Di fronte all’ennesimo articolo sull’Odissea di Christopher Nolan – cuore pulsante (almeno cinematograficamente) dei bollori infiniti di questa estate – qualcuno potrebbe reagire con perplessità, magari pure con un certo fastidio. Insomma, vale davvero la pena di tornare su una pellicola che è già stata vista, trattata, analizzata, discussa, sezionata, inghiottita e digerita mille volte solo nelle ultime settimane? Chi scrive, è ovvio, pensa di sì, o non sarebbe qui a farlo. Del resto, è convinzione comune a molti storici che, prima di studiare un certo periodo, sia necessario lasciare passare del tempo: la distanza acuisce lo sguardo, sedimenta i polveroni, rende l’aria più nitida e comprensibile. Eccoci dunque qui, nel momento in cui l’occhio polemico degli spettatori si volge – Sauron postmoderno – verso nuove e più ghiotte prede, a tornare su Nolan e sulla sua lettura dell’eroe più celebre della cultura occidentale. Più che di una recensione vera e propria, si tratterà di una serie di riflessioni sparse. Il tutto, sia chiaro, senza pretese di infallibilità papale: come dice Guglielmo da Baskerville nel Nome della rosa, se avessi la verità in tasca, insegnerei teologia a Parigi.
Una delle critiche che hanno tenuto banco tra le piattaforme digitali e gli ombrelloni, riguarda la distanza tra l’Odisseo di Nolan e quello di Omero (perché, se è vero che ogni Italiano si sente commissario tecnico della Nazionale, nulla gli impedisce di reinventarsi all’occasione filologo classico, storico dell’antichità o critico letterario). Ora, i cultori dell’eroe omerico non avranno difficoltà a cercarlo nell’Iliade e nell’Odissea: le edizioni non mancano, e sono facilmente reperibili. Qui si parlerà solo dell’Odisseo di Nolan, ovvero dell’interpretazione, specifica nelle scelte e nei mezzi, che il regista inglese ha deciso di portare sul grande schermo. Il mito, in fondo, vive di riletture. Se chiedessimo a un passante di attribuire un elemento qualsiasi a Odisseo, l’anonimo intervistato punterebbe sicuramente sull’astuzia o sul desiderio di conoscenza: è vero, la prima caratteristica emerge chiaramente già nei primi versi dell’Odissea, ma la seconda è il lascito di un’altra lettura, quella dell’Inferno di Dante; un poeta che – per intenderci – non poteva nemmeno leggere in originale i versi di Omero. Tutto questo per dire che interpretare l’Odissea di Nolan solo come una trasposizione dei poemi omerici, rischia di farci perdere di vista ciò che è prima di tutto: un film. Un film di Nolan che, con i suoi pregi e i suoi difetti, merita di essere esaminato, amato, odiato o discusso in quanto tale.
A livello di svolgimento, le due ore e cinquantadue minuti del film scorrono benissimo: gli episodi si succedono con un buon ritmo, tra grandi scene e bravi attori (in particolare, Anne Hathaway nei panni di Penelope; Samantha Morton in quelli di Circe; Robert Pattinson come Antinoo). Tra le sequenze più d’effetto, si possono ricordare l’incontro tra Odisseo e Polifemo (un ciclope grottesco, selvaggio, che non concede ai suoi ospiti nemmeno la consolazione di una battuta prima di mangiarli); la trasformazione dei compagni di Odisseo in maiali da parte di Circe (davvero, una delle scene più di impatto del film); la visita al regno dei morti, tra sabbie nere e acque scure (il “mare color del vino” di cui cantava Omero) che evocano l’estremo nord; il flashback della presa di Troia, con l’impressionante Agamennone di Benny Safdie, che emerge dal buio della notte di fronte alle porte spalancate dai suoi soldati. È proprio la conquista della città di Priamo ad assumere un ruolo centrale nello svolgimento del racconto: Nolan decide infatti di rappresentare il suo Odisseo come un uomo piegato dal senso di colpa, un reduce che per tornare a casa, è costretto a ripercorrere la violenza che lui stesso e i suoi compagni hanno scatenato contro gli altri. Attraverso quello che potremmo definire un percorso psicanalitico ante litteram, il protagonista, naufrago nell’isola di Ogigia, è aiutato a ritrovare i suoi ricordi da Calipso: una figura misteriosa, interpretata da una Charlize Theron magnetica (nonostante il look da naufraga VIP dell’Isola dei Famosi), che prima trattiene Odisseo drogandolo con il loto, ma che poi lo accompagna nella sua graduale (ri)presa di coscienza. Bastano già questi particolari per comprendere come Nolan abbia attribuito al suo Odisseo caratteristiche, mosse e desideri che ricorrono spesso nella sua filmografia: come Robert Oppenheimer, il re di Itaca è infatti un uomo spezzato dalle proprie responsabilità storiche; come il Batman della trilogia, egli si rapporta a fatica con il caos che potrebbe derivare dalle sue azioni. L’idea di un mondo in crisi, attraversato da una storia che procede in avanti senza più etica o moralità, accompagna il procedere del film, anche se a volte in maniera un po’ troppo marcata. In effetti, non mancano punti in cui un occhio allenato non possa riconoscere la benefica influenza del conte Mascetti (pensiamo alla supercazzola che Odisseo tira fuori dopo aver ascoltato il canto delle Sirene: qualcuno ha capito davvero cosa volesse dire?) o i leggendari spiegoni degli sceneggiatori di Boris. “Our age of bronze is collapsing”, mormora Odisseo a Penelope alla fine del film, mostrando la consapevolezza storica di un Kantorowicz. In effetti, la Hathaway avrebbe potuto rispondere qualcosa del tipo: “Cosa ti aspetti, siamo nel 1184 avanti Cristo!” Via, sarà per la prossima volta.
Le considerazioni storiografiche di Odisseo ci portano agli elementi meno riusciti del film. Come si è già detto, il viaggio dell’eroe procede molto bene, al di là di qualche (evitabile) caduta di gusto. Sia detto di passaggio: era necessario chiudere una scena tanto suggestiva come quella dell’isola dei morti con la carica degli spettri contro Odisseo e i suoi? Lo hanno già scritto da qualche parte: sembrava di vedere il capitano Jack Sparrow in fuga dagli indigeni di Pelegostos. Comunque, al di là di questo, sono le scene finali del film, quelle di Itaca, a mostrare i veri problemi. Il rientro a casa di Odisseo viene liquidato in pochi minuti e troppo in fretta: non tanto nella (incompleta) strage dei Proci, con il povero Antinoo nascosto dietro a una colonna, a indicare agli altri quali armi usare contro la furia del padrone di casa (il pensiero corre al Robin Hood della Disney, con il principe Giovanni accucciato dietro la botte di birra, mentre aizza le guardie contro Lady Cocca). Piuttosto, la cosa emerge con forza nelle scene emotivamente più cariche. L’incontro con il povero Argo, ad esempio: dopo essere apparso in più punti del film, il cane da caccia di Odisseo viene liquidato in pochi minuti di fredde carezzine senza troppo coinvolgimento, come se Nolan avesse paura di lasciarsi andare. Lo stesso vale per i rapporti tra Odisseo e Telemaco: anni di attesa, di speranze, di frustrazioni, e tutto quello che il giovane principe riesce a fare, è ammiccare al padre, appena identificato, fuori di casa? Sul riconoscimento da parte di Penelope, è meglio sorvolare. La bravura della Hathawey non basta, purtroppo, a redimere una scena grigia, fredda, con due colleghi di ufficio che si ritrovano alla scrivania dopo le vacanze estive.
Vale la pena ripeterlo: qui non si tratta di fedeltà al poema omerico (dove, comunque, il ritorno di Odisseo occupa dodici canti su ventiquattro); qui si tratta di concludere con il giusto spazio l’arco narrativo che il regista ha deciso di costruire. Se davvero si vuole presentare Odisseo come il reduce traumatizzato che ritorna dal Vietnam, accidenti, che si dia più spazio a quel ritorno! Che si mostri come un uomo spezzato nello spirito e nel corpo, possa riappropriarsi della sua vita e dei suoi affetti dopo anni di lontananza! Che senso ha comprimere tutto in pochi minuti di botte, per poi spedire il protagonista in crociera con la moglie? All’uscita dal cinema, la sensazione era quella di aver visto una magnifica statua: alta, slanciata, imponente… ma con una testa minuscola. Peccato.
