Sarò onesto: il titolo già mi pareva un segnale d’allarme, ma poi ho intimamente pensato: “che stronzo sei a giudicare un film dal titolo?”.
Ahimè non mi sbagliavo
È un film tenerone all’ennesima potenza, e pure di quelli della peggior specie, perché travestito da pseudo film-d’autore.
Ambientato in Libano in diverse epoche storiche, la pellicola narra del coming of age di un amore che è sempre esistito., in un Libano in cui la possibilità di un bombardamento è sempre all’angolo. Questa tensione è trattata dal regista così, un tanto al chilo, senza spiegazioni o argomentazioni.
Personaggi tagliati con l’accetta che sono:
Nino, ristoratore bonaccione, belloccio e simpatico, sempre con la battuta pronta, orfano fin da piccolo e super romanticone.
Yasmina, donna d’affari, algida, che rifugge le relazioni, ma non Nino, amorazzo delle scuole medie, per il quale rifiuta una lavoro ben pagato in Germania.
L’unica via di fuga dalla vita difficile e precaria in Libano pare essere andare a vivere a Dubai ( qui mi è venuto un brivido essendo Dubai uno dei posti più brutti che abbia visitato).
La regia e la fotografia sono totalmente al servizio della piaggeria del film, che sicuramente in futuro avrà la prima posizione dei più visti della settimana su Netflix.
C’è da dire, però, che le recensioni in rete sono quasi tutte buone. Sarò io schizzinoso.
P.S. La scelta di affermare che i genitori di Nino, morti in un incidente, vivono in una fantomatica isola, tema che tra l’altro torna nell’intero film, è uno degli espedienti narrativi più brutti che ho visto in questa edizione della Mostra.
