Mergen di Chingiz Narynov (voto 3/5)
Visi interessanti e molto vissuti, inquadrati da primi piani serratissimi, sono i dettagli i veri protagonisti di questa detective-story del Tagikistan intrisa di sovrannaturale.
Un ispettore di polizia, bellissimo e chiaroveggente (nel senso che ha episodi di visioni di cose accadute nel passato, con svarioni annessi), indaga sulla morte di un cacciatore e da qua si dipanano storie legate una all’altra. Si susseguono piani temporali diversi, senza alcuna indicazione di flashback, quindi spetta allo spettatore mettere in ordine consequenzialmente le vicende, per arrivare alla somma di una trama, che di per sé non ha davvero niente di originale: tutto questo andare avanti e indietro nel passato non rende la vicenda più interessante o avvincente, anzi ne evidenzia tutte le debolezze.
Bellissime immagini catturate dai droni e spettacolari gli esterni, dove vengono organizzate le battute di caccia.
Tra la grande confusione e un finale di una bruttezza rara, il film ricade di certo nella categoria degli orrendi.
Romeria di Carla Simon (voto 2,5/5)
La necessità di avere prova della paternità per poter usufruire di una borsa di studio, spinge Marina a spostarsi da Barcellona a Vigo dove vive la famiglia del padre, mai conosciuto, cercando di avere dalla famiglia di origine i documenti necessari.
Dichiaratamente autobiografico, il film racconta una generazione devastata (entrambi i genitori della protagonista sono morti di Aids quando ancora piccolissima) ma mentre i due precedenti film della regista, ambientati nello stesso periodo (è una sorta di trilogia), mi erano piaciuti, questo decisamente no: la caratura autobiografica ha bloccato la comunicazione di un racconto frammentato che pare esistere soprattutto nella testa di chi dirige il film, ma che come risultato manca totalmente di linearità e fascino.
Davvero brutta la parte in cui viene sognata la storia tra i due genitori (tranne la stupenda scena del balletto), piuttosto banale la scelta di usare lo stesso attore per il padre ed il cugino.
Non ci siamo.
Late Fame di Kent Jones (voto 3,5/5)
La trama non è certo elaborata, né tanto meno originale: un poeta dimenticato, che ha smesso di scrivere da moltissimo, viene riscoperto da un gruppo di studenti giovani (che si crogiolano tra nomi sconosciuti di artisti fuori catalogo), viene osannato ed invitato ad incontri, per poi venire abbandonato al suo destino appena passato di moda (piuttosto velocemente, a dire il vero). Il plot è quello di una pellicola vista molte volte, ma il protagonista qui è Willen Dafoe, che incarna meravigliosamente il personaggio di Ed Saxberger, impiegato delle poste, un libro di poesie creato durante la Beat Generation di cui tutti si sono scordati, persino egli stesso.
Belli i momenti dei ricordi del protagonista di una New York che non esiste più da un bel po’, caratterizzata da una spinta culturale fortissima, con la voglia di rivoluzionare e di creare qualcosa di nuovo. Non troppo originale il personaggio di Gloria, interpretato da Greta Lee, musa di artisti/scapestrata/piena di segreti ammaliante signora senza età ma, all’attrice, che è davvero stupenda nell’interpretarla, perdoniamo il già visto.
Azzeccatissima la dinamica per cui, anche una persona quasi anziana e super scafata come il poeta Ed, si arrenda al potere dell’adulazione, soprattutto da parte di gente giovane; il messaggio è chiaro (e lo sottoscrivo in pieno):
nessuno di noi è al riparo dalla vanità.
Who killed Teddy Bear? Di Joseph Cates (voto 3,5/5)
Ambientazione hitchcockiana per questo film non esattamente originale che, per essere del 1965, affronta tematiche piuttosto torbide: la trama è incentrata su Nora, dj in un locale notturno con velleità di attrice, che riceve telefonate moleste da un maniaco che la rintraccia ovunque. Si interessa al suo caso un tenente di polizia, completamente ossessionato dall’arrestare maniaci di ogni tipo dato che la moglie è stata trovata uccisa e violentata da uno sconosciuto. Ossessione, quindi, giustificata.
Nora deve difendersi anche dalle avance sessuali della proprietaria del locale dove lavora, che allunga un po’ troppo le mani.
La vogliono proprio tutti, questa Nora
Lo stalker è Sal Mineo, uno degli innumerevoli amanti di James Dean, secondo i gossip hollywoodiani, che lavora come cameriere nello stesso locale della povera malcapitata:
super fisicato, spesso ripreso in mutande con pacco in bella vista
Insomma, un Marlon Brando leggermente più efebico, che, vittima di abusi sessuali ricevuti dalla madre da piccino. Completa il quadro la di lui sorella, instabile psichicamente e completamente a suo carico.
Meravigliose le scene di ballo all’interno del club dove lavorano quasi tutti i protagonisti della storia. Tutti gli esterni sono in una torbida e losca New York attorno a Times Square, con librerie per adulti e locali a luci rosse, dove il protagonista cattivo si contorce in bilico tra la moralità dell’odiare la lascivia e il desiderio di scopare con tutte.
Il grande limite della pellicola è quello di rimanere sospeso tra un thriller piuttosto banale e un film di denuncia che però resta parecchio opaca e non a fuoco.


