C’è una domanda che si ripete più di qualche volta in queste lunghissime due ore e un quarto:
Di chi sono i nostri giorni?
Piú che una di quelle che si trovano nei biscotti della fortuna, pare la sparata di uno snob, studiata per far colpo, talmente seriosa e solenne che solo chi esagera nell’autostima può pensare di poterla scrivere o far recitare senza essere sonoramente spernacchiato. Poi però uno se la pone, e l’atto stesso di porsela ne cambia il contenuto, ne annebbia la forma; in qualità di azione pare meno scema. Un po’ come l’altra banalità che pronuncia Mr. Feticcio®:
C’è un momento in cui i figli devono seguire i genitori e un altro successivo in cui sono i genitori a dover seguire i figli.
Talmente ritrita da trovarmi in imbarazzo pure a scriverla, puzza di vecchia predica in chiesa. Poi però uno si trova a dover accudire il proprio padre sofferente, non più autosufficiente, chiuso nella sua malcelata vergogna, e pare meno scema. Quando la banalità ti si para davanti, a volte può diventare tenera o forse commovente.
L’appuntamento annuale col film di Sorrentino è una tappa fissa, rigorosamente al cinema. Dopo aver letto il suo capolavoro Hanno tutti ragione ho incarnito un’ammirazione profonda, non sempre ragionevole e quasi mai giustificata, per quest’uomo.
Era dal suo disastroso This Must Be the Place che non guardavo l’orologio così spesso
Ok, qualche scivolone nella banalità, ma il film è bello? Probabilmente si, ma più che bello pare corretto. Odora di mestiere, non di passione e, ancora più del film, ad essere corretto è il pubblico in sala: la Gang degli Ultrasettantenni® in tiro per il sabato sera. Alcuni addirittura pettinati, altri col piumino fluo creduto alla moda. Grinze, cotonature e colori accesi: peggio di un pugno su un occhio. Molto sorrentiniano.
E allora cosa salviamo? Sono belle le musiche, soprattutto perché inserite in contesti a cui non si addicono per niente. Meno belli gli stacchetti Artistry, tipici del regista, soprattutto perché inseriti in contesti a cui non si addicono per niente, totalmente sconnessi sia dalla trama che dallo stile del film, sembrano spot pubblicitari che ogni tanto interrompono la visione, come succede in TV o agli abbonati poveri di Netflix.
Mi domando, a che pro i rallenty sotto la pioggia se non stai girando il videoclip di Back for good?
A che pro gli sculettamenti delle sedicenni dai seni acerbi spremuti in canottiere aderenti o quelli dei Boys in Crop Top se sembrano ritagli cool, girati per tutt’altro e montati in extremis per salvare il film? Forse per regalare un’ultima solleticata allo scroto del pubblico target? E, non mi si fraintenda, lo dico da fanatico dei Crop Top: mi offende solo il non avergli dato senso, anche le magliettine sexy maschili meritano rispetto, specie se corte abbastanza da far intravedere il six-pack.
La trama di per sè è paracula, terribilmente schiacciata sull’attualità, ma (e quando mai non c’è un ma) è anche vero che il regista ha fatto la sua fortuna e deve tutta la sua popolarità alla paraculaggine, soprattutto perchè corteggiata, smussata e resa ammaliante, è forse l’unico a saperla mostrare fascinosa e ad essere riuscito a conferirle anima e contenuto.
Nel caso di Sorrentino la paraculaggine è una scelta, non una deriva o una debolezza.
A proposito di derive, mi è piaciuta la presenza mistica di Guè (Pequeno), che apprezzo per la prima volta in vita, in parte perché inserito in contesti a cui non si addice per niente, ma soprattutto perché è chiaro che è lui a portare la droga buona alle feste in casa del regista. Non come quei pezzenti di strada che ti vendono veleno e poi non rivedi più. Minimo gli fai fare un comparsata.

A di la dei dettagli, come ad esempio il decidere volontariamente, senza una pistola puntata alla gola, di narrare un amore senile, inibendo così qualsiasi forma di empatia da parte di una bella fetta (nonostante l’inverno demografico) di popolazione, il motivo principale per cui si va a vedere un film di Sorrentino è
la bella scrittura.
In questa sua ultima opera tocca raramente livelli di eccellenza letteraria, più spesso sbaglia mira e fallisce il colpo. A volte si ammoscia anche quando è chiarissimo quanto si sia impegnato per far funzionare un dialogo. Come dire, ci prova ma non ci riesce più, suggerendo senilità non solo attraverso la storia narrata, ma anche mostrando il fianco in quella brillantezza, creatività e originalità trasversale che lo han sempre contraddistinto. Se anche lui non sa più sorprendere, da che parte devo girarmi?
Resta sicuramente ad imperitura memoria la prova di Milvia Marigliano che recita i dialoghi più arguti interpretando l’onesta e volgare Coco Valori, alter ego di Mara Maionchi. Conto invece sul mio Alzheimer per didimenticare il dialogo in carcere tra il “presidente” e il “carcerato”, perchè è palese l’intento di farlo diventare epico come quello tra De Niro e Pacino in The Heat, risultando invece forzato, superficiale e trascurabile.
Mi addolora profondamente quando una mente creativa inizia a perdere colpi invecchiando, nella mia bolla di vita continuo a sognare che ad invecchiare debbano essere solo i tipi qualunque. Più per una teoria dell’evoluzione ideale che per punizione.
In ogni caso, non so se sia un gran complimento, e probabilmente più per demerito della concorrenza che altro, ma Sorrentino resta il miglior regista italiano mainstream,
teniamocelo stretto
