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#Venezia83 – Certe cose non cambiano mai, il primo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia sul monte Everest

di il 03/09/2026
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Mi accorgo solo una volta arrivato all’imbarcadero di avere la tessera dei mezzi pubblici scaduta. Panico, e già fa caldo. Significa pagare una tratta circa 10 euro contro gli 1,50 dei residenti. E’ una deriva a cui non posso arrivare, no, non alla mia età. Nonostante avessi letto la mail, mi era passato di mente che, quest’anno, l’azienda locale dei trasporti ha deciso arbitrariamente di togliere il privilegio del vaporetto gratuito per gli accreditati stampa. Sono lontani i fasti del Festiva di Cannes in cui venivano a prenderci con la navetta direttamente all’aeroporto. Mi domando, è un taglio dovuto alla sacrosanta povertà italica o la solita deprimente, banale, avidità? Non è dato sapersi, e non sono sicuro che gli 8 euro in più siano compensati dallo spettacolo di umanità ai margini offerto ad ogni viaggio, tra litigi in battello, odori pungenti, urla delle persone pressate e quelle ancora più grottesche tra marinai e imbarcazioni vicine.
​Più ci penso e meno capisco perché sia diventata così famosa nel mondo la “napoletanità” dei napoletani quando quella dei veneziani è così simile e spesso persino più pittoresca. Lo trovo ingiusto, sono forse più timidi? Non mi pare. Si sanno vendere meno? Mah.
​Veloce pit-stop allo sportello di Piazzale Roma per il rinnovo della tessera. Mi fanno compilare e firmare un modulo, poi me ne danno un altro identico e al mio farglielo notare mi prendo un bel: «Faccia quello che le dico senza commentare». Compilo e firmo in religioso silenzio lo stesso modulo per la seconda volta ed esco salutando, togliendomi dalla testa la bombetta nera inamidata di fresco, sotto gli occhi viola, di puro odio, di un’impiegata pronta ad uccidere.
​Benvenuto a Venezia.
Sono già 20 minuti in ritardo sull’inizio del film.

Di nuovo al Lido, non voglio neanche contare quante volte ho camminato su e giù per questo lungomare negli ultimi venticinque anni. Certe cose non cambiano mai, e non parlo solo della magia che si respira in questa bolla sospesa e densissima di speranze e colori, ma anche ad esempio della guerra durante i fantomatici click day, momenti cruciali in cui bisogna essere abilissimi ad accaparrarsi i biglietti col coltello tra i denti e che mi vedono invece sempre tra i primi a cadere. Da convinto non violento è da anni che mi faccio trafiggere senza opporre resistenza, rilassato, o forse rassegnato. Nella mia testa c’era in programma BUCKING FASTARD di Werner Herzog, il film in concorso del regista più noto del gruppo, ma il fato ha voluto per me quello che dal titolo sembrava il video delle vacanze in montagna di due youtuber fichetti, poi rivelatosi invece un documentario-thriller al limite dello snuff movie. O forse non era così ansiogeno, forse era solo il riflesso delle lacrime, i sospiri e le mani sugli occhi del mio vicino di posto est europeo e iper-sensibile. Praticamente uno spettacolo dentro lo spettacolo che mi son gustato con sordido sorriso beffardo e il cuore freddo come il ghiaccio.

Il documentario EVEREST: the first ascent di Jean Dellac, Benjamin Auriche è un progetto lunghissimo, che ha cambiato strada e destinazione diverse volte nella sua produzione. Ha visto persone crescere, morire e invecchiare. Ha vissuto il dramma intellettuale della regista, sempre in dubbio sul proseguire o meno con le riprese, e su quanto fosse moralmente lecito continuare o meno, ma, si sa, non c’è limite a quanto un essere umano si possa intestardire nel perseguire un progetto. Anche quello più rischioso del mondo come scalare la parete a nord, quella impossibile, del monte più alto del pianeta. E come se non bastasse, provare a scenderla poi con gli sci. Se all’inizio si viene vagamente coinvolti dalla bellezza dei paesaggi, lo spirito d’avventura e le solite interviste di rito stracotte, poi le cose cambiano e smette di essere uno dei quei documentari che si guardano in TV lavando i piatti o impastando la pizza. Il film si fa serio, grigio e diventa doloroso, ben poco rilassante, rassicurante o dimenticabile.

Sui titoli di coda, con la dedica all’ennesima persona coinvolta nel progetto e non più in vita, mi son domandato se sia giusto mostrare la morte in un film. Non parlo di legalità, poco mi interessa visto quante volte prenda strade diverse rispetto alla giustizia, ma credo che mi piacerebbe che mi chiedessero il permesso prima per mostrarla. E’ in ogni caso una scelta coraggiosa, palesemente non speculativa, semmai commemorativa, che supera il modo tradizionale di raccontare le tragedie.

Esco di sala un po’ confuso, davanti al Palazzo del Cinema le note degli Sprints avvolgono i presenti come una rete.

Accompagnano i mocassini dei VIP sul tappeto rosso per il filmone delle 19 in Sala Grande. Vedo l’entusiasmo delle persone, sento l’emozione dei presenti, tutti coi loro stili iper-personalizzati, anche quando non ricercati o preparati, tutti condividono la stessa passione, lo si sente a pelle, tutti con barlumi di sogni sugli occhi e dieci giorni davanti a sè per mettere un muro tra loro e la quotidianità.

Dentro la cittadella la vita si sospende, o forse in realtà si riprende, ma di sicuro questo è uno di quei posti miracolosi che ti fa credere che la vita sia ancora una cosa bella da vivere.

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