Più di ogni altra edizione del passato, questa Biennale è stata pubblicizzata dalle schermaglie politiche, soprattutto quelle generate dalla presenza del padiglione della Russia, una querelle tutta interna alla destra italiana con incursioni da parte di tutti gli ambiti politici: ognuno si è sentito autorizzato a dire la propria sull’argomento, anche chi non ha mai visto neppure un Caravaggio nella propria vita.
Altro fatto importante sono le dimissioni in toto di tutti i membri della giuria Internazionale, per paura di possibili denunce o ricorso da parte dell’artista che rappresenterà Israele (che se solo l’avessero visto, avrebbero capito che sarebbe stata impossibile la sua vittoria).
La censura per tanto, aleggia in questa edizione della Biennale e io proprio non la capisco: esiste il boicottaggio, che è sempre lecito: una cosa non ti piace ti infastidisce, la odi non la guardi, la ignori, ma perché impedire che venga rappresentata?
Quindi inizia la vernice con osservati super speciali Russia e Israele, con promesse di proteste un po’ da tutte le parti.
Promesse mantenute, con le Pussy Riots in gran spolvero con le tette fuori a urlare contro la partecipazione russa, uno del pubblico ha tirato una fetta di formaggio contro il padiglione. Che poi, se si fossero sprecati ad entrarci, si sarebbero accorti che l’unico motivo per protestare era la bruttezza dell’esposizione in sé, che aveva come unico punto forte l’offrire vodka tonic, gin tonic e prosecco non-stop (cosa di cui noi abbiamo approfittato più volte) e una performance di canti folkloristici di tradizione russa (era questa la pericolosa propaganda putiniana?).
Israele invece ha traslocato dal suo padiglione storico all’interno dei Giardini in una location molto anonima all’interno dell’Arsenale: una installazione di acque nere con riferimenti a cabala e tradizione che non ho capito per niente.
Seni molto presenti anche in altre situazioni, a cominciare dal quella che è stata la performance più presente nei social in questo giorni e senza dubbio quella di cui si è più parlato, ovvero nel padiglione dell’Austria l’artista Florentina Holzinger completamente nuda, si trasforma nel batacchio di una campana enorme: viene trasportata da una gru fino all’altezza della campana, si mette a testa in giù e col suonare delle campane della chiesa le imita suonando anch’essa i rintocchi delle ore.
La performance è davvero potente e onestamente sono rimasto piuttosto turbato emotivamente, e, anche se visivamente pare una cosa molto anti femminista, in realtà essendo l’artista stessa a compiere il gesto, provoca una specie di corto circuito.
Due austriache che ho conosciuto nella coda per un altro paese mi hanno detto che è tutta una creazione della PR dell’artista, senza alcun valore artistico. Voilà.
Tette anche nel padiglione dell’Olanda, dove si viene chiusi dentro con le saracinesche serrate, rapiti in una performance di una tipa che si spoglia usando la voce in maniera paurosissima e infernale, urlando come una matta cose gentilissime e positive (come se Linda Blair in l’Esorcista ti dicesse di volerti bene e di vivere al massimo la tua vita).
Bello, anche se abbiamo fatto quaranta minuti di coda per vederlo.
Ancora tette, queste volta enormi, in padiglione Danimarca per Things to come: protagonista una banca del seme in cui avvenenti scienziate modelle create da AI aiutano la mobilità dello sperma con look piccanti e pose da attrici porno. L’artista pensa che la fertilità e il desiderio possano – attraverso l’intelligenza artificiale – avere una nuova vita e che lo sperma diventi più frizzante (purtroppo non sono riuscito a vedere la performance di Cicciolina, fatta in gran segreto per pochi fortunati invitati).
Super divertente il Giappone, dove ti affidano un bambolotto pesante quanto un neonato vero e si deve accudirlo, cambiare i pannolini e volendo ti viene dato un passeggino per portarlo in giro per i giardini della Biennale .
Dopo cinque minuti ho capito che il mio totale rifiuto per la paternità ha radici fondate. Però divertente assai.
Bello bello il video protagonista in Polonia dal titolo Liquid Tongues in cui l’artista Magda Mosiewicz fa interpretare ad un collettivo di persone udenti e non il verso delle balene franche sott’acqua.
Una cosa che pare ridicola a raccontarla ha invece un effetto visivo davvero impattante.
Come sempre quindi cose che piacciono, altre no, performance che non si sono capite, grande presenza di artiste africane, parecchi cenni al gender e all’orgoglio LGBTQ+
Insomma davvero niente di nuovo, solo divertimento e tanti vodka tonic.


