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#Venezia82 – appunti disinformati per chi non ne sa nulla, powered by Chat GPT: MARC BY SOFIA di Sofia Coppola e BROKEN ENGLISH di Jane Pollard e Iain Forsyth

di il 04/09/2025
 

Io non so nulla: nulla di cinema, nulla di musica, nulla di moda. Non leggo nemmeno le sinossi dei film che andrò a vedere in sala per continuare a non saperne nulla.

A pensarci bene, questo potrebbe essere il tema perfetto per un monologo dello Sgargabonzi, vero Chat GPT? “Certo, ti scrivo qualcosa che sembri uscito direttamente dalla sua matita, sporca d’inchiostro e salsa tartara.”

“Io non so nulla. Nulla di cinema, nulla di musica, nulla di moda. Non so nemmeno se sono al mondo o se sono un pensiero confuso di Ornella Vanoni in fase REM, mentre digerisce una lasagna di gesso. Quando vado al cinema non leggo la sinossi, non guardo lo schermo. Mi siedo di spalle, in mutande, con un carillon acceso nel marsupio e un tampone anale per precauzione, da quando mi sono eccitato durante Il settimo sigillo. Voglio mantenere la purezza. Una volta ho fissato per due ore il mio riflesso su una porta antincendio, convinto fosse un noir francese sulla schizofrenia. Ho pianto. Gli ho chiesto l’autografo. Mi ha denunciato. Il cinema è questo: un’allucinazione collettiva, ma io sono l’unico a sbagliare droga. Tutti prendono LSD, io infilo la tachipirina nel prepuzio. L’ultimo libro che ho letto era il menu del Burger King, e anche lì ho evitato lo spoiler: ho ordinato a caso e ho trovato un’unghia che mi parlava in ceco.”

Per fortuna non sono pura come lo Sgargabonzi e quindi guardo anche i documentari.

MARC BY SOFIA di Sofia Coppola è una chiacchierata tra amichetti, da un lato troppo sobri e avanti negli anni per confessarsi qualcosa di inopportuno, dall’altro abbastanza snob da disinteressati allo spettatore. I loro selfies sono esclusivi, un po’ come lo spaccato di società che rappresentano. Per chi non sa niente di moda come me, ascoltare qualcuno che sfoglia vecchie riviste di Vogue ad alta voce non lascia molto.
Le immagini soddisfano l’occhio ma il montaggio non coinvolge: a tratti è troppo veloce e sulle passerelle patinate sfilano tanti nomi che che non mi dicono niente, perché non ne so nulla. Questo rimembrare vecchi incontri e percorrere il curriculum e le aspirazioni artistiche dello stilista risulta freddo perché il tono è sempre autoreferenziale e celebrativo: chi si aspetta qualcosa di torbido rimarrà deluso. Ho apprezzato comunque l’onestà nel raccontare la genesi del processo creativo: spoiler alert,

totalmente casuale.

Salvo comunque lo smalto argentato di Marc, qualche breve momento in cui si concede di mostrarsi quello che è (leggasi anche: schecca) e la sfilata degli ultimi 15 minuti di film. Continuo a non saperne nulla.

BROKEN ENGLISH di Jane Pollard e Iain Forsyth è invece molto più benevolo nei confronti degli ignari come me che, in ossequio al mantra di questo pezzo, non sanno chi è Marianne Faithfull.

Anche in questo film si scartabella un archivio di ricordi per ricostruire l’identità della protagonista la cui presenza, seppur accessoriata di anzianità. sedia a rotelle e bombola di ossigeno, è il cardine della riuscita dell’operazione. Vecchie interviste, ritagli di giornali, spezzoni di concerto diventano la chiave per entrare nella vita dell’artista e per rileggere gli eventi del passato. La giovane Marianne stupisce per la chiara e dolce fermezza delle proprie affermazioni in un’epoca in cui il tarlo nella testa dei maschi faticava a vederla, o meglio a sentirla, a prescindere dall’associazione con il suo celebre amante.
La vecchia Marianne incanta per la lucidità con cui riesce a ricollocare tutto nello spazio e nel tempo, con uno sguardo sempre sorridente e indulgente nei confronti del proprio passato, ma anche delle tante teste tarlate con cui si è scontrata. La sua serenità spiazza e commuove. La cornice distopica diretta da una sempre meno umana Tilda Swinton mi sembra cervellotica e assolutamente superflua, ma in fondo, che cosa ne so io?

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