora per ottenere anche solo un briciolo di sincera redenzione dal suo uomo e salvare la relazione. Mentre l’immagine di Ryan good guy® vacilla, alle persone che gli stanno intorno viene data la possibilità di creare il proprio film, cioè di rappresentare i propri sogni. Sebbene questa parte ‘confessionale’ del documentario abbia messo a dura prova la mia pazienza e fatto uscire più di qualcuno dalla sala, recupero l’attenzione con la sua evoluzione. Ciascun ‘film nel film’ caratterizza chi lo sceneggia: c’è chi vuole fare della propria un horror, giusto per divertirsi un po’ prima di lasciare questo mondo, chi si vede super(er)oe, chi vuole sovrascrivere un brutto ricordo e andare avanti. Il potere terapeutico della rappresentazione viene qui portato al massimo: mi fa venire in mente un’ insegnante di teatro che mi confidava che la maggior parte degli studenti che si iscrivono avrebbero bisogno di uno psicologo, piuttosto. Visto nell’insieme, un bell’esperimento che non si prende troppo sul serio.

Un percorso terapeutico più tradizionale si dipana in MR. NELSON, DID YOU KILL PEOPLE? di Shinya Tsukamoto, attraverso cui il veterano Allen Nelson cerca di sconfiggere il bagaglio di demoni souvenir che si è portato dal Vietnam. Il film alterna la narrazione della guerra e del processo di disumanizzazione del nemico, in cui Tsukamoto spennella la sua arte splatter (ma in modo senilmente abbozzato, mi dicono gli esperti), al percorso di redenzione che l’ex marine compie ormai disarmato dal divanetto dello specialista. Sembra quasi di vedere il ritorno ad Itaca che alcuni avrebbero preteso da Nolan (il riferimento sarà presto svelato dalla Cricchetta, watch this space): il difficile e tormentato distacco dal trauma e l’impossibile ritorno alla vita normale, troppo normale per essere sopportabile da una coscienza agonizzante. Come nel documentario di Greene, torna la rappresentazione come pratica taumaturgica, (scusate il termine): Mr. Nelson scopre che raccontare la sua storia ad un pubblico è sì maledettamente faticoso, ma anche straordinariamente benefico. I ricordi materializzati in parole diventano più sopportabili e la speranza, o l’illusione, di portare un messaggio a chi ascolta aiuta a rammendare una coscienza in pezzi. Essendo un film tratto da una storia vera, mi è venuto da chiedermi se, con più Mr. Nelson, ci sarebbero state meno guerre e meno stronzi, ma lascio che la mia domanda naïf soffi nel vento. Ryan ed Allen hanno tanto da spartire: provengono da contesti poveri e violenti, con famiglie disfunzionali, come si dice adesso: cioè con padri assenti o che picchiano la madre.

E’ curioso constatare che in entrambi i film, le donne che accompagnano i protagonisti finiscano per fare la stessa scelta.

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