Ne hanno scritto così tanto e in maniera così competente sui Social che non avrei mai deciso autonomamente di usurare ancora di più la vernice dei tasti del mio fidato HP con 8Gb di RAM (oggi un vero e proprio lusso) per ragionare su Masters of The Universe. I Ciccioni di Internet® ovvero i nerd sovrappeso con collezioni di plastica da cinque mila euro in cameretta + forfora mescolata a briciole fossili di patatine al formaggio sulla scrivania, sono cintura nera di arguzia, determinazione e cagacazzismo quando parlano di uno dei due argomenti che conoscono. L’altro, ovviamente, è la mamma o, più in generale l’odio verso le donne.
Forse non ne hanno scritto tanto, forse è solo l’algoritmo che, conoscendo la pressione arteriosa dei miei bulbi oculari in marcescenza, alle due di notte, si incaponisce a torturarmi facendo comparire sul piccolo schermo miriadi di commenti e micro-review, pescandoli da ogni più umido interstizio nascosto di nonno Facebook, tipo i famigerati Gruppi.
Lo sa che non resisto alle tentazioni, il maledetto.
Quindi per che altro scriverne, se non, come sempre qui sulla cricchetta, per un pungolo d’amore?
Per quelli che a Natale fanno il presepe con He-Man al posto di San Giuseppe, Sorceress al posto del Gloria e adagiano Orko sulla culla del bambinello o sognano una notte di fuoco a tre con maghe guerriere dal seno prorompente come Teela ed Evil-Lyn, questo film è stato qualcosa di epocale, un evento atteso con bramosia da quarant’anni, che non ha deluso le aspettative.
Per me che ho ricordato l’esistenza dei Masters Of the Universe cinque anni fa durante il periodo COVID al pari dello show per bambini di uno degli stupratori afroamericani più ricchi della storia, perso nell’ozio di grigliate in giardino, videogame e serie Netflix sovvenzionate dalla beneficenza statale, quello vissuto al cinema è stato un momento leggero, divertente e dimenticabile, insomma, molto migliore del previsto.
Per tutti gli altri, la maggioranza, l’evento è volato via dritto senza che nemmeno se n’accorgessero.
Mi domando se già all’epoca, Albertone fosse un indizio sulla nobiltà d’animo di uno stupratore che,
prima di violentarle, faceva addormentare le vittime.
He-Man è un’istituzione per un piccolo gruppo di persone, gli occidentali a cavallo dei cinquant’anni, quelli che tra il 1982 e il 1986 avevano ricevuto il regalo di Natale più bello del mondo: il Castello di Grayskull. Teschi, grotte misteriose, combattimenti con le asce e mostri umanoidi muscolosissimi facevano sentire noi ragazzini di 6-7 anni dei veri punk, un po’ come quando andavamo a comprare Dylan Dog di nascosto con la paghetta della nonna: volevamo vedere coltelli in bianco e nero amputare arti stilizzati di vittime quasi mai del tutto innocenti. Altro che quei bacia-banchi della generazione precedente col Big Jim che sotto le mutande era liscio come i capezzoli limati di fabbrica della Barbie, o quelli della generazione successiva con le loro Tartarughe Ninja, una Intellectual property senza nemmeno un briciolo di quella misoginia, omosessualità e banalità con cui i Masters nel 1985 hanno polverizzato qualsiasi concorrente all’epoca. Nessun’altra linea di action figure (nemmeno Star Wars o i Transformers) è mai riuscita a generare tanto denaro e a vendere così tanti pezzi in soli dodici mesi.
Tornando al 2026, non è certo un caso se il film su di un bambolotto morto negli anni ottanta, legato ad un cartone animato demenziale sempre di quegli anni, sia stato un flop, arrivando ad incassare poco più di un quarto di quanto speso per produrlo. Non è un brand familiare alla commessa di diciotto anni uscita col minimo dei voti dall’alberghiero e ora china sui popcorn dietro al bancone del bar del cinema o al ragazzo che strappava i biglietti, che ha affrontato la scelta della locandina da regalarmi con la serietà di una decisione di Stato, combattuto fino all’ultimo con quella del Mandaloriano. Sono i giovani a fare i numeri al botteghino coi soldi dei genitori, e questi hanno optato per Scary Movie, uscito in concomitanza e ingenuamente creduto divertente, come a ribadire che quando hai i denti non hai il pane e viceversa. La gente di mezza età non fa numeri da nessuna parte, al cinema, nei negozi, alle olimpiadi, a lavoro: sono un peso morto. Almeno i vecchi hanno la saggezza, il tempo libero e l’esperienza dalla loro. I cinquantenni al massimo possono aspirare all’infarto inaspettato, colti di sorpresa per via dell’assurda convinzione di essere ancora nel fiore degli anni. Jeans, polo aderenti su pancioni prominenti e sneakers bianche immacolate son li a dimostrarlo.
Erano tantissimi anni che si vociferava di un reboot del marchio, ogni tanto saltava fuori una produzione disposta a realizzarlo, poi silenzio, poi qualcun altro ci riprovava, poi silenzio, oramai nessuno ci credeva più. La Sony, principalmente, non ci credeva più e, col senno di poi, chiamali stupidi sti giappi. Un paio d’anni fa è saltato fuori un annuncio credibile da parte di un nuovo player, Amazon, un’azienda che, volendo, due spicci li trova, e da lì la storia ha preso un’altra piega. Si è iniziato a parlare di attori, di Ciak e si è mantenuto un gran riserbo sulla trama per non rovinare la sorpresa. All’uscita del primo trailer, il risultato è stata un’eccitazione smisurata dei poveracci stempiati di cui sopra: finalmente un budget all’altezza, giovani star nel cast e un regista che era già riuscito nel miracolo di realizzare l’unico film sui Transformers almeno passabile. Era fatta.
Qualche disadattato dei Social aveva provato a brontolare sul fatto che il pupazzo di He-Man era molto più muscoloso dell’attore, dimenticando che esiste la CGI o che a differenza del cartone animato, nel film uno degli scagnozzi dei “buoni” è nero, dimenticando un particolare non proprio trascurabile: quel personaggio ha il volto di Idris Elba, praticamente l’unico grande attore presente, decisamente sprecato nella pellicola. Tra rinunciare a lui o lobotomizzare quei quattro nerd razzisti, avrebbe avuto molto più senso la seconda ipotesi. Dai più, comunque, il trailer è stato accolto da lacrime di gioia e da quella dolorosissima pressione al petto, molto più pericolosa dell’angina, chiamata malinconia.
A quel punto il regista non aveva più solo una responsabilità economica verso la casa di produzione ma anche e soprattutto umana, teneva tra le mani il delicato scrigno dei ricordi della nostra infanzia. Che farne, ora? Puntare su una commedia brillante, magari apertamente delirante? Oppure su un drammone serioso e politico, fatto di giochi di corte ed epiche battaglie su Eternia? O forse cavalcare quel mix di Conan il Barbaro e Star Wars con cui era nata la prima linea di giocattoli? E perché non scegliere la scorciatoia del fan service più sfrenato? O, al contrario, rischiare un reboot radicale, con l’ambizione di trovare idee migliori di quelle pensate, all’epoca, per un cartone animato destinato a bambini di sei anni?
Alla fine Travis Knight decide di voler fare tutto. Freddure e (moderata) epicità, richiami sia ai pupazzi violenti che alla serie animata slapstick, morti ammazzati per cinquantenni e favola leggera per bambini, corpi sexy di palestrati governati da cervelli infantili. Ora, come si fa a trovare l’equilibrio camminando su così tante uova scricchiolanti, senza appoggio né rete di salvataggio? Non si può! Infatti alla fine il film non regala nulla di veramente memorabile, se non la geniale idea che giustifica i nomi tragicomici dei protagonisti, la colonna sonora e l’impegno encomiabile dell’attore protagonista che si è speso infinitamente. Il regista riesce soprattutto nell’improbabile impresa di non dare alcuna facile leva per essere bruttamente distrutto dalla critica o dai fan. Tanto di cappello insomma.
Quindi il film funziona. Lo avrei fatto diversamente? Certo, come tutti i bambini di sei anni nel 1984, ognuno a suo modo, perchè quando giocava coi Masters, ogni bimbo aveva la sua avventura in mente e le sue paure da esecrare:
I Have The Power, come a dire che anche tu puoi farcela
Uscito dal cinema cosa mi è rimasto? Un senso di vuoto, forse anche più di quello provato guardando le file di poltrone libere in sala, ero perso nel pensiero deprimente che all’interno di quell’enorme edificio erano pochissimi ad averlo ritenuto un momento importante, ma allo stesso tempo mi tormentava un’altra idea, forse ancora più vera: il mio scrigno dei ricordi morirà con me. Pretendere che qualcun altro lo custodisca, o anche solo lo accarezzi con lo stesso affetto, è solo una forma di elementare egocentrismo.
Il film non ha aggiunto né tolto nulla alla mia stupida infanzia felice. È stato un piccolo, coraggioso, atto d’amore di cinquantenni per cinquantenni: una strizzata d’occhio, come a dirci che sì, siamo il freno a mano della società. Inghiottiti dalle banalità quotidiane per riuscire a far quadrare i conti a fine mese. Troppo vecchi per garantire prestazioni eccezionali in qualunque ambito, ma ancora troppo giovani per goderci davvero il tempo, riflettere sull’esistenza o semplicemente vivere senza l’assillo della prossima scadenza. Eppure, volenti o nolenti, esistiamo anche quando daremmo qualsiasi cosa per tornare ad avere sette anni e festeggiare il Natale in una casa popolare con la moquette azzurra, nel quartiere Cita di Marghera, dagli zii appena sposati, nel 1983.
PS Credo che al posto di parlare solo dei cazzi miei ci sarebbe stato materiale per commentare quanto avviene nel film, ma tant’è.




