The Apprentice di Ali Abbasi
Putin di Patryk Vega
Donald Trump: I got three rules. OK? They're my three rules of winning. Rule one: the world is a mess, OK? The world is a mess, Tony. You have to fight back. You have to have a tough skin. Attack, attack, attack. If somebody comes after you with a knife, you shoot 'em back with a bazooka. OK? Rule two: what is truth, Tony? What is truth? You know what's truth? What you say is truth, what I say is truth, what he says is truth. What is the truth in life? Deny everything, admit nothing. You know what's true? What I say is true. And third of all, most important, no matter how fucked you are, you never ever ever admit defeat. You always claim victory. Always.
Putin: [to Boris Yeltsin] I must be president.
Mentre il mondo delle persone che se lo possono permettere (quelle fortunate che non devono arrabattarsi tutto il giorno per non morire di fame o essere torturate, sparate e bombardate) è col fiato sospeso per lo storico incontro tra Trump e Putin in Alaska (nel quale si deciderà un bel niente che non sia stato già deciso), noi della Cricchetta vi offriamo la sfida cinematografica tra i due più recenti film riguardanti le vite dei due leader: The Apprentice e Putin.
The Apprentice, del regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi, si concentra sull’ascesa imprenditoriale di Donald Trump tra gli anni ’70 e 80’.
Putin, del regista polacco Patryk Vega, si prefigge di raccontare, invece, l’intera vita del Presidente russo, dall’immaginario abbandono da parte della madre durante l’infanzia, fino all’altrettanto immaginaria morte nel 2026.
The Apprentice, sceneggiato dal giornalista e scrittore Gabriel Sherman, frutto di ricerche approfondite su fonti attendibili, ha un taglio realistico sia nella regia, sia nella fotografia che cerca di riprodurre i colori televisivi e cinematografici dell’epoca.
Putin, sceneggiato dal regista stesso, si basa su dicerie senza alcuna prova oggettiva e su pure invenzioni, ha una costruzione fantasy che mescola avvenimenti storici con elementi pseudo – religiosi (un diavolo bambino,un Gesù dandy, una donna diavola) per la rilevanza dei quali è stato persino ingaggiato un “consulente spirituale”.
The Apprentice si avvale di un gruppo di attori di ottimo livello, tra i quali spicca Jeremy Strong nel ruolo del cinico, amorale e spregiudicato mentore di Trump: Roy Cohn, ex procuratore responsabile (con vanto) dell’invio dei coniugi Rosemberg sulla sedia elettrica, ex braccio destro di McCarthy (quello della caccia alle streghe comuniste), avvocato di Manhattan con connessioni politiche ad ogni livello. Sebastian Stan, nel ruolo del protagonista, sfugge alla facile trappola del macchiettismo, donando al suo personaggio spessore e convinzione.
Putin sacrifica la prova del protagonista Slawomir Sobala alla somiglianza con l’originale ottenuta con l’uso del CGI. Anche se nel film recita pochissime battute, l’inespressività della maschera elettronica aumenta il senso di straniamento e l’unico personaggio con un briciolo di verosimiglianza è il noto premier ubriacone Boris Yeltsin interpretato da Tomasz Dedek.
The Apprentice disegna l’evoluzione di Trump, timido, ingenuo e, sostanzialmente, debole, da esattore degli affitti per conto dell’impresa immobiliare paterna a ricchissimo imprenditore, grazie ai consigli e alle torbide manovre di Roy Cohn.
Putin ritrae il premier russo come un uomo senza personalità, un fantoccio in mano al demonio e responsabile di tutti gli attentati terroristici avvenuti in Russia durante la sua ascesa, perpetrati col fine di compattare il popolo russo attorno alla sua figura. Il diavolo gli dice in anticipo cosa fare e dire. Gli fa truccare le elezioni, assoldare sicari per ammazzare gli avversari politici e gli oligarchi avversi. Ai nostri giorni è malato, vive dentro una camera iperbarica, porta il pannolone ma continua a dare ordini. Quando sta per morire chiede aiuto ma, non specificando se lo vuole dal demonio bambino o dal Gesù dandy, esala l’ultimo respiro da ignavo, come è vissuto.
The Apprentice è la storia della corruzione di un’anima da parte di un sistema brutale che premia ricchezza e successo al di sopra di tutto. Le sue tre regole base, quelle che Trump apprende da Cohn e che farà sue, sono, citando il giornalista Tony Schwartz, anche quelle usate dagli Stati Uniti in politica estera (e che, ne sono certo, saranno usate al termine dei colloqui in Alaska). Primo: attaccare, attaccare, attaccare. Secondo: non ammettere niente, negare tutto. Terzo: qualsiasi cosa accada, cantare vittoria e mai ammettere alcuna sconfitta.
Putin è un bieco film di propaganda (non a caso ha avuto la sua prima mondiale in Ucraina) che non solo insulta l’intelligenza dello spettatore ma non riesce nemmeno ad intrattenere.
The Apprentice, visto che l’Europa è una costola dei DEM, non fornirà, forse, un ritratto veritiero di Trump, però è un film con una sua personalità e una certa onestà almeno nel descrivere quanto le regole del vivere civile si applichino solo alla gente comune e non ai potenti.
Putin di Patryk Vega è una merda di film.





