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El Pampero Cine raccontato come El Pampero Cine (con sottotitoli) – SECONDA PARTE

di il 08/03/2026
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IL MIO VOTO


 

Non potendo prendere come scusa l’assenza di budget per defilarmi, sono costretto a proseguire con la seconda parte del lungo articolo dedicato ad alcune opere del collettivo El Pampero Cine, sperando che Netflix  ne acquisti i diritti (dell’articolo, non de El Pampero Cine, per carità) e ne tragga una serie.

La prima recensione è l’incipit di una normale recensione de La Cricchetta del Cinemino, quegli incipit che, diciamolo, sono quasi sempre la parte migliore dell’articolo. El Escarabajo de oro si posiziona al terzo posto nel podio dei miei film preferiti del collettivo.

La seconda è il montaggio fazioso di un’ intervista fatta ad Alejo Moguillansky da Hamed Sarrafi per la rivista di cinema on line  Sense of Cinema. La tecnica usata è quella che consente, ad alcuni governi europei e a gran parte della stampa e dei media occidentali, di manipolare la verità per piegarla a fini propagandistici o per diffamare chi la difende.

La terza è indegnamente ispirata al celeberrimo soliloquio di Molly Bloom nell’Ulisse di James Joyce. Ho voluto celebrare quello che ritengo il capolavoro de El Pampero Cine e di Mariano Llinás, scomodando l’insigne scrittore, perchè lo stesso così descrisse il suo romanzo: “Non vi è una sola riga seria lì dentro” come, forse, io credo, in La Flor.

El Escarabajo de oro / The Golden Bug (Alejo Moguillansky / Fia-Stina Sandlund, 2014)

Ci sono mattine in cui mi sveglio con la sensazione di aver sbagliato mappa. Non nel senso metaforico, ma topografico, proprio come se Akela, il mio capo branco nei Lupetti e di cui, ovviamente, ero innamorata persa,  mi avesse passato una cartina disegnata al contrario. Questo senso di spaesamento e disagio mi capita soprattutto quando mi trovo davanti a gruppi di uomini animati da un progetto comune – un film, una rivoluzione, una partita a calcetto, una caccia al tesoro – e li osservo mentre si distribuiscono i ruoli con la naturalezza di chi non ha mai dubitato della propria legittimazione a farlo.

Guardando The Golden Bug ho ripensato a questa inclinazione tutta maschile per l’impresa. La commedia, diretta a quattro mani dall’argentino Alejo Moguillansky e dalla regista e attivista femminista svedese Fia-Stina Sandlund, mette in scena la ricerca di un tesoro nascosto che prende a pretesto la grande avventura alla Robert Louis Stevenson o il racconto di Edgar Allan Poe del titolo, per raccontarci, invece, le piccole ossessioni, l’avidità, le ambizioni ideologiche o politiche, le velleità artistiche,  il narcisismo di un gruppo di film maker sempre in bolletta.

Io ho sempre avuto un rapporto complicato con l’idea di “impresa”. Da bambina mi dicevano che ero troppo prudente, che avrei dovuto buttarmi di più, rischiare, giocare a softball, parlare più forte. Dietro i miei coloratissimi occhiali Benetton, però, non c’erano timidezza o timore ma una menta analitica che preferiva osservare la scena prima di entrarci.

Nel film, gli uomini si scaldano attorno all’idea del tesoro come se fosse una rivelazione collettiva, la visione che trasforma un’ipotesi fragile in destino storico, l’eccitazione adrenalinica che precede il piano, la retorica che precede l’azione. Per loro, questa febbre dell’oro configura una sorta di diritto potestativo esercitato sulla realtà, qualcosa che richiede spirito di gruppo, resistenza, fede nella missione.

Le donne, invece, nel rumore generale, fanno qualcosa di imperdonabile, quasi come usare i codini per capelli come braccialetti: restano lucide.

Non si fanno sedurre dall’epica improvvisata, non confondono il desiderio con la realtà. Dove i maschi vedono un orizzonte, loro vedono una proiezione. Dove loro parlano di necessità storica, loro riconoscono un impulso mal digerito. È una differenza prospettica decisiva: non di forza, non di volume, ma di intelligenza situazionale.

L’invisibile dialogo tra i due registi rispecchia le reciproche weltanschauung:  Moguillansky sembra divertirsi a seguire i suoi personaggi mentre si ingarbugliano nelle proprie teorie; Sandlund introduce una tensione politica più scoperta, una consapevolezza delle dinamiche di potere che attraversano anche i giochi apparentemente innocenti

Por el Dinero / For the money (Alejo Moguillansky, 2019)

(Finta intervista con risposte autentiche del regista rimaneggiate)

Your film opens with a striking (and amusing) image: the bodies of a man and a woman washed ashore, watched over by two policemen who seem to have stepped straight out of Pinocchio. But rather than developing into a classic ‘whodunit,’ the narrative soon ebbs back into your familiar thematic territory—a small band of outsider artists struggling to get by. Is this what we might call your ‘poetics’?

My films have a layered, multifaceted structure. They present an honest fiction that exposes its own constructed nature, making the artifice transparent to the viewer. The aim is to craft an unconventional cinematic experience that provokes new ways of seeing and thinking.

Please, save this kind of answer for “Sentieri selvaggi”. In your previous films—from Castro to El Escarabajo de oro, and including La vendedora de fósforos—your protagonists seem almost haunted by money. In this latest work, the reference is explicit from the title itself. Why does the economic dimension carry such weight for the characters in your films?

About the money and financing aspect, you hit the nail on the head. It’s a complex and real issue that stems from personal experiences. These characters are always talking about art, not in a high-brow intellectual way, but because it’s their everyday reality. They discuss it because it’s their livelihood – it’s how they earn a living. Their conversations about art are rooted in practicality, not just lofty ideals or heavy intellectual discourse. They are in a never-ending negotiation with work, their own ideas, and the demands of family life, and the ever-present influence of money.

In the film, Gabriel Chwojnik—the composer responsible for much of the music in El Pampero Cine’s productions—plays a particularly greedy version of himself, and serves, in a sense, as the story’s driving force. How much of Alejo is there in Gabriel?

Speaking of Gabriel, I must say he’s quite a character! He’s truly something unique. When you meet him in real life, he’s just like the way he’s portrayed on screen – speaking loudly, with a robust presence like Obelix! Money matters often dominate his thoughts, sometimes even more than anything else! His portrayal on screen is a pretty accurate and fair reflection of him!

Are you therefore projecting all the constant nagging about money in your films onto a character, or rather onto the character of a friend and collaborator of yours?

(Sigh) My grandparents on my mother’s side were Polish Jews who immigrated to Argentina in the 1930s. Some dubbed them the “Jewish gauchos. The constant pursuit of money is rooted in my tradition.

I openly admit that my faith leans more toward believing in the power of money than pursuing true artistic expression.

 

Il suo film ha un inizio folgorante (e divertente) con i cadaveri di un uomo e una donna sulla riva del mare e due gendarmi che sembrano usciti da Pinocchio. Poi, però, la storia, invece di un classico “whodonit”, rifluisce nelle sue tematiche usate del manipolo di artisti outsider che faticano a sbarcare il lunario. Possiamo considerare questa la sua “poetica”?

I miei film hanno una struttura stratificata e poliedrica. Presentano una finzione onesta che espone la propria natura costruita, rendendo l’artificio trasparente allo spettatore. L’obiettivo è creare un’esperienza cinematografica non convenzionale che provochi nuovi modi di vedere e pensare.

Risparmi queste risposte per “Sentieri selvaggi”, per favore. Anche nei suoi precedenti film, da Castro a El Escarabajo de oro, passando per La vendedora de fósforos, i suoi protagonisti sono come ossessionati dal denaro. In questo film, poi, il riferimento è esplicito sin dal titolo. Perché la componente economica è così importante per i personaggi delle sue opere?

Per quanto riguarda l’aspetto del denaro e del finanziamento, ha centrato perfettamente il punto. È una questione complessa e reale che nasce da esperienze personali. Questi personaggi parlano sempre d’arte, ma non in modo intellettualistico o astruso, perché è la loro realtà quotidiana. Ne discutono perché è il loro sostentamento, è così che guadagnano da vivere. Le loro conversazioni sull’arte sono radicate nella praticità, non solo in nobili ideali o in un pesante discorso intellettuale. Sono in una continua negoziazione con il lavoro, le proprie idee, le esigenze della vita familiare e la pervasiva influenza del denaro.

Nel film, Gabriel Chwojnik, il compositore e autore di molte delle musiche dei film prodotti da El Pampero Cine, interpreta una versione particolarmente venale di se stesso ed è anche, in un certo senso, il motore della storia. Quanto Alejo c’è in Gabriel?

Parlando di Gabriel, devo dire che è davvero un personaggio! È qualcosa di assolutamente unico. Quando lo si incontra nella vita reale, è esattamente come viene ritratto sullo schermo: parla a voce alta, con una presenza possente, come Obelix! Le questioni di denaro spesso dominano i suoi pensieri, a volte persino più di qualsiasi altra cosa! La rappresentazione sullo schermo è un suo riflesso piuttosto accurato e fedele!

Sta scaricando, quindi, tutto l’assillo continuo per i soldi presente nei suoi film su di un carattere, anzi sul carattere di un suo amico e collaboratore?

(Sospiro) I miei nonni materni erano ebrei polacchi immigrati in Argentina negli anni Trenta. C’era chi li soprannominava i “gauchos ebrei”. La costante ricerca del denaro è radicata nella mia tradizione.

Lo ammetto apertamente: la mia fede è riposta più nel potere del denaro che nella ricerca della vera espressione artistica.

La Flor / The Flower (Mariano Llinás, 2018)

Non è possibile sono ore che va avanti non stanca mai sorprende in continuazione eppure detesto la voce fuori campo sembra una graphic novel di quelle belle come si chiamava come si chiamava ah sì Blast ma qui più Borges storie che si rincorrono incastrano elementi impossibili fuori contesto sangue di scorpione elisir di giovinezza nel melodramma tutto improbabile tutto credibile e i siparietti musicali e la musica Yo soy el Fuego un quasi plot twist cinematografico unico mi ha dato dei brividi la musica così appropriata sempre Llinás è un genio una mummia una fattoria hai l’horror quattro attrici abbastanza anonime ma brave una anche bella occhi belli alta da ragazza forse faceva la modella un crocicchio di campagna qualche pistola ecco il film di spie storie di spie storie del capo delle spie la mosca tse-tse che trovata  quando ti sembra che i mezzi siano troppo poveri il racconto si sposta in vere location Madrid Londra Parigi Berlino Siberia Messico più di tredici ore dieci anni di riprese il film più lungo della storia del cinema argentino l’Argentina perché i Mapuche pensano che motosega  Milei cambi le leggi per vendere la Patagonia forse ai sionisti c’è di mezzo Joe Lewis l’amico di George Soros La Flor è un film non è una serie è proprio un film l’antitesi della serie da vedere tutto di fila che è previsto con le pause sufficientemente lunghe per la pipì mangiare e fumare stasera pizza che non cucino denso a strati la guerrigliera che si vende al nemico l’amore impossibile e platonico tra assassini le lingue prova a guardarlo doppiato se riesci francese inglese spagnolo russo persino un po’ di italiano l’Italia si bella e perduta anch’essa venduta piuttosto il Salento Valsesia sempre ai sionisti in fuga da Israele il racconto il cinema è racconto affabulare da dove viene da favola è una favola sono favole la commedia del metacinema le Giubbe Rosse gli alberi più interessanti degli attori la scrittura che non va da nessuna parte Casanova frustrato il Ragno un alienato irresistibilmente sexy tre tette e  Renoir che ci fa Renoir per fare cinema dice De Niro ne Gli ultimi fuochi e sugli alberi si incastra un auto genio Llinás è un genio un auto su un albero mistero fantascienza e l’ultimo sperimentale come certi video della Biennale scandalo ci saranno artisti russi e bielorussi colpa di Buttafuoco meglio di chi c’era prima e chi era non lo so alla fine forse il segmento più debole ma breve dove esporre le sue attrici nude anche se quasi indistinguibili perché il nudo ci vuole favole ma per adulti serio e divertito e divertente intelligente colto in mezz’ora delle sua sceneggiatura ci sono più idee che in un anno di cinema americano ci vuole poco in effetti e nei lunghi titoli di coda l’immagine rovesciata della camera oscura sembra dire questo è il cinema fantasia intelligenza talento bravo la cosa più nuova mai apparsa sullo schermo da anni.

Da guardare solo se si è già visto il film:

CONTINUA

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