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#Venezia82 – Milk Teeth di MIhai Mincan

di il 03/09/2025
 

Tornando indietro a più di 25 anni fa, scorgo, nei cassetti meglio conservati della memoria, una classe delle superiori. I suoi muri scrostati, il poster delle natiche della Barale appeso come una sorta di Crocefisso, un planisfero che faceva ancora sognare, maglioni extra large su corpi di adolescenti che, nella disperata ricerca di un’identità sociale, sfoderavano senza vergogna tagli di capelli improbabili.
Proprio in quell’aula il professore di lettere e storia fu chiaro nell’insegnamento del concetto di bellezza. Disse:

Da qualche tempo si dice che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace

Dopo una breve pausa aggiunse:

Allora se a voi piace una merda sarà bella anche quella?

La sua domanda retorica, ai sedicenni carichi di ormoni, suscitò solo ilarità, ma bastò per instillare ciò che nel tempo avrebbe preso forma in quelle menti.

Più volte, in questi ultimi anni di Mostra del cinema, mi sono imbattuta nel discutere su quali siano i parametri per cui una pellicola possa essere degna di partecipare alla kermesse, senza mai venirne a capo in modo risolutivo. Fra i vari ne è spuntata di certo la capacità di intrattenere in modo originale raccontando una storia, un’idea o un messaggio.
Dinți de lapte ci porta in Romania negli ultimi anni della dittatura di Ceausescu e narra (o meglio, dovrebbe narrare) la vicenda di una bambina scomparsa e il conseguente vissuto della sorellina, Maria. Prova a farlo lasciando che sia il silenzio a delineare le emozioni attraverso lunghe ed estenuanti inquadrature: il volto di Maria, i luoghi di gioco di Maria, i passi di Maria, i capelli di Maria, le scarpe di Maria, la noce di Maria, il muro della camera di Maria, le strade che Maria percorre. Che strazio.

La maggior parte delle scene è muta, un tentativo originale quello di MIhai Mincan di lavorare per sottrazione ma al contempo lascia tutto nelle mani dello spettatore che deve provare a fare a gomitate con minuti infiniti immobili sulla stessa immagine e dialoghi scarni senza contenuto per uscirne senza ferite.

Si può trovare bellezza nella fotografia ma è asettica, fragile e non basta a sostenere il peso della storia, anzi, quasi va a storpiare i confini del contesto e la narrazione. Diventa un puzzle rotto dove ogni pezzo prova a dire qualcosa ma ovviamente senza risultato.

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