Finalmente sono riuscito a tornare al festival del cinema che preferisco, vale a dire quello di Rotterdam. Mi piace la città, mi piace la loro organizzazione, adoro che il programma sia fuori da tre settimane e che da due si possano prenotare i posti per le visioni, mi piace soprattutto l’atteggiamento rilassato degli spettatori, nessuna aria da intellettuale definitivo o imbucato per la gloria.
Sono arrivato con due giorni di ritardo quindi mi devo assolutamente mettere in pari con le visioni.
I SWEAR di Kirk Jones: 4/5
Nonostante la malattia sia argomento sempre molto presente nel cinema di ieri e di oggi, la sindrome di Tourette è tema raramente trattato, a memoria ricordo solo Motherless Brooklyn, orrenda trasposizione cinematografica da parte di Edward Norton del bellissimo libro di Jonathan Lethem. Nonostante il confine col film tenerone sia talvolta molto labile mi è proprio piaciuto. Una disamina intelligente delle dinamiche che occorrono ad una persona con la sindrome, in questo caso John Davidson, di come sia compromessa la possibilità di socializzare e di avere una vita normale. Ci sono momenti spassosissimi, anche se ovviamente poi si accompagnano al un senso di colpa che nasce dal ridere di una persona che si comporta in maniera strana e non certo per propria volontà. Aramayo è davvero bravissimo nel rendere sempre plausibile il personaggio da lui interpretato.
Come si deduce facilmente dal titolo, nel corso del film trovano posto una serie di volgarità e imprecazioni piuttosto ricca, anche se la più divertente è sicuramente
sborra, al posto di latte
usata da John ogni volta che prepara un the.
THE HISTORY OF SOUND di Oliver Hermanus 3/5
Sarà per l’ambientazione, unita alla tematica, ma il mio pensiero è andato subito a Brokeback Mountain. Da principio, quella che stanno vivendo i due protagonisti pare essere una storia allegra, ma lentamente si arriva al solito dramma gay:
…impossibile vivere insieme, dobbiamo trovarci una moglie, cosa dirà la gente…
di cui è già stato detto, scritto e girato praticamente tutto.
La bravura dei due attori toglie un po’ di ovvietà al film, ma ahimè non del tutto (tra l’altro loro magnifici singolarmente, funzionano meno insieme). Mi è molto piaciuta invece la scelta di lasciare alla musica, intervallata, purtroppo da troppi e ingiustificati silenzi, il compito di legare tutto il film. Alla fine, un’occasione sprecata è la definizione giusta.
FUORI di Mario Martone 2/5
Amo Goliarda Sapienza, scrittrice un tempo sconosciuta e ora diva acclamata della letteratura impegnata. Quindi mi sono detto:
Ok, lascio da parte tutta la mia riluttanza per il cinema italiano contemporaneo e lo guardo.
Ho sbagliato.
Il film, che di Sapienza in realtà racconta soltanto un periodo della sua vita, non mi ha convinto per niente, soprattutto per la sua inconsistenza: non si capisce dove voglia andare, cosa voglia raccontare e le interpretazioni non aiutano di sicuro. La Golino, che solitamente è brava, non riesce proprio ad entrare nel personaggio creando una figura evanescente, ma di nessun spessore. De Angelis come delinquente tossica non è credibile neanche per una singola inquadratura. Fisicamente è una bomba, ma la recitazione è parecchio fuori giri. Elodie, come ho letto da qualche parte, a questo punto è l’ultimo dei problemi, non mi riesce proprio di capire perché sia stata inserita in questo film, se non per la scena della doccia di gruppo, sensuale quanto un cartello stradale.
I personaggi avrebbero dovuto essere rappresentati in maniera più fuori dagli schemi, anziché con questo rigore, ci sono immagini ed inquadrature bellissime, per carità, Martone è capace ma per le scene all’interno del carcere gli consiglierei di guardarsi Orange is the new black in streaming.
La buona notizia è che Golino alla sua età può ancora permettersi scene di nudo facendo un’ottima figura.
THE BRIG di Norman Yonemoto (che per questo film usa lo pseudonimo di Jason Sato)
Enorme sorpresa trovare nel programma del festival un porno gay.
Ma porno porno.
La stagione che va da metà degli anni settanta a metà degli anni ottanta per il cinema per adulti gay è stata super prolifica, con star del calibro di Al Parker e Jeff Striker, che divennero dei veri e propri divi, con tanto di dildo creati dal calco dei loro peni (che poi fossero proprio i loro chissà).
Ovviamente con l’avvento dell’AIDS questa industria è praticamente sparita, per tornare con modalità totalmente diverse.
Questo, come quasi tutti i film del genere, è ambientato a San Francisco, vera mecca dell’omosessualità dell’epoca.
La trama (trama?) è simile a tutte le pellicole del tempo: una voce fuori campo racconta le avventure, solitamente del nuovo arrivato dalla campagna, e i vari incontri in cui si fanno scorpacciate di banane.
Ad essere onesto la qualità del film è bassissima, anche gli accoppiamenti sono noiosi e didascalici.
Gli attori, rispetto a quelli degli anni successivi, conservano un’apparenza e un fisico molto normale, corpi curati ma non esagerati, niente a che fare con i bambolotti che arriveranno negli anni novanta, tutti palestrati, oliati e zero sexy.
Ho cercato nel pubblico se qualcuno fosse interessato ad applicare dal vivo quanto appena visto, ma niente. Sarà l’età.
C’è tempo solo per andare a vedere l’installazione di Pipilotti Rist proiettata sulla facciata del museo Boijmans e vado a dormire.
Niente porno.


