#Venezia82 – Del tempo che passa e di quelli che restano: PIERO PELÙ. RUMORE DENTRO di Francesco Fei e LATE FAME di Kent Jones
Dicono che l’invecchiamento non sia un processo graduale, ma che sia caratterizzato da lunghi periodi di stabilità a cui segue un momento di crollo. L’ho capito bene quest’anno, quando mi sono vista in faccia una nuova ruga al lato della bocca e ho considerato seriamente l’acquisto di una crema ‘youth regenerating’ a 415 euro per 40 ml – maledetta sia la commessa che me ne ha infilato subdolamente un campioncino in borsetta, mettendo a repentaglio il mio mutuo. Ho dovuto comunque rinunciarci perché l’oculista mi ha poi prescritto degli integratori al collagene per contrastare i disturbi legati all’invecchiamento oculare ad un euro a pastiglia: il mio difetto è sempre stato privilegiare la comodità all’estetica (‘non ti valorizzi abbastanza’) e quindi ho messo il campioncino da 15 ml a 125 euro su Vinted: la pelle del viso collassa, ma la Mostra del Cinema è salva, almeno per quest’anno.
Il decadimento del corpo è sicuramente uno dei fastidi più grandi legati a questa scocciatura della mortalità dell’uomo. Ne sa qualcosa il nostro ‘rocker di strada’, che apre il suo ‘viaggio’ cinematografico PIERO PELÙ. RUMORE DENTRO di Francesco Fei (non chiamatelo documentario, non chiamatelo biopic) con una visita dall’otorino a causa di un acufene ormai cronico, scaturito da un incidente tecnico in sala prove. Il cantante sfrutta questo momento di pausa forzata e connessa amarezza per esplorare alcuni luoghi dell’anima, che lo ispirano e lo curano, affidandosi alla protezione di Sara la Nera, che dalle coste di Saintes-Maries-de-la-Mer veglia sugli emarginati. Purtroppo i poteri della Santa arrivano fin là, per lasciare poi il campo a cure mediche, cuffie calibrate su specifiche frequenze e alla consapevolezza che i tempi dello stage diving e delle scalate su sculture sovietiche sono ormai andati. Ad ogni modo, nonno Piero ne esce come un’artista ancora in ricerca a cui si vuole bene.
Come se non bastassero le rogne del corpo, il problema della finitezza del tempo a nostra disposizione è che la maggior parte di noi vorrebbe farne qualcosa di utile, arrivare ad una qualche forma di realizzazione ed appagamento personale. Il pensiero che la nostra esistenza sia dedicata ad affrontare una serie di tribolazioni, piccole o grandi che siano, per poi ad un certo punto smaterializzarsi nel giro di qualche istante, farebbe scaturire continui attacchi di panico anche al più convinto epicureo. Per fortuna, o per istinto di sopravvivenza, abbiamo inventato la religione, il capitalismo, le rate del mutuo, ed il Tavor che tengono la nostra mente impegnata altrove. LATE FAME di Kent Jones parla di un vecchio impiegato delle poste che riceve le lusinghe intellettuali (e non solo) di un gruppo di giovani nerd che scoprono una sua raccolta di poesie pubblicata più di quarant’anni prima. Il vecchio, interpretato dal nostro affezionatissimo ed intoccabile Willem Dafoe, si lascia accarezzare dall’idea di aver diritto alla propria quota di riconoscimento sociale ed affrancamento dalla mediocrità, cercando di recuperare in poche settimane le occasioni perse di una vita. Sarebbe bello goderci l’inganno, direbbe qualcuno. Il film ci fa un po’ sperare e un po’ soffrire con il protagonista, ma la prevedibilità della trama rende tutto l’impianto molto fragile.
Peccato.

