#Venezia82 – La creatura del dottor Frankestein come gli indios: NUESTRA TIERRA di Lucrecia Martel e FRANKESTEIN di Guillermo Del Toro
NUESTRA TIERRA di Lucrecia Martel ci racconta il paradosso di dover combattere il post-colonialismo secondo principi e regole che lo stesso sistema coloniale ha imposto. Lo sanno bene le popolazioni indigene di tutto il mondo. Comunità più o meno grandi che hanno abitato certi territori in forma collettiva ‘da tempi immemori’ (o almeno finché è stato loro permesso) hanno dovuto interrompere le loro occupazioni tradizionali per occuparsi alla più alta espressione delle ‘magnifiche sorti e progressive’: la burocrazia.
Quale atto di proprietà bisogna produrre in giudizio per provare il legame indissolubile tra l’esistenza di un popolo e l’ambiente naturale in cui vive? Come si sostanzia giuridicamente l’appartenenza ad una certa comunità ed identità culturale? Quale potere la investe del ruolo di guardiana del proprio territorio? E soprattutto, perché tutto questo dovrebbe essere messo in discussione quando si è vittime di omicidio?
Dopo secoli di suprematismo bianco, assimilazione forzata, marginalizzazione estrema, abusi ed annullamento dell’identità, il paradosso del combattere il post-colonialismo vuol dire anche essere costretti a giustificare perché oggi la comunità prega lo stesso dio che un tempo benediceva lo sterminio degli indios, perché parla la stessa lingua dei conquistatori o perché lavora la canna da zucchero in giacca e cravatta. Soprattutto, spiegare ad un giudice perché tutto questo non significa aver rinunciato alla propria indigenità.
Senza particolari vezzi artistici e con un buon grado di onestà intellettuale, Nuestra Tierra lascia (finalmente) parlare i membri della comunità Chuschagasta colpiti dall’ennesimo attacco da parte di sedicenti proprietari terrieri nel nord dell’Argentina. Una narrazione che prende una parte ma che non indugia eccessivamente sul mito del ‘buon selvaggio’: bisogna avere un po’ di pazienza con le foto di famiglia, ma è molto utile per imparare qualcosa.
Anche in FRANKESTEIN di Guillermo Del Toro si parla di marginalizzazione e persecuzione del ‘cattivo selvaggio’, la creatura prima sub- poi iper-umana creata dal genio malato del dottor Victor Frankenstein, desideroso di spingersi oltre i confini dell’ umanamente possibile. Come in tutte le fiabe simil-disneyane che parlano di mostri, dietro ad un aspetto raccapricciante ai più, si nasconde un animo gentile corrotto dalla cattiveria dell’ umanità. Sono pochi i cuori sensibili che riescono a coglierlo: nello specifico, si tratta quasi sempre di bellissime donne che finiscono per innamorarsi del bruto. Mi dispiace apprendere che Del Toro anelasse alla realizzazione di questo film come al ‘progetto della vita’, spero fosse solo una forma di captatio benevolentiae per convincere i finanziatori. Seppure qualche scena splatter è sorprendente, nel complesso la storia risulta prevedibile e a tratti forzata, noiosetta insomma. Neanche la bellezza delle immagini, che risultano a tratti anche troppo artificiali, riesce a nascondere questi difetti.

