Tra un film e un altro sono andato a mangiare un’insalata in un posto molto carino, la cameriera, quando ha visto il pass, mi ha detto che ha realizzato un cortometraggio documentario e che il prossimo anno spera di partecipare al festival; un po’ come a Los Angeles dove tutti quelli che lavorano nei ristoranti e nei bar sono attori in attesa della grande occasione.
In attesa del suo capolavoro, scrivo delle visioni di oggi.
Mi Amor di Guillame Nicloux (voto 1/5)
Non vedevo un film così brutto da parecchio tempo: a casa o al cinema me li scelgo, ma ai festival, si sa, si va a scatola chiusa. Penso che le intenzioni del regista fossero quelle di creare una sorta di thriller ma il risultato è un assemblaggio di luoghi comuni e idee confuse.
Una DJ va alle Canarie per una performance in un locale e là si perde l’amica: questa, in breve la trama, alla quale vengono aggiunte vicende che, cercando di aumentare la suspense, risultano degne del peggior Dario Argento.
Pieno di personaggi caricaturali, come i poliziotti canari, gangster da operetta e i fattoni da discoteca. A niente serve la presenza del sublime Benoit Magimel (che assomiglia spaventosamente sempre più a Gerard Depardieu), che ricopre un ruolo davvero ridicolo.
Non manca proprio nulla, neppure la setta che crede che Hitler non sia morto ma fuggito in Brasile a godersi la spiaggia nella stessa isola che ospita anche Jim Morrison, Michael Jackson e Moana Pozzi.
Durante la visione non sono sempre riuscito a dormire perché ogni tanto partiva qualche brano tecno, sempre e completamente a caso.
Pessimo.
Poetries from Bookstores: Somewhere I belong di Hou Chi-jan (voto 4/5)
Io sono un avido lettore, per questo motivo per me le librerie hanno qualcosa di sacro. Ogni volta che vado in una città nuova mi piace esplorarle e osservare il tipo di clientela che la frequenta, annuso pure i libri, con buona pace del muco, del COVID e delle occhiate severe del gestore.
Questo delicatissimo documentario realizzato dal regista nel 2024 esplora quindici librerie indipendenti di Taiwan, scelte tra le 150 su cui ha girato pellicola. Si rifà moltissimo allo stile di Frederick Wiseman, prolifico regista che ha al suo attivo moltissimi film, tutti monotematici (può essere una città, un museo, una biblioteca).
Alla stesso modo Hou Chi-jan mostra le librerie con tono delicato e curioso, lasciando parlare i proprietari, sempre persone carine e sensibili.
Le librerie sono come i cani, tendono ad assomigliare ai propri proprietari
Molto bello il rapporto con il luogo in cui questi negozi esistono e come entrino a far parte del tessuto della città o del quartiere.
Los Domingos di Aluda Ruiz de Azua (voto 4/5)
Una delle cose che avrei desiderato di più nella vita è un’illuminazione religiosa. La possibilità di credere in qualcosa in maniera, se non totale, almeno ferma. Invece non mi è mai capitato. Mai un credo o un’ideologia che mi abbia convinto totalmente. Parte del problema è che nutro la più completa disistima per le istituzioni religiose in generale. Ciononostante sono rimasto davvero toccato da questa storia.
Ainara, diciassettenne che vive nei paesi baschi, dopo una gita dalle suore, sente che il suo futuro deve essere in clausura. La famiglia, soprattutto la zia, non prende granché bene questa decisione, vista come rinuncia ad una vita ricca di esperienze.
Tutto il film si basa su questa tensione, non prendendo posizioni nette, ma limitandosi a descrivere le dinamiche. Molto interessante che la vocazione non è vista come nel passato con una morbosità spirituale o una costrizione per la povera novizia, ma una scelta interna che arriva davvero dal cuore. In questo è fondamentale la perfetta scelta della protagonista, che ha una faccia perfetta per questo ruolo e lo rende estremamente credibile.
Bello anche il personaggio della zia, atea e profondamente disperata dalla scelta della nipote.
Riuscito anche il finale.
Cyclone di Chiu Fung (voto 3/5)
Cyclone è una trans che vive ad Hong Kong. Perde le staffe come perde i posti di lavoro. L’unico a cui riesce a reggere è la cara vecchia prostituzione, che esercita nel bordello della città in cui vive. Si trova pure un fidanzato carino e simpatico: uno spacciatore marcio che accetta di buon grado il suo essere trans e il fatto che frequenti sessualmente i clienti.
Cyclone ha avuto ovviamente un passato di merda: il padre l’ha costretta ad andare in una specie di ricovero per guarire da devianze sessuali, pericolosamente simile ad un manicomio.
Al di la dell’ironia, il grande limite del film è proprio in questi due diversi piani temporali: molto riuscito e spumeggiante il presente, banale e retorico il passato.
Il dubbio che mi ha lasciato questo film, e che non sono riuscito a fugare nemmeno dopo la ricerca in Internet è: “la protagonista è una donna biologica?” Se si, perché non è stata scritturata una vera trans? E se no, “perchè mi pongo certe domande?”
L’ho incrociata dopo qualche ora in sala stampa e volevo chiederglielo, ma poi ho ricordato la regola aurea: mai domandare e mai domandarsi.

